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Speciale - SCUOLA | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/1999 | ||
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QUANDO SABRI
MONTAVA IN CATTEDRA di Francesca Modica C'era una volta Sabri o meglio, c'era una volta la professoressa Littizzetto o meglio... Meglio andare con ordine. Correva l'anno 1982 quando la giovane Luciana, neodiplomata, al quinto anno di Conservatorio nonché matricola all'Università, faceva il suo ingresso trionfale come insegnante di musica in una classe della Scuola media Carlo Levi, quartiere Vallette. Sono andata lì non sapendo assolutamente che cosa mi aspettava. Mi ricordo perfettamente il primo giorno di scuola. Io volevo fare tipo Madre Teresa di Calcutta, mi ero già preparata tutta... mi dicevo adesso entro in classe e gli dico "ragazzi, io non sono un'insegnante come tutte le altre, io non vi sgriderò, non metterò note perché sono giovane...". Cinque minuti dopo li avevo fin sui capelli, delle iene inferocite. Fu proprio quel giorno che la nostra conobbe "Sabrina", il soggetto inquietante, come lo chiama lei, che qualche anno dopo le avrebbe rivoluzionato la vita. Quando si dice l'imprinting. E poi? Poi le cose sono andate meglio e dopo i primi due mesi in cui mi sembrava d'impazzire sono diventata anche brava. Avevo capito che sostanzialmente i ragazzi di quell'età non hanno bisogno di costrizioni ma di riferimenti. Quindi se ti poni nei loro confronti come una che lascia fare tutto quello che si vuole, oppure come una isterica che urla e sbraita non vieni assolutamente riconosciuta. Nel momento in cui capisci qual è la strada per farti riconoscere, non chiedermi come, ti scatta qualcosa dentro, allora è fatta: ottieni l'autorità, ma soprattutto il rispetto, ed è lì che puoi anche mollare la presa. Dopo quattro anni alle Vallette (quelli ricordati con più affetto), una supplenza in una materna, una a Porta Palazzo, e molte altre in altrettante scuole più o meno di periferia, passano in tutto, fra spartiti, chitarre e pentagrammi, nove anni in cui la Litti piroetta con leggiadria da una classe superaffollata all'altra. Maratona? Tour de force? Scegliete voi. Ma la grande occasione non tarda ad arrivare... Un anno mi hanno chiamato per una supplenza annuale di lettere, una maternità. Non mi pareva vero. Dettaglio: in una scuola di audiolesi. Io non avevo nessuna specializzazione, ma non si trovava nessun altro e così sono andata. Erano otto, un paradiso dopo le folle che avevo domato. Peccato che i ragazzi non sapessero assolutamente leggere sulle labbra come mi era stato assicurato. Risultato: io non capivo loro e loro non capivano me. Ragione per cui ho fatto una fatica improba a imparare il linguaggio dei sordomuti, e poiché i programmi non si differenziavano di una virgola da quelli ufficiali, mi sono ritrovata lì a spiegare la battaglia di Salamina a gesti. Capisci che quando adesso salgo sul palco, sì un po' mi preoccupo ma non è niente in confronto, perché dopo un'ora e mezzo è tutto finito! Invece quando hai davanti un intero anno scolastico... Capisco. E mi sembra anche di capire che tutta questa lunga gavetta dietro la cattedra abbia un legame molto stretto con il presente, sulle scene. Sicuramente. Guarda che per fare l'insegnante, scuola facile o difficile che sia, per fare in modo che i ragazzi ti ascoltino, non puoi salire in cattedra e disquisire come un professore universitario, se fai così sei finita. Devi per forza interessarli, devi inventarti qualcosa e quindi in un certo senso recitare. Vedi? Così ho fatto di tutto, da improvvisazione a mimo. Era impossibile che non finissi col fare l'attrice... Sono assalita da un dubbio marzulliano. Ma in fin dei conti la scuola è più faticosa per chi insegna o per chi apprende? Sicuramente per gli insegnanti è una cosa difficile. Se lo si fa bene è un mestiere complicato e faticoso. In altri lavori, ad esempio quello d'ufficio, se hai mal di testa oppure ti sei alzato col piede sbagliato, lavori sì, però magari non sei costretto a parlare con quelli che ti stanno intorno, puoi provare a estraniarti. A scuola no. A scuola devi essere sempre presente a te stesso, occhi aperti e polso fermo, attento a ogni cosa che dici e che fai. Anche il minimo cedimento viene notato e ti si può ritorcere contro. E' giusto poi che ci siano dei mesi di pausa. Certo anche per i ragazzi può essere faticoso, ma siamo sempre lì, se ci sono dei problemi seri è un conto, altrimenti in una situazione di cosiddetta normalità, quando di base c'è almeno una famiglia stabile, sono anni belli quelli della scuola, del divertimento vero, delle prime cotte, delle amicizie, delle confidenze... Grazie prof. |
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