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Dal
1995 esiste una legge che fissa i livelli massimi divisi per
zone.
ospedali,
asili, scuole, parchi o attività agricole: il rumore
non dovrebbe superare i 50 db di giorno e 40 di notte
aree residenziali 55 di giorno e 45 di notte
aree miste (urbane, industriali, artigiane) 60 di giorno e 50
di notte
per le urbane a traffico intenso e grande attività commerciale
65 di giorno e 55 di notte
aree prevalentamente industriali 60 di giorno e 70 di notte
aree solo industriali 70 di giorno e 70 di notte
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Intensità
del rumore espressa in db
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Locale
ben isoalto: 10
Ticchettio di orologio: 20
Bisbiglio: 25
Case d'abitazione: 30
Apparecchio radio: 40
Ufficio normale: 45
Conversazione: 50
Aspirapolvere: 55
Auto in transito: 70
Officina: 80
Traffico nelle ore di punta in una via di città: 90
Clacson: 120
Martello pneumatico: 130
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0-35 db: nessun problema
36-65 db: possibile disturbo del sonno
66-85 db: affaticamento, possibili danni psichici
86-115 db: danni psichici, neurovegetativi e uditivi
116-130 db: pericolo per l'apparato uditivo
131-150 db: suono o rumore molto pericoloso, che procura
rapida insorgenza del danno.
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IL
SUONO DEL SILENZIO
"The sound of silence" cantavano
Simon e Garfunkel nel 1969 ed è proprio così.
Nella civiltà dei suoni e delle immagini, della comunicazione e
delle comunicazioni, della pubblicità e del marketing pensiamo
al silenzio solo come negazione del frastuono e della confusione che ci
stringono d'assedio. Ma al di là del rumore c'è qualcosa
di più. C'è il suono del silenzio, un mondo da scoprire,
o meglio, da riscoprire.
"Si è molto discusso e scritto dei
'grandi silenzi' (mistici-estatici-emotivi), dei silenzi negativi (subiti
o imposti), dei silenzi sintomo (di malattia o dolore), ma assai meno
dei silenzi scelti - dice Nicoletta Polla Mattiot, autrice del libro Riscoprire
il silenzio (Baldini Castoldi Dalai Editore) -; cercare una qualità
volontaria e deliberata del tacere è un privilegio contemporaneo.
Il mondo della comunicazione ha declinato fuori misura le possibilità
di entrare in contatto, trasferire informazioni, dirsi, raccontarsi. Oggi
siamo oltre i decibel, mentali e acustici, recepibili. L'alternativa,
in termini di efficacia, la possibilità di farsi notare, è
la privazione di qualsiasi suono, l'assenza di rumore".
Rumore, rumore
Dopo uno studio su un campione di residenti delle città italiane
più rumorose (tra cui spiccano Roma, Napoli e Milano), l'OMS
ha stabilito il limite del 65% di decibel per il giorno e 55% per la
notte.
I rischi sono in agguato, perché la sensazione soggettiva dell'udito
non è proporzionale all'aumento dell'intensità sonora.
Una volta che vengono colpite, le cellule uditive scompaiono e non riescono
più a rigenerarsi. Le sorgenti dell'inquinamento acustico sono
innumerevoli. Il lavoro, per esempio: per l'Inail i lavoratori più
colpiti dalla degenerazione dell'udito sono i metalmeccanici, i lavoratori
edili, i minatori, i lavoratori del legno, i tessili, i chimici e i
trasportatori.
I sintomi del deficit acustico cambiano secondo la causa. L'esposizione
a rumore continuo, come nelle fabbriche, provoca inizialmente effetti
sfumati (semplici disturbi nella percezione di suoni ad alta tonalità,
per esempio lo squillo del telefono). Nel giro di dieci anni, si passa
all'incomprensione verbale, prima con rumore di sottofondo e poi anche
in condizione di quiete acustica. L'esposizione a rumore impulsivo (come
quello delle discoteche), invece, causa un trauma acustico acuto caratterizzato
da "ipoacusia con sensazione di occlusione auricolare e acufeni"
(i tipici fischi alle orecchie). Generalmente questi sintomi sono transitori,
ma possono diventare permanenti in casi di rumori impulsivi molto violenti.
Per gli uomini, così come per gli animali, il rumore è
segnale di pericolo. Questo attiva tutta una serie di reazioni vegetative,
umorali, motorie e psicologiche che hanno lo scopo di preparare all'attacco
o alla fuga. Oggi esistono troppe fonti innaturali di rumore, che hanno
intensità e durata insostenibili. Quindi, oltre ai problemi uditivi,
i suoni eccessivi provocano disturbi nervosi, cardiovascolari, sessuali
e al feto. Non a caso, la legge (nella maggior parte dei paesi occidentali)
impone alle donne incinte l'astensione da lavori in cui il rumore ecceda
gli 80 decibel. Un vero e proprio disturbo neurologico legato al rumore
è la cosiddetta malattia dei sussulti (startle desease), per
non parlare dell'insonnia che ormai colpisce il 30 per cento della popolazione
occidentale.
Oltre il 60% del rumore che facciamo è inutile. "È
un aspetto trascurato sia sul piano della progettazione dell'ambiente
urbano sia nelle nostre abitudini - dice l'audiologo Antonio Arpini,
titolare della Cattedra di Audiologia dell'Università di Milano,
che ha organizzato i cosiddetti sentieri del silenzio, studiando un
gruppo di giovani a contatto con la natura all'interno delle oasi del
WWF -. I giovani non conoscono i segnali sonori naturali, perché
fin dalla nascita il loro udito è bombardato da molti rumori,
tutti insieme, che spesso superano i 70db. L'udito memorizza il livello
sonoro a cui è esposto non permettendo all'orecchio di sentire
i suoni naturali, si assuefa tanto che si crea una sorta di dipendenza,
come quella di accendere la radio o la TV appena arrivati a casa. Inoltre
c'è la tendenza a tenere il volume troppo alto, senza pensare
che potenziando il suono non migliora la qualità dell'audizione,
ma si riduce la capacità selettiva dei suoni. Importante è
anche far risposare l'udito almeno 30 minuti al giorno. Infine, la bonifica
ambientale. Non è necessario arrivare a imbottire porte e pareti,
basta arredare facendo largo uso di tendaggi, tappeti e doppi vetri
alle finestre".
Silenzio, si balla, si pensa, si viaggia
Tanti giovani che si agitano nel più assoluto silenzio. Si tratta
di un "mutus party", il "rave muto" nato a Venezia
che ha subito riscosso grandi consensi anche all'estero, Londra compresa,
dove sono rimasti folgorati dal suo "valore concettuale".
In effetti, è nato per esigenze di convivenza civile. "Venezia
è una città dove si vive gomito a gomito - spiega Michele
Brunello del gruppo AttuAlamente, fautore dell'iniziativa insieme al
Comune - dovevamo trovare una via di mezzo tra il nulla, dopo le 11
di sera, e il rumore. Così ci sono venute in mente le cuffiette".
Una consolle, molte cuffie e il rave è fatto. Inoltre, possono
agire contemporaneamente tanti dj diversi, offrendo ai partecipanti
la possibilità di scegliere tra musica elettronica, etnica, revival
o dance.
E poi ci sono i "quiet party" nati dall'idea di due giovani
amici artisti, Paul Rebhan e Tony Noe, una sera in cui non riuscivano
a trovare in tutta New York un locale dove poter stare in santa pace.
Ora la moda si sta diffondendo in tutto il mondo, Italia compresa. Si
sorseggia qualcosa nella più assoluta pace, al massimo ci si
passa messaggi scritti nelle "silent room" (rigorosamente
con carta e penna, banditi gli sms naturalmente!), e arrivano anche
i "silent dating" dove i single possono conoscersi senza parlare
(per saperne di più: www.quietparty.com).
Niente di nuovo per i francesi, che al business del silenzio avevano
già pensato in pieno '68 con la catena dei Relais du Silence
(oggi 265 alberghi distribuiti in dodici Paesi europei, di cui 15 in
Italia). "Molto prima che l'ecologia diventasse una moda, noi abbiamo
combattuto contro l'inquinamento atmosferico e sonoro - dice Margherita
Forzutti, presidente dell'associazione con sede in Italia (www.relaisdusilence.it)
-. Abbiamo decisamente optato per la qualità della vita, ricercando
la clientela che preferisce il canto degli uccelli allo stridore dei
pneumatici ed i profumi della natura ai fumi dello smog". Gli alberghi,
infatti, si distinguono per il rispetto dell'ambiente, la tranquillità
che riescono ad offrire ai clienti, lo stile personalizzato, la gestione
sempre familiare, il controllo periodico della qualità. Un relais
non è mai uguale all'altro: case patrizie si alternano a manieri,
castelli a fattorie, mulini ad antichi "alberghi posta" e
chalets. Tutti diversi, ma tutti ricchi di fascino e di silenzio.
Taccio ergo sum
Ma c'è di più. Il silenzio può essere una vera
sfida intellettuale: dalla letteratura alla musica, dall'arte alla psicoanalisi,
dalla pedagogia alla zoologia, alla geografia. Come spiega Nicoletta
Polla Mattiot, il silenzio può essere fonte di emozione, ma anche
di potere (tacere una minaccia facendola intuire può essere assai
più efficace). Così può sedurre o rendere migliore
un discorso. Il neurobiologo Jean Pierre Changeux, nel suo recente saggio
sull'apprendimento, spiega come "imparare" significhi soprattutto
"eliminare". E ancora il "non detto" traccia la
distanza tra ordinario e straordinario, basti pensare ai riti iniziatici
e alla magia, al tema del "mistero", che così fortemente
si salda a quello del segreto.
Non un solo silenzio, ma tanti silenzi quindi. Un silenzio che non si
contrappone come antitesi alla parola, ma che con essa si integra, giocando
un ruolo dinamico, essenziale. Tra i tanti esperti interpellati, anche
l'etologo Andrea Pirovano, che illumina sul ruolo del silenzio nel mondo
animale. Stare zitti in natura premia, sia le prede sia i predatori.
La stessa strategia produce effetti opposti: i primi si salvano, i secondi
riescono a catturare il pasto. Anche l'arte si nutre di silenzio, per
muoversi, per crescere, per fermare un istante imperituro. Sino ad esaltarlo,
come nella celebre opera di Alighiero Boetti composta da un telaio che
incornicia vetri trasparenti e che si intitola "Niente da vedere,
niente da nascondere". E che dire della potenza drammaturgica scatenata
dal silenzio in teatro, sin dai testi di Eschilo?
Gli esempi, i collegamenti tra discipline diverse, le citazioni potrebbero
continuare all'infinito. Meglio fermarsi allora, perché, come
scrive Nicoletta Polla Mattiot: "A volte è semplicemente
meglio tacere: per evitare lo spreco, per rivalutare le parole, anche
le più comuni. Un apologo orientale contiene, pur senza darle,
alcune spiegazioni: prima della predica di un maestro buddista, un uccellino
iniziò a cantare, il maestro tacque e tutti ascoltarono in rapito
silenzio, quando smise il maestro annunciò che la predica era
finita e se ne andò".
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