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gennaio/febbraio 2005





Giovane cantante

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AH CHE VOCE!
Avete mai pensato che molte professioni si sono costruite intorno alla voce? Proprio così, la nostra voce, quella che usiamo tutti i giorni senza quasi pensarci, può diventare un importante strumento di lavoro. Quando si parla di voce il parallelismo con il canto è immediato ma esistono altre possibilità.


di Carlotta Givo


Prendete per esempio il telecronista e il radiocronista, volete nomi? Bruno Pizzul, l'intramontabile voce delle partite della nostra nazionale di calcio; Guido Meda, il roboante narratore delle funamboliche imprese di Valentino Rossi; sono professionisti che lavorano principalmente di voce. Che dire poi dei magnetici toni che accompagnano le frequenti pubblicità nelle radio e in Tv? E gli speakeraggi affiancati ai trailers dei film in uscita? Quelli che vi invogliano a catapultarvi nelle sale cinematografiche si, quelli! E le favole che ascoltavate da piccini, registrate su nastro? Tutte voci, solo voci, sempre voci. Proviamo a capire come e quando ha avuto inizio la storia di questi mestieri, quanto si sono modificati nel tempo e in quale direzione muoversi per intraprendere questa carriera.

La radio
Nell'Italia dei primi anni del novecento lavorare con la voce significava principalmente fare l'attore di teatro o al limite il cantante. Con la messa in onda, nel 1924, della prima trasmissione radiofonica, si aggiunse una terza possibilità: fare lo speaker (così come lo si definisce oggi). Il nuovo mezzo si presentò da subito come una straordinaria fucina capace di sfornare nuove professioni o semplicemente allargare il raggio d'azione di quelle già esistenti: ad esempio furono molti i giornalisti che fecero il passaggio dalla carta stampata, lasciando la penna per il microfono. Con il comparire dei primi radiodrammi, sorta di fiction radiofoniche scritte appositamente per la radiodiffusione, si amplificarono anche le opportunità di lavoro per gli attori che prestavano le loro voci ai personaggi. Il perfezionamento delle tecniche di trasmissione ben presto permise di effettuare collegamenti in diretta dalle varie parti del Paese prima, del mondo poi. Una vera e propria manna dal cielo per gli appassionati di sport che finalmente potevano godersi le performance dei loro beniamini, comodamente seduti in poltrona o al tavolo di un caffè (la radio era un bene di lusso!). Nacque dunque la figura del cronista.

Il cinema
La voce fu nuovamente protagonista quando nel 1928 venne introdotto il sonoro nel cinema. Gran parte della produzione cinematografica era d'importazione americana. Le Majors hollywoodiane per non perdere una fetta consistente del mercato europeo cominciarono a girare in più versioni i film (tante quanti erano i paesi ai quali erano destinate le pellicole) facendo ripetere agli stessi attori dell'originale, le stesse scene in diverse lingue. Ad eccezione delle comiche surreali di Stanlio e Olio (ridoppiati magistralmente, molti anni più tardi, da Alberto Sordi e Mauro Zambuto), i risultati non furono eclatanti: spesso i dialoghi assumevano i caratteri della parodia con epiloghi grotteschi che andavano a discapito del contenuto. Per sopperire al problema le Majors si organizzarono per doppiare i film nelle nazioni in cui dovevano essere distribuiti e fu così che, anche in Italia, nacquero le prime cooperative di doppiaggio.

La televisione
Nel 1954 fece il suo ingresso un mezzo che subito si pensò dovesse soppiantare gli altri: la televisione. Con la televisione nacque la pubblicità (il famoso Carosello che purtroppo ci siamo persi!) e di nuovo si assistette a un boom impiegatizio delle voci. Radio e televisione furono anche le principali promotrici del successo della canzone. I cantanti si moltiplicarono. Negli anni 60 molti di loro si improvvisarono perfino attori. Negli anni 80 gran parte della programmazione della Tv commerciale consisteva in serial made in Usa e in cartoni animati giapponesi: di nuovo si presentò il problema del doppiaggio e di nuovo gli attori italiani si adoperarono a prestare ai colleghi stranieri le loro voci. Per esempio: il pacato Richard Cunningham di Happy Days parlava con la voce di Claudio Sorrentino. E credereste mai che Mimì, la pallavolista più amata dalle bambine italiane ( e non solo) era doppiata dalla stessa bravissima attrice, Giorgia Lepore, che oggi è la voce di Cameron Diaz, nonché di Brenda della serie Beverly Hills, nonché di Bonnie in Friends?
La televisione, inoltre, com'era già successo con la radio, provocò una serie di spostamenti di settore: la dissacrante Gialappa's Band, ad esempio, nasce e si forma negli studi radiofonici di Radio Popolare dove conquistò immediatamente il favore del pubblico. Passò poi per varie emittenti fino ad approdare, nel 1989, alla televisione con un format che traeva spunto proprio dal suo passato radiofonico: tre voci (in oltre dieci anni non si sono mai fatti riprendere dalle telecamere) a fare da spalla a un teatro di comici irriverenti e spassosissimi (Luciana Littizzetto, Antonio Albanese, il trio Aldo, Giovanni e Giacomo…).

Il cinema d'animazione
Continuando il percorso storico delle voci non si possono dimenticare i film di animazione. I primi vennero sfornati dal genio di Walt Disney e ancora oggi gran parte delle creazioni del settore portano questo marchio. È un genere particolarmente fortunato; negli ultimi cinque anni, infatti, la produzione è notevolmente aumentata, probabilmente in virtù del fatto che piace a tutti, giovani e meno giovani. Sempre più spesso il doppiaggio dei fantastici personaggi animati viene affidato non ad attori-doppiatori professionisti, bensì a personalità eclettiche del mondo dello spettacolo, professionisti a loro volta, ma di altri settori. Chi fra voi ha avuto l'occasione di vedere l'ultimo straordinario lavoro della Pixar Animation Studio (i papà di Toy's Story e del pesciolino Nemo), "Gli incredibili", avrà sicuramente riconosciuto nella voce dell'eccentrica stilista dei supereroi, Edna Mode, l'inconfondibile timbro della show woman Amanda Lear. Una scelta stilistica strepitosa: una voce singolare per un'eroina ancora più singolare. L'equivalente si potrebbe dire per l'accoppiata esilarante Garfield-Fiorello.

La formazione
Le forme d'arte comunicano tra loro, si contaminano: l'attore, il doppiatore, lo speaker, il cantante e perfino il giornalista passano senza problemi da un medium all'altro, da una forma di spettacolo a un'altra. In un bazar del genere è difficile orientarsi. Professione voce, suona bene, ma da dove si comincia? Dal lavorare sodo.
Questa è la risposta di alcuni professionisti del settore che da anni si occupano anche di formazione: "Il talento è una buona carta da giocarsi - dice Ivo De Palma (attore e doppiatore) - ma non basta! Per il doppiaggio specialmente una bella voce e una buona dizione non sono sufficienti: ci vuole una buona base di recitazione perché doppiare significa principalmente interpretare. L'attore doppiato e il doppiatore devono fondersi entrambi nel personaggio". Concorda Lucia Valenti, presidente dell'Ods (Operatori Doppiaggio e Spettacolo) e aggiunge: "Più la formazione risulta completa, più porte si apriranno in questo mondo che è nel contempo affascinante e capriccioso. Occorre possedere una buona base sulla quale andare poi a lavorare magari specializzandosi nella disciplina per la quale ci si sente più portati. Oggi hanno maggiori chance di ingaggio gli artisti versatili".
Rimane da svelare ancora un mistero: c'è un limite di età oltre il quale non è più consigliato di intraprendere questo tipo di carriera? La risposta la dà Danilo Bruni, direttore del CentroD: "Teoricamente no. I limiti sono legati più che altro alle difficoltà articolatorie della dizione: più si cresce meno si è elastici e più diventa complicato togliersi i difetti di pronuncia. Questo non esclude che una persona possa avere un talento smisurato e innato anche a quaranta anni. Personalmente ho incominciato a fare questo lavoro a ventinove anni".
E per la radio? Fino a una quindicina di anni fa il modello di radio era Radio Rai, sia per i contenuti, sia per la forma impostata che la caratterizzano ancora oggi. I dati dell'audiradio però parlano chiaro: la più seguita è Radio Deejay; eppure non è sicuramente una radio che privilegia la dizione perfetta, al contrario, l'intercalare dialettale è continuo. Allora tutti quei discorsi sul lavorare sodo, sull'essere professionalmente preparati? Luca Endemini, giovane conduttore di Radio Flash (patner del network nazionale Radio Popolare) ha una sua teoria: "Molte grandi emittenti si avvalgono di supporti tecnici che permettono loro di tenere un ritmo che una radio locale si sogna e una radio vecchio stile non prende neppure in considerazione. Gli ascoltatori abituali di radio si possono dividere in tre categorie: quello che la ascolta mentre è in auto o sul lavoro; il ragazzino che ha molto tempo; e quello che la sceglie, che solitamente è un fruitore più esigente e consapevole. Una radio con un ritmo sostenuto può piacere a tutti e tre i tipi; una radio più lenta, anche se ha contenuti migliori, piace solo all'ultimo. Ai ragazzi, per esempio, non interessa una dizione perfetta, preferiscono una radio che parli il loro linguaggio, dai contenuti anche importanti ma serviti con vivacità. La voce è importante per chiunque lavori nel mio settore, ma non conta soltanto che sia impostata, conta soprattutto che comunichi emozioni". Racconta Irene Mariatti, speaker: "Quando ho iniziato a lavorare in radio sei anni fa non avevo chissà quale preparazione, né vocale, né tecnica. Gran parte delle cose che so oggi le ho imparate strada facendo. Certo, in una radio nazionale ora come ora non sarebbe possibile una cosa del genere. La radio locale, pur non essendo di secondo ordine, è meno rigida sotto questo punto di vista. Lascia più spazio alla creatività personale. Ciò non toglie che adesso, con più esperienza, mi approccio al microfono con tutt'altro stato d'animo".
Lavorare con la voce prevede anche il saper utilizzare le strutture che supportano l'audio, primo fra tutti il microfono: "Il microfono è un truffatore: se conosci la tecnica per utilizzarlo l'effetto sarà notevole, se tentenni o sbagli anche solo un passaggio il risultato potrebbe essere orrendo" - sottolinea Ivo De Palma - "è necessario imparare a lavorare in sala di registrazione. All'inizio è dura poi diventa un po' come guidare un'auto: le prime volte la difficoltà sta nel coordinare le tante e diverse azioni che si devono compiere contemporaneamente perché l'auto possa andare avanti, poi, con l'esperienza tutto diventa automatico" conclude.
Dunque studiate ragazzi! Preparatevi ad affrontare la vostra platea, sia che vogliate cantare, recitare o semplicemente fare della vostra voce lo strumento della vostra professione. Fate soprattutto attenzione a scegliere una scuola seria, in grado di seguirvi e, perché no, inserirvi nell'ambiente. Chissà, il vostro timbro inconfondibile potrebbe entrare nella storia come il migliore del ventunesimo secolo.

 
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