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Centro
Nuovo Modello di Sviluppo,
Guida al consumo critico, EMI,
Bologna, 2003
Worldwatch Institute,
State of the World 2004. Consumi,
Ed. Ambiente, Milano, 2004
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COSA
C'È DIETRO UN PRODOTTO
Continuiamo il viaggio nel mondo dei
rifiuti, questa volta però
al contrario! Nello scorso numero
di Informagiovani abbiamo scoperto "che fine fanno" i rifiuti
che produciamo quotidianamente e quali conseguenze possono avere sull'ambiente
e sulla società. Questa volta chiediamoci invece "da dove
provengono" quegli stessi rifiuti, e quali problemi possono aver
causato prima di essere stati prodotti nelle nostre case.
Ma che cos'è un rifiuto? Come avevamo accennato,
il rifiuto è un oggetto di cui noi decidiamo di disfarci: perché
non più funzionante, perché non rispecchia più i
nostri gusti o perché fuori moda, il rifiuto non è altro
che un prodotto
"abbandonato". Tanti rifiuti, tanti prodotti
abbandonati. Ma che cos'è un prodotto? Come è stato costruito?
Dove? A partire da quali materiali? E da chi? In quali condizioni? Con
quali effetti sull'ambiente? E sulle persone? Dietro quello che sembra
un banale gesto di tutti i giorni, e cioè il comprare qualcosa,
ci sono invece le risposte a tutte queste domande.
Insomma, quando acquistiamo un prodotto è come se ci portassimo
a casa solo la punta di un iceberg. Per produrre quell'oggetto, infatti,
sono state estratte diverse materie prime, le quali sono state trasportate
negli impianti di lavorazione, poi trasformate in sottoprodotti; sicuramente
sono stati aggiunti altre sostanze e materiali, fino ad ottenere il prodotto
finale. Che si tratti di prodotti più semplici, da una biro ad
un foglio di carta ad un vestito, fino ai più sofisticati, come
un cellulare, le nostre attività economiche prelevano dalla natura
energia e materia e le utilizzano per produrre merci e servizi. I materiali
movimentati nelle varie fasi della produzione del prodotto e accumulati
come rifiuti in qualche luogo (o meglio, in tanti luoghi diversi
),
ma che il consumatore non vedrà mai, vengono definiti "zaino
ecologico" del prodotto. Lo zaino può essere costituito da
ghiaia, sabbia, minerali, petrolio, carbone, gas naturale, biomassa vegetale
ed animale, terreno fertile, acqua, aria, ecc., che non fanno parte del
prodotto finale ma che hanno un forte impatto sull'ambiente. Ad esempio,
1 litro di aranciata, in base al Paese da cui proviene, può avere
fino a 100 kg di materiali nascosti; un giornale quotidiano, del peso
di soli 500 g, ha uno zaino di 10 kg; la costruzione di un'automobile
produce 15 tonnellate di detriti solidi, senza contare l'acqua utilizzata;
lo zaino ecologico di una marmitta catalitica, se il platino in essa presente
non è riciclato, pesa più di 2,5 tonnellate; un anello d'oro
di circa 10 grammi, necessita di 3,5 tonnellate di materiale minerale!
Più il prodotto è prezioso o elaborato, infatti, maggiore
è il suo zaino ecologico.
Le risorse naturali del pianeta, però, non sono affatto illimitate
e anche gli ecosistemi hanno una capacità limitata di assorbire
i rifiuti e gli inquinanti che produciamo. Si pensi ad alcune conseguenze
non previste in passato: effetto serra e cambiamenti climatici, siccità,
alluvioni, piogge acide... Non mancano, poi, conseguenze altrettanto importanti
di tipo sociale: i consumatori ricchi del pianeta prelevano le risorse
naturali anche a scapito delle popolazioni più povere. Se tutti
gli abitanti del pianeta consumassero come un americano medio, infatti,
avremmo bisogno di almeno 3 pianeti come la Terra!
Spazzatura e informatica
Prendiamo ad esempio un prodotto comune come il computer: secondo alcuni
l'era informatica contribuisce a diminuire il consumo di materiali,
basti pensare alla possibilità di leggere un libro o una rivista
su internet senza bisogno di abbattere alberi. In realtà, i componenti
fondamentali dei chip dei computer e degli strumenti elettronici in
generale, ossia i semiconduttori, richiedono un uso di materiali decisamente
superiore rispetto ai prodotti "tradizionali". Per produrre
un microchip da 32 megabyte, del peso di 2 grammi, sono necessari 72
grammi di sostanze chimiche, 700 grammi di gas elementari, 32.000 grammi
di acqua e 1.200 grammi di combustibili fossili. I chip devono essere
prodotti in ambienti puliti e privi di particelle che potrebbero danneggiarli,
ma i lavoratori impegnati nella produzione sono esposti a molte sostanze
chimiche. Sono inoltre prodotte enormi quantità di rifiuti chimici,
che in molti casi contaminano le acque sotterranee nei dintorni dei
siti di produzione. In tutto il mondo esistono più di mezzo miliardo
di personal computer: un solo monitor con schermo a tubo catodico contiene
da 2 a 4 kg di piombo, oltre a fosforo, bario, cromo esavalente; inoltre
in ogni computer sono presenti quasi 6 kg e mezzo di plastiche di differenti
tipi, cosa che rende difficile il riciclaggio. Secondo alcune stime,
poi, il 50-80% dei rifiuti elettronici statunitensi destinati al riciclaggio
vengono spediti in Asia, in particolare in Cina, India e Pakistan, in
strutture dove i computer vengono smontati usando anche le mani nude,
dove gli operai sono soggetti a forti problemi respiratori e irritazioni
polmonari e dove i componenti vengono spesso abbandonati all'aperto
o nei fiumi. Utilizzare il proprio computer per più tempo possibile
anziché cambiarlo frequentemente diventa quindi una scelta molto
importante.
Anche prodotti molto più semplici creano non meno problemi. I
sacchetti di plastica, derivanti dal petrolio, sono emblematici. Nel
2002, in tutto il pianeta sono stati prodotti circa 4000-5000 miliardi
di sacchetti di vario genere e dimensioni. L'80% è utilizzato
da Stati Uniti ed Europa occidentale, ma la tendenza si sta purtroppo
estendendo anche nei paesi in via di sviluppo. Il Bangladesh, ad esempio,
ha vietato il loro utilizzo dopo aver scoperto che i sacchetti abbandonati
ostruivano condutture e scarichi fognari, causando allagamenti e un
aumento delle infezioni trasmesse tramite l'acqua. È evidente
che un'abitudine banale come quella di usare buste in tessuto, o comunque
resistenti e riutilizzabili, sia una "boccata di ossigeno"
per noi e per l'ambiente.
Ma la plastica ci circonda e ci insegue sotto varie forme. Pensiamo
al crescente utilizzo di acqua in bottiglia. Nel 1999 le vendite di
PET, la plastica più usata per le bottiglie di acqua, sono state
pari a circa 738 milioni di kg, quantità più che raddoppiata
rispetto al 1990. Nel 2002, negli USA sono stati venduti 14 miliardi
di bottiglie d'acqua, di cui il 90% è finito nelle spazzature
pur essendo riciclabili. Per produrre 1 solo kg di PET si utilizzano
17,5 kg di acqua, ossia molta di più rispetto all'acqua che quella
bottiglia potrà contenere!
Cara acqua
Per fortuna, mentre aumentano gli studi che dimostrano come spesso la
qualità dell'acqua in bottiglia non sia così elevata come
si pensa, c'è chi fa una scelta più economica e meno inquinante:
come il Consiglio Comunale di Torino, che lo scorso ottobre ha votato
una mozione che prevede, nelle mense scolastiche delle scuole dell'obbligo,
di sostituire le bottigliette di acqua minerale con semplici caraffe
di acqua del rubinetto.
L'acqua è anche l'ingrediente principale delle bibite gassate,
nelle quali sono aggiunti dolcificanti, anidride carbonica, decine di
aromi naturali e artificiali e spesso caffeina. Imbottigliate in accattivanti
bottiglie o lattine, le bibite sono poi distribuite ai consumatori di
tutto il mondo. Se nei paesi ricchi i nutrizionisti sono allarmati per
il fenomeno dell'obesità, nei paesi poveri, dove gran parte della
popolazione non dispone di acqua potabile, spesso la comunità
entra in conflitto con le aziende imbottigliatrici. Uno stabilimento
medio, infatti, che sforna oltre 300.000 litri di bevande gassate al
giorno, utilizza fino a un milione e mezzo di litri di acqua, quantità
sufficiente per il fabbisogno minimo di almeno 20.000 persone. E così
è successo, per esempio, che in India, a Plachimada, nell'aprile
del 2003 le autorità locali abbiano revocato la licenza ad uno
stabilimento di imbottigliamento della Coca Cola dopo che i residenti
avevano denunciato una diminuzione dell'acqua nei pozzi e un peggioramento
della qualità.
Gli esempi potrebbero continuare su tanti altri prodotti: i diamanti,
per i quali i Boscimani del Kalahari sono sfrattati con la forza dalle
loro terre per far spazio alle miniere; il cioccolato, dietro al quale
esistono storie di deforestazione, di schiavitù e sfruttamento;
il tabacco, che oltre ai noti effetti sulla salute, in molti paesi del
sud del mondo rappresenta la causa principale della distruzione di intere
foreste; i gamberetti, il cui allevamento in acquacoltura rappresenta
un tipo di industria fra le più distruttive; le uova, dietro
alle quali in molti casi si nascondono allevamenti di galline ovaiole
assolutamente non rispettosi degli animali.
Ma non scoraggiamoci
Anziché motivo di sconforto o indifferenza, per molti ragazzi
e adulti la conoscenza di queste situazioni si traduce in un forte desiderio
di "cambiare le cose"! Si può scegliere di diventare
consumatori attenti alla storia sociale ed ambientale dei prodotti,
a ridurre la produzione dei rifiuti, a non buttare prodotti ancora utilizzabili
da altri. Si possono preferire i prodotti biologici, quelli con minore
impatto ambientale e quelli del commercio equo e solidale, ad esempio.
Ci si può mantenere informati e informare gli altri. Le riviste
e i siti internet che trattano questi argomenti sono molti e per tutti
i gusti: da Altreconomia (www.altreconomia.it),
a Vita (www.vita.it), Carta (www.carta.org)
e molte altre ancora. Si può anche diventare attivi in prima
persona, dando il proprio contributo fra le tante campagne promosse
dalle associazioni di volontariato e le Ong, da Rete Lilliput (www.retelilliput.it)
a Manitese (www.manitese.it) a
Bilanci di Giustizia (www.bilancidigiustizia.it),
fino alle associazioni ambientali più note.
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