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Voli:
Le porte d'accesso al Canada Occidentale sono Calgary e Vancouver.
Su Calgary la disponibilità è piuttosto limitata,
ma c'è un comodo volo diretto Air Canada da Francoforte.
Un'ottima opzione è il volo charter della Condor, prenotabile
online su www.condor.de sempre
su Calgary. Air Canada opera anche un Roma-Toronto, da cui si
può proseguire per tutte le destinazioni canadesi. Vancouver
è più collegata. Ci sono anche voli diretti da Londra
con British. Vale la pena verificare anche le disponibilità
della nuova compagnia canadese Zoom Airlines (www.zoomairlines.ca).
Documenti: Per entrare in Canada è necessario il passaporto
valido, senza visto.
Trasporti locali: Se la destinazione è semplicemente
Banff, dall'aeroporto di Calgary opera il comodissimo bus Banff
Airporter. Per raggiungere altre destinazioni, invece, è
consigliabile il noleggio di un'auto. In alternativa, operano
i bus Greyhound. I famosi treni Rocky Mountaineer, da Jasper a
Vancouver, sono molto usati perché scenografici. Ma non
sono per nulla economici.
Tour, hotel e prenotazioni: tra i tour operator più
consolidati sul Canada si può segnalare Hotelplan e Reimatours,
prenotabili in molte agenzie di viaggi. Chi volesse invece cercare
hotel autonomamente, può trovare buone offerte sui siti
web americani come Hotwire, Onetravel, oppure il sito canadese
Destina.ca.
Molto diffusi e ben curati gli ostelli, ma sono spesso pieni.
Si può effettuare una ricerca su: www.hostelworld.com
www.hostels.com/it/ca.html |
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CANADA
DA SOGNO
Quando a Torino si spegneranno le luci delle
Olimpiadi, la torcia passerà a Vancouver e alla British Columbia.
In attesa del 2010. È una staffetta ideale tra due grandi Frontiere
d'Occidente. Anzi, due Frontiere del Nord Ovest. Questo è Torino
per l'Italia, questo è Vancouver per il Canada.
Prendendo l'atlante, per trovare queste destinazioni
bisogna guardare lassù, nell'angolo in alto a sinistra delle mappe.
Stanno ai piedi di un arco di montagne. Ma le somiglianze, si scoprirà,
non vanno molto oltre. E dato che, viaggiando, il bello è gustare
le differenze, atterrare nelle province occidentali del Canada, specialmente
d'inverno, riserva tutte le sorprese dell'esotico. Ma che strana parola,
"esotico". Ditela. E tutti, ma proprio tutti, penseranno a qualcosa
di caldo. Palme, giungla, frutti dai colori violenti e lentezza ai bordi
di un mare pescoso. "È tutto ciò che viene da luoghi
lontani" spiega invece il dizionario. Sarà che noi pensiamo
già di stare in un posto freddo, e per questo il Canada non risulta
luogo strano. Ma bisogna andarci, per vedere com'è diverso. Scendere
nelle sue città nate come avamposti nordoccidentali, dove, quando
gli gira, può scendere il vento artico senza incontrare né
ostacoli né mari, e far crollare la temperatura a trenta gradi
sotto zero. Dove la gente non cammina per strada, perché la città
passeggiabile si trova sottoterra oppure è sopraelevata, e gli
attraversamenti pedonali sono passerelle coperte e riscaldate, a 15 metri
dal suolo, che collegano edificio ad edificio. E le montagne, che si estendono
per migliaia di chilometri e raccolgono in media dodici metri di neve
all'anno, sono un territorio che si esplora con gli elicotteri, perché
le cabinovie, anche quelle più futuriste, in mezzo a quell'enormità
di spazi bianchi farebbero tenerezza. Le località famose come Banff,
Lake Louise, Jasper e Whistler, sono meri puntini sulle carte e le loro
piste potrebbero essere tracciate ovunque: l'orizzonte è una distesa
innevata di boschi, crinali e ghiacciai.
Il Canada Occidentale, cioè le province della British Columbia
e dell'Alberta, è un posto dove persino la vendemmia si fa nei
giorni del gelo. Si attende che la temperatura scenda a diciannove gradi
sottozero e congeli gli acini vivi sulle viti. Allora, nella piena lunga
notte, si riempiono i tini di uva dura come polvere da sparo. Quello che
si ottiene, l'Icewine, è un passito dolcissimo eppure profumato
di freddo. Un gusto quasi simbolico, capace di rappresentare il Canada
forse anche meglio del maple syrup, lo sciroppo degli aceri che del grande
paese sono la bandiera. Quando a Torino si spegneranno le luci del 2006,
le Olimpiadi invernali si trasferiranno in un posto esotico.
Alberta, la capitale astratta: Edmonton
In una Edmonton dei primi di dicembre senza neve (il taxista è
straordinariamente preoccupato della sventurata possibilità di
un 'brown Christmas') c'è onestamente poco da vedere. E molto
da riflettere. La città sorge su un'alta sponda del fiume Saskatchewan.
Adesso non è ancora gelato, ma scorre lento, e trasporta innumerevoli
fiori di ghiaccio come ninfee. Basta un serio giro di vento, dal Nord,
e si immobilizzerà tutto fino ad aprile. È solo questione
di giorni. La downtown scintilla nel vento pulito, sembra SimCity. Il
traffico è un fenomeno sconosciuto, le auto si fermano al giallo,
gli autisti dei bus salutano i passeggeri dando il buongiorno. I centri
commerciali sono aperti e sono attraversati dal "PedWay",
il labirinto di passaggi, ora sopraelevati, ora sotterranei, che collegano
tutti gli edifici della downtown. A volte, negli spazi comuni e pubblici,
aperti a qualunque ora del giorno e della notte, ci sono dei salotti.
Con i divani in pelle, prestigiosi, come fosse la business lounge di
un aeroporto. Un tavolino, dei quotidiani. Per tutti, lì, da
usare. Qualcuno deve essersi detto: se qualcuno volesse sedersi, che
ci siano posti comodi e accoglienti, in città. Sarebbe una cosa
normale e semplice, a ben vedere. Ed è una cosa enorme nello
stesso tempo, per il significato che ha.
Nel deserto della domenica mattina, Edmonton più che una città
sembra una scultura. A sud del fiume Saskatchewan c'è la via
dello shopping. Si chiama Old Stratchona, ed è popolata soprattutto
dai ragazzi della U of A, l'enorme e commovente Università dell'Alberta.
Non sarebbe niente, questa Old Stratchona, se non per i bei lampioni,
agghindati da Natale con le luminarie, i marciapiedi in mattoni e i
negozi tirati a lucido, nei quali c'è sempre il profumo delle
candele o della cannella. Edifici storici no, non lo si può pretendere,
la provincia compie adesso cent'anni di vita. C'è la facciata
di un teatro in stile anni '30, alcune costruzioni in mattoni in stile
quasi newyorkese. Ma pochi passi e la via è già finita,
e cede il passo a parcheggi, supermercati, spacci di liquore aperti
fino alle 2 di notte.
In un angolo, il più bel concessionario di auto usate che ci
sia mai capitato di vedere: tutto lustrinato come un casinò,
argento e lucine intermittenti che dicono "USED CARS". E neon
rossi brucianti delle marche mitiche: Camaro, Oldsmobile, Chevy. Manca
solo il pesce volante di Arizona Dream.
Proseguendo lungo la via, passato qualche chilometro, appare il più
grosso centro commerciale del mondo, il West Edmonton Mall. Include
un rollercoaster e un parco di divertimenti al coperto, un waterpark,
una pista di pattinaggio su ghiaccio, e un migliaio di negozi. C'è
sostanzialmente tutto, ma niente di più. È la città
contrappasso di Edmonton, dove non c'è nulla, ma si può
avere tutto.
Calgary, la città sparsa
A questo punto viene da chiedersi cosa possa esserci di diverso a Calgary,
300 chilometri a sud di Edmonton, un milione di abitanti come la capitale.
Arrivando, la downtown si annuncia simile: grattacieli di vetro, affilati,
che qui stanno meravigliosamente puliti e riflettono le lunghe luci
del tramonto rosso. Architetture che si squaglierebbero come ghiaccioli
se le mettessero a Calcutta. Un altro fiume ghiacciato, un parco. Ma
poi la downtown è un reticolato di una decina di isolati per
lato, non di più. Dov'è che vive la gente? Andandola a
cercare, si trova anche la differenza di Calgary, città ricca
e in fase di incredibile espansione urbanistica. Seconda solo a Las
Vegas in tutto il nord America. Uscendo dal centro e passato l'anello
dei centri commerciali, si apre l'immensa periferia residenziale. Che
è tutta divisa in cellule, chiamate communities, chiuse dentro
mura come villaggi turistici. Ognuna contiene centinaia, anche migliaia
di ville. Tutte uguali. C'è un ingresso, solitamente monumentale,
protetto dalla security. E un'insegna dal nome rassicurante. Mettiamo
"Panorama Heights" o "Meadowlarks". E dentro la
sequenza di ville color pastello, con la facciata rivolta alla strada:
una piccola porta per le persone e la grande bocca aperta del garage.
Attorno a Calgary le colline sono disseminate di communities. Dall'aereo
si vede ancor meglio: una geografia umana di villette a schiera.
La via per le Rockies: Banff
Passato anche questo anello cittadino, si aprono gli spazi delle Montagne
Rocciose. Ad ovest di Calgary, e fino al Pacifico, non c'è altro
che valli. La Interstate 1 punta dritto verso le montagne. Come la A32
per Bardonecchia, fatti i debiti confronti. Perché in America
quando una città finisce è finita davvero. C'è
il cartello "city limits" e dopo non c'è più
niente. Così succede sulla via per Banff. C'è solo la
mole delle montagne in avvicinamento, e poi un nuovo cartello, che dice:
stai entrando nel parco naturale. Banff, che è la località
sciistica più prestigiosa del Canada, è un villaggio naif,
in cui c'è una piccola via centrale, lunga 500 metri, decorata
come un'albero di Natale. E una decina di traverse lunghe pochi isolati.
L'atmosfera è quella di un villaggio western, elegante, sotto
la neve.
La cittadina è adagiata in fondo valle, le piste sono un poco
distanti e le tre aree sciistiche si raggiungono con le navette. La
più nota è Sunshine Village. Ma, nonostante il nome e
la fama di Banff, non bisogna attendersi un comprensorio disseminato
di impianti. No. A Sunshine ci sono nove seggiovie. Ma all'americana,
nel senso che ognuna porta in cima ad una "hill", e da qui
si dipartono almeno dieci piste per tornare a valle e si raggiunge un'area
aperta allo sci fuori pista. È per questo che i canadesi ne vanno
matti, più che per le lunghe autostrade battute. Buttarsi tra
le foreste, tra nubi di neve, oppure giù dagli scivoli immacolati
di "powder snow".
Questo è lo sci canadese. Ogni discesa un'avventura da raccontare
più tardi, nei pub di Banff, dove c'è sempre qualcuno
che suona e qualche coppia che si abbraccia, nelle notti di velluto
western color vinaccia, ondeggiando sulle lenti ballate rock.
Il territorio dell'heliski
Revelstoke. Panorama. Purcell Mountains. Si è passato il confine
con la British Columbia. Qui si fa sul serio. Territorio vergine: heliski.
La notte si dorme nei lodge, rifugi di lusso, tra le pinete a fondovalle.
La mattina il capo guarda il cielo, le sue mappe e decide dove dirigere
l'elicottero. Dipende dal vento, dall'ultima nevicata, dalla bravura
degli sciatori. Normalmente ha a disposizione un territorio in esclusiva
di circa 1500 chilometri quadrati tra cui scegliere. Un'area grande
come la Valle d'Aosta. Quando il gruppetto (4/6 persone) rimane in vetta
alla montagna, e l'elicottero se ne va, lasciando solo silenzio e mille
metri di dislivello di neve intatta, c'è un momento in cui viene
da pregare per tanta bellezza. Nella neve fresca canadese, più
leggera e asciutta di quella alpina, non si scia dentro, ma attraverso.
Ma bisognerebbe parlare inuit, conoscere i mille sinonimi della parola
'neve' per descriverla, come Smilla. Noi conosciamo mille sfumature
solo per il concetto di soldo. Così si può solo dire che
ogni discesa costa centinaia di dollari. E, dopo, non c'è uno,
non uno, che dica che non li vale.
L'Okanagan e Whistler
Come una pausa, le montagne rocciose canadesi si aprono nella valle
dell'Okanagan. C'è il fiume, e un lago nei quali si racconta
che viva il mostro Ogopogo. Come il suo fratello di Loch Ness e gli
ufo, chissà come mai si fa vedere solo quando nessuno ha una
buona macchina fotografica in mano. Comunque non disturba il sonno di
questa placida regione di vigne gelate per l'Icewine, musei minimali
dove "la cosa più bella è un cuscino col ricamo di
un cuore rosso" direbbe Neruda, fattorie tecnologiche dove producono
mele con il logo della Sony sulla buccia (e le vendono alla Sony a 8
dollari l'una) e i giornalisti locali devono spremere la fantasia per
le pagine di cronaca. Sugli ultimi contrafforti di alte montagne c'è
ancora Whistler, la località che sarà la sede olimpica
per le gare di sci di Vancouver 2010. Mondana, snob, ricca. Sì,
certamente. Whistler è così. Cosmopolita. Eppure, eppure
c'è sempre qualcosa di esotico. Anche in questi hotel di impeccabile
stile che si chiamano Fairmont, Pan Pacific Lodge, Four Seasons. C'è
sempre quel dettaglio preciso e inatteso che- visto- ti lascia il ricordo
di un posto. Qualcosa che uno mai avrebbe immaginato prima. Come i camini
finti. Ce ne sono ovunque. Persino in camera, al Pan Pacific. Si accende
con un interruttore. La legna è finta, il fuoco è a gas.
Sono terribili. Si direbbero l'apoteosi del pessimo gusto. Non si ha
un'idea di come possano piacere. Eppure. Andate nel Canada Occidentale,
e, con tutta la legna che c'è, i camini finti battono quelli
veri cento a uno, e nell'aria di montagna manca l'odore del fuoco. Arriva
invece, talvolta, il vento del Pacifico. Dal porto di Vancouver, capolinea
del Canada.
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