Speciale - SCUOLA

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/1999

gennaio/febbraio 1999

 

 

 

 

 

 

 


I DATI OCSE
L'Organizzazione per la Coesione Economica e Sviluppo (OCSE) studia i sistemi scolastici di tutti i paesi industrializzati. Quaranta indicatori statistici accompagnano un rapporto annuo che consente di esaminare a livello planetario l'interazione tra livelli di educazione, sistemi educativi e crescita economica.
Per quanto riguarda il nostro paese ecco alcuni dei dati statistici più significativi:
- in Canada, Norvegia, Svezia e Stati Uniti più del 25 per cento della popolazione con età tra i 25 ed i 64 anni hanno raggiunto una formazione di tipo universitario mentre in Italia questa figura e dell'8%;
- l'Italia con la Spagna, Francia e Grecia è uno dei paesi che vanta il livello disoccupazione più alto della media OCSE all'interno della popolazione laureata (7%) e quella che ha terminato la scuola media superiore (oltre il 15%);
- la percentuale di persone, all'interno della fascia d'età 24-60 anni, che hanno terminato la scuola secondaria è del 33% in Italia rispetto al 62% della Germania, il 54% della Francia ed il 57% della Gran Bretagna;
- il corpo insegnanti, precari e fissi, costituisce il 3,5% della forza lavoro in Italia contro l'1,8% di Corea e Giappone.

 

C'ERA UNA VOLTA
"La scuola di questo dopoguerra non ha né padri né madri, né tantomeno progettisti consapevoli. E' cresciuta su se stessa nel disordine più completo".
(G. Lunati, Il valore della scuola, in "La Repubblica, 13-3-94).


di M. Gallo Modena
L'"anno zero" risale al principio della seconda metà del secolo scorso. E' datata 1859 e passata alla storia come "Legge Casati", infatti, la decisione di rendere l'istruzione elementare obbligatoria per quattro primavere almeno caricandone i costi sul bilancio dei Comuni.
L'idea era indiscutibilmente buona. L'Italia in prevalenza agricola e contadina intuisce l'importanza della cultura e si adopera affinché la mentalità della popolazione intera sia trasformata, fornendo a ciascuno gli strumenti necessari a migliorare la propria qualità di pensiero.
Si parte, però, subito male. Se il tentativo è lodevole, (mettere in piedi una scuola di tipo nuovo, più efficace rispetto al modello gesuitico imperante in quanto laica e moderna), la linea preferita non si rivelerà quella vincente. Gettati alle ortiche insieme a retorica e dogmatismo, base forte del vecchio sistema, anche attività in comune e manifestazioni artistico-ricreative, si sceglie la strada dell'insegnamento cattedratico. Eliminate senza esitazioni le occasioni d'"incontro" tra scuola e società, le fondamenta di quello che si rivelerà nel tempo un profondo "scollamento" tra didattica e quotidiano sono gettate: centocinquant'anni dopo la nostra generazione ne avrebbe ancora sulle proprie ossa fatto le spese.
I problemi di oggi hanno radici lontane. Nel '23 la "Riforma Gentile" ritene che i dirigenti del domani vadano allevati a greco, lettere e latino. Chiudono le scuole tecniche, si ridimensionano i corsi di studio per geometri. La frequenza fino ai 14 anni viene imposta per legge, ma in un paese in cui l'analfabetismo arrivava a sfiorare il 70% il provvedimento lascia un po' il tempo che trova.
Sette anni dopo, la svolta. Spuntano crocifissi dietro le cattedre di tutt'Italia: l'insegnamento della religione cattolica, "fondamento e coronamento dell'istruzione", diventa, dopo il Concordato del '29, obbligatorio in tutte le scuole. Bisognerà aspettare i nostri giorni e l'acutirsi dei fenomeni d'immigrazione perchè le mense inizino a prendere in considerazione l'idea di abolire dai menù la carne di maiale e, dietro richiesta, fornire un'alternativa al secondo quand'è prosciutto.
Il seguito è un interminabile elenco: quello dei ministri che dal '43 ad oggi hanno occupato la poltrona nel tentativo di risollevare le sorti di una scuola nata già malata.
Sono trentacinque almeno i cognomi che hanno firmato, una crisi di governo dopo l'altra, "svolte storiche", "cambiamenti radicali" e "risistemazioni totali". Tanto per dare l'idea, nei trecentoquaranta giorni di calendario compresi tra il 25 luglio del '43 e fine giugno '44 sono Ministri all'Istruzione Severi, Cuomo ed Omodeo nel solo governo Badoglio, De Ruggiero ed Arangio Ruiz nel governo Bonomo, Barbareschi nel governo Parri e Molè nel primo governo De Gasperi. Una media aritmetica, per gli amanti della precisione matematica, di cinquantasei giorni e una manciata di ore ciascuno. Poi sarebbe toccato a Gonella, detentore del primato di una tra le reggenze più lunghe.
La preoccupazione maggiore tra il '43 e il '45, anni difficili di guerra prima e pace più tardi, fu quella di "defascistizzare".
In seno ad un'inconsueta "Commissione militare alleata di controllo" si costituisce la "Sottocommissione dell'Educazione per il governo del sud Italia". Di coordinarla è incaricato un pedagogista straniero dal nome difficile, tale Carleton Washburne, ma ne fanno parte anche gli "esperti" nostri compatrioti più quotati del periodo. Mettere insieme teste diverse crea problemi. Washburne vorrebbe adeguare il panorama scolastico nostrano a quello statunitense, i ministri italiani sognano il ripristino della "libertà ideale delle nostre aule", gli insegnanti freschi di Resistenza ed antifascismo pretendono la revisione radicale dei presupposti pedagogici tradizionali. Alla fine, comunque, si riescono a salvare capra e cavoli. Il compromesso? Eliminare quanto di più vistoso la politica del fascio aveva prodotto lasciando sostanzialmente immutato tutto il resto.
La Costituzione entrata in vigore il primo gennaio del 1948 "promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica". L'articolo 33 recita che "l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento". "La scuola è aperta a tutti - stabilisce l'articolo 34 - L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". La Repubblica stessa rende effettivo questo diritto.
Ma tra il dire e il fare, in questo caso, ci sono di mezzo gli ultimi cinque decenni, conditi di progetti mai realizzati e farciti di provvedimenti nelle intenzioni sempre "risolutori" e "innovativi", che si traducono invece il più delle volte in disposizioni "provvisorie" che il tempo promuoverà "definitive".
Si comincia ad ipotizzare una riforma del sistema scolastico nel '47, sotto la guida Gonella. La prima "Commissione d'inchiesta" è articolata in ben centocinquantadue sottocommissioni. Il disegno di legge elaborato è numerato 2100 e prevede una ridefinizione pressochè totale dell'intero ordinamento. La proposta,però, si arena anche in questo caso.
"S'inizia così il corso della magniloquente e generosa promessa di cambiare tutto perchè tutto resti come prima, delle lunghe, complicate, costose indagini volte a documentare quello che si sa già e che si potrebbe sapere altrimenti più presto e a minor costo - descrive pungente Tina Tomasi commentando le vicende della scuola italiana dalla dittatura alla repubblica - Il risultato è la raccolta di proposte o già scontate o astratte e avveniristiche e in ogni caso, anche se non prive di validità, destinate ad essere superate prima ancora di venire attuate".
Il panorama di quegli anni è desolante. I finanziamenti mancano, laici e cattolici si fanno la guerra, la burocrazia impera. Antonio Segni succede a Gonella e viene a sua volta soppiantato da Aldo Moro. L'ennesimo "piano di sviluppo", presentato al Senato nel periodo del secondo governo Fanfani, passa alla storia come "cornice senza quadro". Il "problema scuola" entra quindi pesantemente in parlamento, ereditato da ogni nuovo governo come emergenza prioritaria che di anno in anno si fa più grave.
E' già quasi il 1960 quando le menti più illuminate realizzano che alla base di una maggiore produttività si trova un' istruzione più solida. I soldi stanziati per l'educazione non vengono più visti come vuoto a perdere ma considerati "investimento produttivo". Il boom economico aumenta il reddito pro capite. Quello dell'analfabetismo, però, è ancora un problema aperto.
Nasce la Scuola Media Statale obbligatoria, Mike Buongiorno insegna l'italiano via tv, la programmazione è pianificata fino alla metà degli anni '70. Sembra il miracolo, ma non lo è. Di nuovo tutto finisce in una bolla di sapone, aprendo la strada alla contestazione sessantottina.
Il resto è storia recente. Le 150 ore nel '73, qualche altro tentativo di rinnovamento portato avanti senza troppo entusiasmo, poi i ministri di cui forse iniziamo a ricordarci i nomi: Bodrato, la Falcucci, Ruberti... Nel '94 Francesco D'Onofrio abolisce gli esami di riparazione a settembre. Due anni dopo, siamo nel '96, il governo dell'Ulivo nomina Ministro alla Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer.
Ancora si preannunciano cambiamenti storici: sarà finalmente la volta buona?


SOMMARIO DI QUESTO NUMERO




ANNO
ricerca per numero e anno
ARGOMENTI
ricerca degli articoli per argomenti
SPECIALI
titoli degli speciali
PAROLA
ricerca per parola chiave