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CHE VOCE!
Avete mai pensato che molte professioni
si sono costruite intorno alla voce? Proprio così, la nostra voce,
quella che usiamo tutti i giorni senza quasi pensarci, può diventare
un importante strumento di lavoro. Quando si parla di voce il parallelismo
con il canto è immediato ma esistono altre possibilità.
Prendete per esempio il telecronista e il radiocronista,
volete nomi? Bruno Pizzul, l'intramontabile voce delle partite della nostra
nazionale di calcio; Guido Meda, il roboante narratore delle funamboliche
imprese di Valentino Rossi; sono professionisti che lavorano principalmente
di voce. Che dire poi dei magnetici toni che accompagnano le frequenti
pubblicità nelle radio e in Tv? E gli speakeraggi affiancati ai
trailers dei film in uscita? Quelli che vi invogliano a catapultarvi nelle
sale cinematografiche si, quelli! E le favole che ascoltavate da piccini,
registrate su nastro? Tutte voci, solo voci, sempre voci. Proviamo a capire
come e quando ha avuto inizio la storia di questi mestieri, quanto si
sono modificati nel tempo e in quale direzione muoversi per intraprendere
questa carriera.
La radio
Nell'Italia dei primi anni del novecento lavorare con la voce significava
principalmente fare l'attore di teatro o al limite il cantante. Con
la messa in onda, nel 1924, della prima trasmissione radiofonica, si
aggiunse una terza possibilità: fare lo speaker (così
come lo si definisce oggi). Il nuovo mezzo si presentò da subito
come una straordinaria fucina capace di sfornare nuove professioni o
semplicemente allargare il raggio d'azione di quelle già esistenti:
ad esempio furono molti i giornalisti che fecero il passaggio dalla
carta stampata, lasciando la penna per il microfono. Con il comparire
dei primi radiodrammi, sorta di fiction radiofoniche scritte appositamente
per la radiodiffusione, si amplificarono anche le opportunità
di lavoro per gli attori che prestavano le loro voci ai personaggi.
Il perfezionamento delle tecniche di trasmissione ben presto permise
di effettuare collegamenti in diretta dalle varie parti del Paese prima,
del mondo poi. Una vera e propria manna dal cielo per gli appassionati
di sport che finalmente potevano godersi le performance dei loro beniamini,
comodamente seduti in poltrona o al tavolo di un caffè (la radio
era un bene di lusso!). Nacque dunque la figura del cronista.
Il cinema
La voce fu nuovamente protagonista quando nel 1928 venne introdotto
il sonoro nel cinema. Gran parte della produzione cinematografica era
d'importazione americana. Le Majors hollywoodiane per non perdere una
fetta consistente del mercato europeo cominciarono a girare in più
versioni i film (tante quanti erano i paesi ai quali erano destinate
le pellicole) facendo ripetere agli stessi attori dell'originale, le
stesse scene in diverse lingue. Ad eccezione delle comiche surreali
di Stanlio e Olio (ridoppiati magistralmente, molti anni più
tardi, da Alberto Sordi e Mauro Zambuto), i risultati non furono eclatanti:
spesso i dialoghi assumevano i caratteri della parodia con epiloghi
grotteschi che andavano a discapito del contenuto. Per sopperire al
problema le Majors si organizzarono per doppiare i film nelle nazioni
in cui dovevano essere distribuiti e fu così che, anche in Italia,
nacquero le prime cooperative di doppiaggio.
La televisione
Nel 1954 fece il suo ingresso un mezzo che subito si pensò dovesse
soppiantare gli altri: la televisione. Con la televisione nacque la
pubblicità (il famoso Carosello che purtroppo ci siamo persi!)
e di nuovo si assistette a un boom impiegatizio delle voci. Radio e
televisione furono anche le principali promotrici del successo della
canzone. I cantanti si moltiplicarono. Negli anni 60 molti di loro si
improvvisarono perfino attori. Negli anni 80 gran parte della programmazione
della Tv commerciale consisteva in serial made in Usa e in cartoni animati
giapponesi: di nuovo si presentò il problema del doppiaggio e
di nuovo gli attori italiani si adoperarono a prestare ai colleghi stranieri
le loro voci. Per esempio: il pacato Richard Cunningham di Happy Days
parlava con la voce di Claudio Sorrentino. E credereste mai che Mimì,
la pallavolista più amata dalle bambine italiane ( e non solo)
era doppiata dalla stessa bravissima attrice, Giorgia Lepore, che oggi
è la voce di Cameron Diaz, nonché di Brenda della serie
Beverly Hills, nonché di Bonnie in Friends?
La televisione, inoltre, com'era già successo con la radio, provocò
una serie di spostamenti di settore: la dissacrante Gialappa's Band,
ad esempio, nasce e si forma negli studi radiofonici di Radio Popolare
dove conquistò immediatamente il favore del pubblico. Passò
poi per varie emittenti fino ad approdare, nel 1989, alla televisione
con un format che traeva spunto proprio dal suo passato radiofonico:
tre voci (in oltre dieci anni non si sono mai fatti riprendere dalle
telecamere) a fare da spalla a un teatro di comici irriverenti e spassosissimi
(Luciana Littizzetto, Antonio Albanese, il trio Aldo, Giovanni e Giacomo
).
Il cinema d'animazione
Continuando il percorso storico delle voci non si possono dimenticare
i film di animazione. I primi vennero sfornati dal genio di Walt Disney
e ancora oggi gran parte delle creazioni del settore portano questo
marchio. È un genere particolarmente fortunato; negli ultimi
cinque anni, infatti, la produzione è notevolmente aumentata,
probabilmente in virtù del fatto che piace a tutti, giovani e
meno giovani. Sempre più spesso il doppiaggio dei fantastici
personaggi animati viene affidato non ad attori-doppiatori professionisti,
bensì a personalità eclettiche del mondo dello spettacolo,
professionisti a loro volta, ma di altri settori. Chi fra voi ha avuto
l'occasione di vedere l'ultimo straordinario lavoro della Pixar Animation
Studio (i papà di Toy's Story e del pesciolino Nemo), "Gli
incredibili", avrà sicuramente riconosciuto nella voce dell'eccentrica
stilista dei supereroi, Edna Mode, l'inconfondibile timbro della show
woman Amanda Lear. Una scelta stilistica strepitosa: una voce singolare
per un'eroina ancora più singolare. L'equivalente si potrebbe
dire per l'accoppiata esilarante Garfield-Fiorello.
La formazione
Le forme d'arte comunicano tra loro, si contaminano: l'attore, il doppiatore,
lo speaker, il cantante e perfino il giornalista passano senza problemi
da un medium all'altro, da una forma di spettacolo a un'altra. In un
bazar del genere è difficile orientarsi. Professione voce, suona
bene, ma da dove si comincia? Dal lavorare sodo.
Questa è la risposta di alcuni professionisti del settore che
da anni si occupano anche di formazione: "Il talento è una
buona carta da giocarsi - dice Ivo De Palma (attore e doppiatore) -
ma non basta! Per il doppiaggio specialmente una bella voce e una buona
dizione non sono sufficienti: ci vuole una buona base di recitazione
perché doppiare significa principalmente interpretare. L'attore
doppiato e il doppiatore devono fondersi entrambi nel personaggio".
Concorda Lucia Valenti, presidente dell'Ods (Operatori Doppiaggio e
Spettacolo) e aggiunge: "Più la formazione risulta completa,
più porte si apriranno in questo mondo che è nel contempo
affascinante e capriccioso. Occorre possedere una buona base sulla quale
andare poi a lavorare magari specializzandosi nella disciplina per la
quale ci si sente più portati. Oggi hanno maggiori chance di
ingaggio gli artisti versatili".
Rimane da svelare ancora un mistero: c'è un limite di età
oltre il quale non è più consigliato di intraprendere
questo tipo di carriera? La risposta la dà Danilo Bruni, direttore
del CentroD: "Teoricamente no. I limiti sono legati più
che altro alle difficoltà articolatorie della dizione: più
si cresce meno si è elastici e più diventa complicato
togliersi i difetti di pronuncia. Questo non esclude che una persona
possa avere un talento smisurato e innato anche a quaranta anni. Personalmente
ho incominciato a fare questo lavoro a ventinove anni".
E per la radio? Fino a una quindicina di anni fa il modello di radio
era Radio Rai, sia per i contenuti, sia per la forma impostata che la
caratterizzano ancora oggi. I dati dell'audiradio però parlano
chiaro: la più seguita è Radio Deejay; eppure non è
sicuramente una radio che privilegia la dizione perfetta, al contrario,
l'intercalare dialettale è continuo. Allora tutti quei discorsi
sul lavorare sodo, sull'essere professionalmente preparati? Luca Endemini,
giovane conduttore di Radio Flash (patner del network nazionale Radio
Popolare) ha una sua teoria: "Molte grandi emittenti si avvalgono
di supporti tecnici che permettono loro di tenere un ritmo che una radio
locale si sogna e una radio vecchio stile non prende neppure in considerazione.
Gli ascoltatori abituali di radio si possono dividere in tre categorie:
quello che la ascolta mentre è in auto o sul lavoro; il ragazzino
che ha molto tempo; e quello che la sceglie, che solitamente è
un fruitore più esigente e consapevole. Una radio con un ritmo
sostenuto può piacere a tutti e tre i tipi; una radio più
lenta, anche se ha contenuti migliori, piace solo all'ultimo. Ai ragazzi,
per esempio, non interessa una dizione perfetta, preferiscono una radio
che parli il loro linguaggio, dai contenuti anche importanti ma serviti
con vivacità. La voce è importante per chiunque lavori
nel mio settore, ma non conta soltanto che sia impostata, conta soprattutto
che comunichi emozioni". Racconta Irene Mariatti, speaker: "Quando
ho iniziato a lavorare in radio sei anni fa non avevo chissà
quale preparazione, né vocale, né tecnica. Gran parte
delle cose che so oggi le ho imparate strada facendo. Certo, in una
radio nazionale ora come ora non sarebbe possibile una cosa del genere.
La radio locale, pur non essendo di secondo ordine, è meno rigida
sotto questo punto di vista. Lascia più spazio alla creatività
personale. Ciò non toglie che adesso, con più esperienza,
mi approccio al microfono con tutt'altro stato d'animo".
Lavorare con la voce prevede anche il saper utilizzare le strutture
che supportano l'audio, primo fra tutti il microfono: "Il microfono
è un truffatore: se conosci la tecnica per utilizzarlo l'effetto
sarà notevole, se tentenni o sbagli anche solo un passaggio il
risultato potrebbe essere orrendo" - sottolinea Ivo De Palma -
"è necessario imparare a lavorare in sala di registrazione.
All'inizio è dura poi diventa un po' come guidare un'auto: le
prime volte la difficoltà sta nel coordinare le tante e diverse
azioni che si devono compiere contemporaneamente perché l'auto
possa andare avanti, poi, con l'esperienza tutto diventa automatico"
conclude.
Dunque studiate ragazzi! Preparatevi ad affrontare la vostra platea,
sia che vogliate cantare, recitare o semplicemente fare della vostra
voce lo strumento della vostra professione. Fate soprattutto attenzione
a scegliere una scuola seria, in grado di seguirvi e, perché
no, inserirvi nell'ambiente. Chissà, il vostro timbro inconfondibile
potrebbe entrare nella storia come il migliore del ventunesimo secolo.
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