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Associazione
Fratia
via Borgo Dora 29, Torino
tel. 011.4338663 www.fratia.it
Alma Mater
via Norberto Rosa 13/a, Torino
tel. 011.2467002 www.arpnet.it/alma
Russkij Mir
via Cernaia 30, Torino
tel. 011.547190 www.arpnet.it/russkij
Centro Franz Fanon
Sostegno psicologico agli immigrati
c/o DSM dell'ASL 2
via Vassalli Eandi 18, Torino
tel. 011.70954214
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RAGAZZE
DA BALLATOIO
Storie silenziose di donne che arrivano in
Italia spesso da sole, a volte con i figli, seguendo un amore italiano
oppure la speranza di conquistare un'emancipazione - economica e psicologica
- attraverso il loro lavoro.
Non serve andare troppo lontano: per chi abita
un vecchio palazzo di via Po, basta affacciarsi sul ballatoio. Sotto il
tetto, la ragazza canadese che lavora al Centro internazionale di formazione
(ITC-ILO); alla finestra accanto, una tuta da operatore ecologico è
appesa ad asciugare sulle note di un'allegra musica araba.
Al primo piano, i rumeni provvedono spesso alla manutenzione della mia
bicicletta; al secondo, Maria e sua figlia Alejandra mi permettono di
tenere il prezioso mezzo di trasporto accanto alla loro porta d'ingresso.
Nei giorni di festa, i bambini corrono sui ballatoi inseguiti da accenti
femminili non proprio torinesi doc. E io stessa
Secondo gli ultimi dati forniti dall'Ufficio di statistica della Città
di Torino, le donne straniere ufficialmente residenti sul territorio comunale
sono 33.584 (a fronte di 35.777 uomini). La comunità rumena e quella
marocchina costituiscono i gruppi nazionali più numerosi. Seguono
peruviane, albanesi e cinesi. Donne troppo spesso "scoperte"
solo quando la cronaca racconta fatti negativi, episodi di violenza domestica,
storie di sfruttamento sessuale o lavorativo. Eppure, a fronte di quanto
finisce immortalato dalle cronache, esistono molte storie silenziose di
donne che arrivano spesso da sole, a volte con i figli, seguendo un amore
italiano oppure la speranza di conquistare un'emancipazione - economica
e psicologica - attraverso il loro lavoro.
Curare persone o pappagalli
Trenta metri quadrati, luce accesa anche di giorno e soppalco per il
letto, Maria sta stirando i vestiti della figlia. 43 anni, era maestra
elementare a Portoviejo, in Ecuador. Pochi soldi e un marito-padrone,
una sorella già a Torino. Nel 2001 è arrivata anche lei
con una bambina di dieci anni. Lavora come colf e assiste una coppia
di professori in pensione: "Sono stata fortunata. Mangio in tavola
con i padroni di casa e siccome facevamo lo stesso lavoro possiamo parlare
di cose interessanti. Ma conosco donne che devono portarsi la loro roba
da mangiare e lavorano giorno e notte. Bisogna avere un carattere forte,
alcune non ce la fanno, quasi impazziscono. Tornare in Ecuador? Ma sono
divorziata e la mia famiglia è la mia figlia. Qui ho un compagno
calabrese, siamo liberi noi due e stiamo bene". Alejandra non sembra
dello stesso parere: lei ci tornerebbe volentieri, a Portoviejo. Fa
la terza media al Meucci e più della metà dei suoi compagni
di classe è straniera. In Ecuador faceva i compiti e giocava
con una schiera di animali: cani, gatti, un pappagallo e le colombe
nel cortile. A scuola laggiù c'erano solo bambine, solo tre anni
fa la riforma educativa ha introdotto la scuola mista. Meglio o peggio?
La risposta è sorprendente: "Meglio il sistema misto. Bisogna
imparare a stare insieme".
Oltre lo stretto
Molte marocchine sono arrivate a Torino al seguito dei loro mariti:
gli uomini di questa comunità continuano a essere in netta prevalenza
(62,3%) rispetto alle donne (37,7%). L'inserimento lavorativo al femminile
è limitato. Qualche storia individuale emerge con forza: Fatima,
33 anni, laureata in psicologia
all'università di Rabat, è a Torino dal 1998. Primogenita
di sei figli, si è imposta alla volontà della famiglia
ed è partita da sola. "Se non mi lasciate andare, non mi
vedrete mai più". Ora lavora come mediatrice culturale all'anagrafe,
offre sostegno psicologico agli immigrati nel Centro Franz Fanon e insegna
l'arabo all'Università popolare. "Sono partita per il sogno,
la voglia di conoscere. È la cultura che fa la persona e nella
diversità c'è incontro. All'inizio è stato difficile
capire come muovermi, con una laurea non riconosciuta in Italia, senza
una casa, senza sapere la lingua. Mi faceva paura tutto. Ora non ho
più un minuto libero; quando posso, vado all'hammam, il bagno
turco di via Norberto Rosa: mi piace fare le cose tradizionali ed è
un punto di incontro per parlare e rilassarsi con altre donne arabe
e italiane. Tornare a vivere in Marocco? Ormai vivo e lavoro qui. A
volte mi manca la famiglia, ma quando sono giù ho nostalgia di
Torino".
Occhio alla strada
Dai paesi dell'ex Unione Sovietica (Moldavia, Ucraina e Russia) l'immigrazione
è soprattutto femminile. Molte donne lavorano come collaboratrici
domestiche. Alcune finiscono "trafficate" sulla strada, sfruttate
brutalmente dal mercato della prostituzione insieme con donne provenienti
da altri stati dell'Est europeo o dell'Africa (chiunque venga a conoscenza
o si trovi in situazioni collegate alla tratta delle persone e alla
prostituzione, può chiamare il numero verde 800.290.290). Per
molte ragazze invece si tratta di sposarsi con uomini italiani conosciuti
in vacanza, via internet o tramite agenzie apposite. Anche qui esistono
storie particolari: Tatiana, 28 anni, nata in Kirghizistan e poi trasferitasi
in Russia dove si è laureata in lingue, è andata in Germania
per continuare gli studi. Una breve vacanza in Belgio è stata
fatale: ha incontrato per strada un tipo di Torino. "Così
sono qui da quasi cinque anni. Ho imparato in fretta la lingua, ho i
miei amici, di più stranieri, forse perché abbiamo gli
stessi problemi da risolvere. Il primo punto di incontro a Torino è
l'associazione Russkij Mir: ci sono corsi di russo e di italiano, giornali
e libri, varie iniziative culturali. Come donna ho trovato difficoltà
al momento di cercare lavoro. Quando fai un colloquio ti chiedono sempre:
'Hai figli?' Se rispondi no ma sei sposata, la seconda domanda è:
'Vuoi avere figli?' Devo dire no, altrimenti
Qui è molto
difficile fare un figlio e lavorare se non hai i nonni vicini che ti
aiutano. In Russia tutti devono lavorare altrimenti non ce la fanno,
ma ci sono asili aperti tutto il giorno che costano poco".
Passo dopo passo dalla Cina
Vengono soprattutto dalla Cina sud-orientale. Centinaia di dialetti
e livello culturale medio-basso. Una volta arrivati, magari sulle orme
di famigliari già a Torino, i cinesi si occupano di ristorazione
e confezione di abbigliamento o pelletteria, commercio al dettaglio
e piccola imprenditoria. A volte non conoscono neppure la lingua ufficiale
del proprio paese; imparare l'italiano, capire le leggi e districarsi
nella burocrazia risulta spesso assai difficile. Si sposano soprattutto
tra loro, raramente con italiani; il numero di presenze è abbastanza
bilanciato tra donne (47,8%) e uomini (52,2%). Tianxiu, che significa
"stella in cielo", 38 anni, lavorava nella città di
Chengdu come interprete dall'inglese e redattrice di una rivista scientifica.
È a Torino da sette anni, con un marito italiano e una figlia
che oggi frequenta il liceo classico. "Appena arrivata, mio marito
è rimasto semiparalizzato e ho pensato che per me tutto era finito.
Non sapevo l'italiano e volevo lavorare come lavapiatti in un ristorante
cinese. Mio marito si è opposto: piuttosto devi studiare bene,
ha detto. Mi sentivo isolata. Poi ho cominciato a parlare bene l'italiano,
ho conosciuto la città piena di storia, i suoi bar con la gente
che entra ed esce. Ora lavoro come mediatrice culturale in vari uffici
e associazioni tra cui il Centro interculturale delle donne Alma Mater.
Oriento le cinesi, e le altre donne, a crescere passo dopo passo, come
ho fatto io".
La grinta di Bucarest
Badanti, colf e baby sitter: solo il 2% delle donne rumene a Torino,
anche se laureate, fa un lavoro collegato al proprio titolo di studio.
Aurelia racconta la sua storia personale e quella dell'associazione
Fratia (fratellanza), nata nel 2003 come punto di riferimento per i
rumeni che approdano in città. Vi si trovano informazioni sulle
leggi e sui ricongiungimenti famigliari, corsi di lingua italiana, attività
culturali e la porta sempre aperta anche a italiani e stranieri di varie
nazionalità. A 40 anni, una laurea in scienze politiche a Bucarest,
un divorzio e quattro figli adolescenti, la grintosa Aurelia è
arrivata a febbraio 2001 per lavorare a un progetto di inserimento rivolto
alle donne rumene. "È stato un inizio freddo, per la diffidenza
delle persone locali e delle stesse rumene che non capivano il mio ruolo.
Dare fiducia fino a quando le persone cominciano a conoscerti, mettersi
nei panni di chi ti guarda male: è quello che dicevo ai miei
figli più piccoli quando all'inizio si lamentavano dell'atteggiamento
di certi compagni a scuola. Poi mi sono innamorata di un signore piemontese
doc con cui ora vivo. Per me è stato un appoggio enorme, il papà
che i miei figli hanno desiderato da sempre. Adesso qui sto bene; per
l'associazione faccio di tutto, dalla presidentessa alle pulizie. C'è
molto da fare per costruire un'immagine positiva della comunità
rumena. Non credo che tornerò a vivere in Romania: sarebbe un
secondo shock per i miei figli. E poi faccio ormai parte di questa città,
la mia terra è la terra dove vivo". Un attimo di pausa per
un caffè. Poi, la domanda che mi aspettavo: "Ma tu di dove
sei?" mi chiede Aurelia. Sorrido. È facile, basta cambiare
una lettera. Non rumena, ma romana. Un piccolo contributo a tutte le
culture che Torino riunisce viene anche dal mio ballatoio di via Po.
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