InformaGiovani SOCIETA'

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gennaio/febbraio 2005






Contenitore buste di plastica

Per saperne di più

Centro Nuovo Modello di Sviluppo,
Guida al consumo critico, EMI,
Bologna, 2003

Worldwatch Institute,
State of the World 2004. Consumi,
Ed. Ambiente, Milano, 2004

 



 

COSA C'È DIETRO UN PRODOTTO
Continuiamo il viaggio nel mondo dei rifiuti, questa volta però… al contrario! Nello scorso numero di Informagiovani abbiamo scoperto "che fine fanno" i rifiuti che produciamo quotidianamente e quali conseguenze possono avere sull'ambiente e sulla società. Questa volta chiediamoci invece "da dove provengono" quegli stessi rifiuti, e quali problemi possono aver causato prima di essere stati prodotti nelle nostre case.


di Silvia Battaglia


Ma che cos'è un rifiuto? Come avevamo accennato, il rifiuto è un oggetto di cui noi decidiamo di disfarci: perché non più funzionante, perché non rispecchia più i nostri gusti o perché fuori moda, il rifiuto non è altro che un prodotto… "abbandonato". Tanti rifiuti, tanti prodotti abbandonati. Ma che cos'è un prodotto? Come è stato costruito? Dove? A partire da quali materiali? E da chi? In quali condizioni? Con quali effetti sull'ambiente? E sulle persone? Dietro quello che sembra un banale gesto di tutti i giorni, e cioè il comprare qualcosa, ci sono invece le risposte a tutte queste domande.
Insomma, quando acquistiamo un prodotto è come se ci portassimo a casa solo la punta di un iceberg. Per produrre quell'oggetto, infatti, sono state estratte diverse materie prime, le quali sono state trasportate negli impianti di lavorazione, poi trasformate in sottoprodotti; sicuramente sono stati aggiunti altre sostanze e materiali, fino ad ottenere il prodotto finale. Che si tratti di prodotti più semplici, da una biro ad un foglio di carta ad un vestito, fino ai più sofisticati, come un cellulare, le nostre attività economiche prelevano dalla natura energia e materia e le utilizzano per produrre merci e servizi. I materiali movimentati nelle varie fasi della produzione del prodotto e accumulati come rifiuti in qualche luogo (o meglio, in tanti luoghi diversi…), ma che il consumatore non vedrà mai, vengono definiti "zaino ecologico" del prodotto. Lo zaino può essere costituito da ghiaia, sabbia, minerali, petrolio, carbone, gas naturale, biomassa vegetale ed animale, terreno fertile, acqua, aria, ecc., che non fanno parte del prodotto finale ma che hanno un forte impatto sull'ambiente. Ad esempio, 1 litro di aranciata, in base al Paese da cui proviene, può avere fino a 100 kg di materiali nascosti; un giornale quotidiano, del peso di soli 500 g, ha uno zaino di 10 kg; la costruzione di un'automobile produce 15 tonnellate di detriti solidi, senza contare l'acqua utilizzata; lo zaino ecologico di una marmitta catalitica, se il platino in essa presente non è riciclato, pesa più di 2,5 tonnellate; un anello d'oro di circa 10 grammi, necessita di 3,5 tonnellate di materiale minerale! Più il prodotto è prezioso o elaborato, infatti, maggiore è il suo zaino ecologico.
Le risorse naturali del pianeta, però, non sono affatto illimitate e anche gli ecosistemi hanno una capacità limitata di assorbire i rifiuti e gli inquinanti che produciamo. Si pensi ad alcune conseguenze non previste in passato: effetto serra e cambiamenti climatici, siccità, alluvioni, piogge acide... Non mancano, poi, conseguenze altrettanto importanti di tipo sociale: i consumatori ricchi del pianeta prelevano le risorse naturali anche a scapito delle popolazioni più povere. Se tutti gli abitanti del pianeta consumassero come un americano medio, infatti, avremmo bisogno di almeno 3 pianeti come la Terra!

Spazzatura e informatica
Prendiamo ad esempio un prodotto comune come il computer: secondo alcuni l'era informatica contribuisce a diminuire il consumo di materiali, basti pensare alla possibilità di leggere un libro o una rivista su internet senza bisogno di abbattere alberi. In realtà, i componenti fondamentali dei chip dei computer e degli strumenti elettronici in generale, ossia i semiconduttori, richiedono un uso di materiali decisamente superiore rispetto ai prodotti "tradizionali". Per produrre un microchip da 32 megabyte, del peso di 2 grammi, sono necessari 72 grammi di sostanze chimiche, 700 grammi di gas elementari, 32.000 grammi di acqua e 1.200 grammi di combustibili fossili. I chip devono essere prodotti in ambienti puliti e privi di particelle che potrebbero danneggiarli, ma i lavoratori impegnati nella produzione sono esposti a molte sostanze chimiche. Sono inoltre prodotte enormi quantità di rifiuti chimici, che in molti casi contaminano le acque sotterranee nei dintorni dei siti di produzione. In tutto il mondo esistono più di mezzo miliardo di personal computer: un solo monitor con schermo a tubo catodico contiene da 2 a 4 kg di piombo, oltre a fosforo, bario, cromo esavalente; inoltre in ogni computer sono presenti quasi 6 kg e mezzo di plastiche di differenti tipi, cosa che rende difficile il riciclaggio. Secondo alcune stime, poi, il 50-80% dei rifiuti elettronici statunitensi destinati al riciclaggio vengono spediti in Asia, in particolare in Cina, India e Pakistan, in strutture dove i computer vengono smontati usando anche le mani nude, dove gli operai sono soggetti a forti problemi respiratori e irritazioni polmonari e dove i componenti vengono spesso abbandonati all'aperto o nei fiumi. Utilizzare il proprio computer per più tempo possibile anziché cambiarlo frequentemente diventa quindi una scelta molto importante.
Anche prodotti molto più semplici creano non meno problemi. I sacchetti di plastica, derivanti dal petrolio, sono emblematici. Nel 2002, in tutto il pianeta sono stati prodotti circa 4000-5000 miliardi di sacchetti di vario genere e dimensioni. L'80% è utilizzato da Stati Uniti ed Europa occidentale, ma la tendenza si sta purtroppo estendendo anche nei paesi in via di sviluppo. Il Bangladesh, ad esempio, ha vietato il loro utilizzo dopo aver scoperto che i sacchetti abbandonati ostruivano condutture e scarichi fognari, causando allagamenti e un aumento delle infezioni trasmesse tramite l'acqua. È evidente che un'abitudine banale come quella di usare buste in tessuto, o comunque resistenti e riutilizzabili, sia una "boccata di ossigeno" per noi e per l'ambiente.
Ma la plastica ci circonda e ci insegue sotto varie forme. Pensiamo al crescente utilizzo di acqua in bottiglia. Nel 1999 le vendite di PET, la plastica più usata per le bottiglie di acqua, sono state pari a circa 738 milioni di kg, quantità più che raddoppiata rispetto al 1990. Nel 2002, negli USA sono stati venduti 14 miliardi di bottiglie d'acqua, di cui il 90% è finito nelle spazzature pur essendo riciclabili. Per produrre 1 solo kg di PET si utilizzano 17,5 kg di acqua, ossia molta di più rispetto all'acqua che quella bottiglia potrà contenere!

Cara acqua
Per fortuna, mentre aumentano gli studi che dimostrano come spesso la qualità dell'acqua in bottiglia non sia così elevata come si pensa, c'è chi fa una scelta più economica e meno inquinante: come il Consiglio Comunale di Torino, che lo scorso ottobre ha votato una mozione che prevede, nelle mense scolastiche delle scuole dell'obbligo, di sostituire le bottigliette di acqua minerale con semplici caraffe di acqua del rubinetto.
L'acqua è anche l'ingrediente principale delle bibite gassate, nelle quali sono aggiunti dolcificanti, anidride carbonica, decine di aromi naturali e artificiali e spesso caffeina. Imbottigliate in accattivanti bottiglie o lattine, le bibite sono poi distribuite ai consumatori di tutto il mondo. Se nei paesi ricchi i nutrizionisti sono allarmati per il fenomeno dell'obesità, nei paesi poveri, dove gran parte della popolazione non dispone di acqua potabile, spesso la comunità entra in conflitto con le aziende imbottigliatrici. Uno stabilimento medio, infatti, che sforna oltre 300.000 litri di bevande gassate al giorno, utilizza fino a un milione e mezzo di litri di acqua, quantità sufficiente per il fabbisogno minimo di almeno 20.000 persone. E così è successo, per esempio, che in India, a Plachimada, nell'aprile del 2003 le autorità locali abbiano revocato la licenza ad uno stabilimento di imbottigliamento della Coca Cola dopo che i residenti avevano denunciato una diminuzione dell'acqua nei pozzi e un peggioramento della qualità.
Gli esempi potrebbero continuare su tanti altri prodotti: i diamanti, per i quali i Boscimani del Kalahari sono sfrattati con la forza dalle loro terre per far spazio alle miniere; il cioccolato, dietro al quale esistono storie di deforestazione, di schiavitù e sfruttamento; il tabacco, che oltre ai noti effetti sulla salute, in molti paesi del sud del mondo rappresenta la causa principale della distruzione di intere foreste; i gamberetti, il cui allevamento in acquacoltura rappresenta un tipo di industria fra le più distruttive; le uova, dietro alle quali in molti casi si nascondono allevamenti di galline ovaiole assolutamente non rispettosi degli animali.

Ma non scoraggiamoci
Anziché motivo di sconforto o indifferenza, per molti ragazzi e adulti la conoscenza di queste situazioni si traduce in un forte desiderio di "cambiare le cose"! Si può scegliere di diventare consumatori attenti alla storia sociale ed ambientale dei prodotti, a ridurre la produzione dei rifiuti, a non buttare prodotti ancora utilizzabili da altri. Si possono preferire i prodotti biologici, quelli con minore impatto ambientale e quelli del commercio equo e solidale, ad esempio. Ci si può mantenere informati e informare gli altri. Le riviste e i siti internet che trattano questi argomenti sono molti e per tutti i gusti: da Altreconomia (www.altreconomia.it), a Vita (www.vita.it), Carta (www.carta.org) e molte altre ancora. Si può anche diventare attivi in prima persona, dando il proprio contributo fra le tante campagne promosse dalle associazioni di volontariato e le Ong, da Rete Lilliput (www.retelilliput.it) a Manitese (www.manitese.it) a Bilanci di Giustizia (www.bilancidigiustizia.it), fino alle associazioni ambientali più note.

 
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