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Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2005

LA PORTA CHIUSA
"Costruire relazioni di meraviglia" S.Natoli.
Il mondo attorno a noi spesso è grigio, monotono ma imprevedibile, senza speranza, senza futuro. Siamo pieni di paure e restrizioni, più propensi a conservare che a esplorare nuove possibilità. E nello stesso tempo più incerti, instabili, sempre in movimento e alla ricerca (alla conquista?) di una solidità che resta un desiderio, o un miraggio, diffuso.


di Aldo Ferrari Pozzato


Siamo immersi in un'atmosfera, morale e materiale, perniciosa. La nostra città ne è un esempio non peggiore di altri. E gli interventi urbanistici per ora non sembrano in grado di rappresentare una svolta rispetto a questo stato di cose: sempre più spazi chiusi, mai che l'occhio possa riposarsi su uno spazio aperto, quell'infinito che è una necessità spirituale ma anche fisica. Le tonalità naturali dei prati, degli alberi e delle stagioni cedono il passo ai colori truccati degli edifici e delle luci artificiali. Eppure Torino ha un patrimonio di migliaia di alberi, chilometri di portici per passeggiare, milioni di metri quadri di parchi pubblici.
Ma l'impressione resta quella di una erosione continua. Uno strato di polveri alifatiche si deposita sui nostri vestiti, dentro i nostri polmoni e nelle nostre anime. Ci viene difficile considerare interessante quello che abbiamo dentro noi e contemporaneamente quello che hanno dentro gli altri. Una delle due prospettive, "noi" oppure "gli altri" ci appare disperatamente priva di ogni attrattiva. A volte anche tutte e due. È come se fosse compromessa la fiducia nella possibilità di scoprire, di ritrovare in se stessi e negli altri quella profondità, quella solidità e quella continuità che di per sé non fanno parte del modo di essere che ci tocca condividere. Tutto è veloce, inafferrabile, indefinito, precario, provvisorio, temporaneo.
Le relazioni che intessiamo ne sono uno specchio e una parte. I concetti di verità, giustizia, pace, speranza, equità, amore, solidarietà paiono adattabili a qualunque circostanza, senza una propria, almeno minima, sostanzialità.
Per noi tutto, in via di principio, è soggetto a spiegazione e riconducibile a delle leggi inesorabili, del tipo causa-effetto. Se qualcosa ci è oscuro è solo perché non abbiamo ancora ben investigato e concatenato i meccanismi che lo regolano. Quindi tutto, di per sé, è prevedibile, è solo questione di avere tutti i dati e le leggi necessari. E la libertà, le emozioni, la fantasia, la creatività, l'arte, le passioni, la vita? Se tutto è parte del meccanismo universale, nulla è davvero imprevedibile. E la nostra funzione di meraviglia si atrofizza.
Il mio sguardo sugli altri diventa uno sguardo saputo, pronto a catalogare, a incasellare, a diagnosticare. Non è possibile lasciarsi sorprendere e investire dalla novità. Che noia! Ma anche: che sicurezza! E senza nessuno sforzo, al limite si tratta di non sbagliarsi a inquadrare l'altro. Una specie di anestesia interiore, molto comoda, ma anche molto riduttiva. Talmente riduttiva da portare, a volte, a non trovare più un senso per la propria o l'altrui vita.
Per fare silenzio e poter cogliere con cuore rinnovato il mondo intorno è necessario chiudere la porta della nostra interiorità al fiume ininterrotto di irrilevanti distrazioni che il tran-tran quotidiano ci propone. Il silenzio è per l'anima quello che l'infinito è per lo sguardo: la possibilità di sprofondare, vagare, scoprire, ascoltare, stupirsi...
Alle volte si tratta di chiudere anche una porta materiale. Silenzio vuol dire potersi fermare. A A.RI.A. l'avventura vera e propria inizia quando la porta si chiude, quando per un'ora o quello che è, usciamo dal fiume impetuoso o stagnante, limpido o lutulento della nostra esistenza e ci fermiamo sull'isola ricavata dal gesto di chiudere una porta e rimanere con noi stessi. Non c'è più fretta. Come se cambiassimo pelle, o almeno abito mentale. Il vecchio Machiavelli stava all'osteria a giocare e disputare con i ghiottoni, vestito poveramente. Ma quando, a sera, andava nello studio e si immergeva nella sua altra più vera vita, i classici, si cambiava e si acconciava in modo più decoroso. Per me è così, spiritualmente. E non sempre è facile, perché il rumore di ciò che mi succede fuori dalla porta può essere insistente e ostinato. Fare silenzio è anche lavoro, disciplina e fatica.
Ma è la condizione indispensabile per mettersi in ascolto, di me e di chi mi sta di fronte. Ascolto che è scoperta, come l'occhio che scorre sull'infinito e sul cangiante paesaggio. È lasciarsi sorprendere, vedere l'altro e la sua esperienza con occhi immacolati (beh, nei limiti del possibile), riuscire a far arrivare all'altro la nostra sorpresa, dargli la possibilità di ristabilire un rapporto con il proprio paesaggio interiore: costruire relazioni di meraviglia.
Ed essere curiosi e sempre alla ricerca di noi, degli altri e del mondo è forse la funzione principale di quella adolescenza senza tempo, dell'anima, che nutre tutti i sogni e i progetti che ci danno ancora, nonostante tutto, una speranza.
 
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