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gennaio/febbraio 2005





Ragazza cinese

Info

Associazione Fratia
via Borgo Dora 29, Torino
tel. 011.4338663 www.fratia.it

Alma Mater
via Norberto Rosa 13/a, Torino
tel. 011.2467002 www.arpnet.it/alma

Russkij Mir
via Cernaia 30, Torino
tel. 011.547190 www.arpnet.it/russkij

Centro Franz Fanon
Sostegno psicologico agli immigrati

c/o DSM dell'ASL 2
via Vassalli Eandi 18, Torino
tel. 011.70954214

RAGAZZE DA BALLATOIO
Storie silenziose di donne che arrivano in Italia spesso da sole, a volte con i figli, seguendo un amore italiano oppure la speranza di conquistare un'emancipazione - economica e psicologica - attraverso il loro lavoro.

di Carla Dodi


Non serve andare troppo lontano: per chi abita un vecchio palazzo di via Po, basta affacciarsi sul ballatoio. Sotto il tetto, la ragazza canadese che lavora al Centro internazionale di formazione (ITC-ILO); alla finestra accanto, una tuta da operatore ecologico è appesa ad asciugare sulle note di un'allegra musica araba.
Al primo piano, i rumeni provvedono spesso alla manutenzione della mia bicicletta; al secondo, Maria e sua figlia Alejandra mi permettono di tenere il prezioso mezzo di trasporto accanto alla loro porta d'ingresso. Nei giorni di festa, i bambini corrono sui ballatoi inseguiti da accenti femminili non proprio torinesi doc. E io stessa…
Secondo gli ultimi dati forniti dall'Ufficio di statistica della Città di Torino, le donne straniere ufficialmente residenti sul territorio comunale sono 33.584 (a fronte di 35.777 uomini). La comunità rumena e quella marocchina costituiscono i gruppi nazionali più numerosi. Seguono peruviane, albanesi e cinesi. Donne troppo spesso "scoperte" solo quando la cronaca racconta fatti negativi, episodi di violenza domestica, storie di sfruttamento sessuale o lavorativo. Eppure, a fronte di quanto finisce immortalato dalle cronache, esistono molte storie silenziose di donne che arrivano spesso da sole, a volte con i figli, seguendo un amore italiano oppure la speranza di conquistare un'emancipazione - economica e psicologica - attraverso il loro lavoro.

Curare persone o pappagalli
Trenta metri quadrati, luce accesa anche di giorno e soppalco per il letto, Maria sta stirando i vestiti della figlia. 43 anni, era maestra elementare a Portoviejo, in Ecuador. Pochi soldi e un marito-padrone, una sorella già a Torino. Nel 2001 è arrivata anche lei con una bambina di dieci anni. Lavora come colf e assiste una coppia di professori in pensione: "Sono stata fortunata. Mangio in tavola con i padroni di casa e siccome facevamo lo stesso lavoro possiamo parlare di cose interessanti. Ma conosco donne che devono portarsi la loro roba da mangiare e lavorano giorno e notte. Bisogna avere un carattere forte, alcune non ce la fanno, quasi impazziscono. Tornare in Ecuador? Ma sono divorziata e la mia famiglia è la mia figlia. Qui ho un compagno calabrese, siamo liberi noi due e stiamo bene". Alejandra non sembra dello stesso parere: lei ci tornerebbe volentieri, a Portoviejo. Fa la terza media al Meucci e più della metà dei suoi compagni di classe è straniera. In Ecuador faceva i compiti e giocava con una schiera di animali: cani, gatti, un pappagallo e le colombe nel cortile. A scuola laggiù c'erano solo bambine, solo tre anni fa la riforma educativa ha introdotto la scuola mista. Meglio o peggio? La risposta è sorprendente: "Meglio il sistema misto. Bisogna imparare a stare insieme".

Oltre lo stretto
Molte marocchine sono arrivate a Torino al seguito dei loro mariti: gli uomini di questa comunità continuano a essere in netta prevalenza (62,3%) rispetto alle donne (37,7%). L'inserimento lavorativo al femminile è limitato. Qualche storia individuale emerge con forza: Fatima, 33 anni, laureata in psicologia
all'università di Rabat, è a Torino dal 1998. Primogenita di sei figli, si è imposta alla volontà della famiglia ed è partita da sola. "Se non mi lasciate andare, non mi vedrete mai più". Ora lavora come mediatrice culturale all'anagrafe, offre sostegno psicologico agli immigrati nel Centro Franz Fanon e insegna l'arabo all'Università popolare. "Sono partita per il sogno, la voglia di conoscere. È la cultura che fa la persona e nella diversità c'è incontro. All'inizio è stato difficile capire come muovermi, con una laurea non riconosciuta in Italia, senza una casa, senza sapere la lingua. Mi faceva paura tutto. Ora non ho più un minuto libero; quando posso, vado all'hammam, il bagno turco di via Norberto Rosa: mi piace fare le cose tradizionali ed è un punto di incontro per parlare e rilassarsi con altre donne arabe e italiane. Tornare a vivere in Marocco? Ormai vivo e lavoro qui. A volte mi manca la famiglia, ma quando sono giù ho nostalgia di Torino".

Occhio alla strada
Dai paesi dell'ex Unione Sovietica (Moldavia, Ucraina e Russia) l'immigrazione è soprattutto femminile. Molte donne lavorano come collaboratrici domestiche. Alcune finiscono "trafficate" sulla strada, sfruttate brutalmente dal mercato della prostituzione insieme con donne provenienti da altri stati dell'Est europeo o dell'Africa (chiunque venga a conoscenza o si trovi in situazioni collegate alla tratta delle persone e alla prostituzione, può chiamare il numero verde 800.290.290). Per molte ragazze invece si tratta di sposarsi con uomini italiani conosciuti in vacanza, via internet o tramite agenzie apposite. Anche qui esistono storie particolari: Tatiana, 28 anni, nata in Kirghizistan e poi trasferitasi in Russia dove si è laureata in lingue, è andata in Germania per continuare gli studi. Una breve vacanza in Belgio è stata fatale: ha incontrato per strada un tipo di Torino. "Così sono qui da quasi cinque anni. Ho imparato in fretta la lingua, ho i miei amici, di più stranieri, forse perché abbiamo gli stessi problemi da risolvere. Il primo punto di incontro a Torino è l'associazione Russkij Mir: ci sono corsi di russo e di italiano, giornali e libri, varie iniziative culturali. Come donna ho trovato difficoltà al momento di cercare lavoro. Quando fai un colloquio ti chiedono sempre: 'Hai figli?' Se rispondi no ma sei sposata, la seconda domanda è: 'Vuoi avere figli?' Devo dire no, altrimenti… Qui è molto difficile fare un figlio e lavorare se non hai i nonni vicini che ti aiutano. In Russia tutti devono lavorare altrimenti non ce la fanno, ma ci sono asili aperti tutto il giorno che costano poco".

Passo dopo passo dalla Cina
Vengono soprattutto dalla Cina sud-orientale. Centinaia di dialetti e livello culturale medio-basso. Una volta arrivati, magari sulle orme di famigliari già a Torino, i cinesi si occupano di ristorazione e confezione di abbigliamento o pelletteria, commercio al dettaglio e piccola imprenditoria. A volte non conoscono neppure la lingua ufficiale del proprio paese; imparare l'italiano, capire le leggi e districarsi nella burocrazia risulta spesso assai difficile. Si sposano soprattutto tra loro, raramente con italiani; il numero di presenze è abbastanza bilanciato tra donne (47,8%) e uomini (52,2%). Tianxiu, che significa "stella in cielo", 38 anni, lavorava nella città di Chengdu come interprete dall'inglese e redattrice di una rivista scientifica. È a Torino da sette anni, con un marito italiano e una figlia che oggi frequenta il liceo classico. "Appena arrivata, mio marito è rimasto semiparalizzato e ho pensato che per me tutto era finito. Non sapevo l'italiano e volevo lavorare come lavapiatti in un ristorante cinese. Mio marito si è opposto: piuttosto devi studiare bene, ha detto. Mi sentivo isolata. Poi ho cominciato a parlare bene l'italiano, ho conosciuto la città piena di storia, i suoi bar con la gente che entra ed esce. Ora lavoro come mediatrice culturale in vari uffici e associazioni tra cui il Centro interculturale delle donne Alma Mater. Oriento le cinesi, e le altre donne, a crescere passo dopo passo, come ho fatto io".

La grinta di Bucarest
Badanti, colf e baby sitter: solo il 2% delle donne rumene a Torino, anche se laureate, fa un lavoro collegato al proprio titolo di studio. Aurelia racconta la sua storia personale e quella dell'associazione Fratia (fratellanza), nata nel 2003 come punto di riferimento per i rumeni che approdano in città. Vi si trovano informazioni sulle leggi e sui ricongiungimenti famigliari, corsi di lingua italiana, attività culturali e la porta sempre aperta anche a italiani e stranieri di varie nazionalità. A 40 anni, una laurea in scienze politiche a Bucarest, un divorzio e quattro figli adolescenti, la grintosa Aurelia è arrivata a febbraio 2001 per lavorare a un progetto di inserimento rivolto alle donne rumene. "È stato un inizio freddo, per la diffidenza delle persone locali e delle stesse rumene che non capivano il mio ruolo. Dare fiducia fino a quando le persone cominciano a conoscerti, mettersi nei panni di chi ti guarda male: è quello che dicevo ai miei figli più piccoli quando all'inizio si lamentavano dell'atteggiamento di certi compagni a scuola. Poi mi sono innamorata di un signore piemontese doc con cui ora vivo. Per me è stato un appoggio enorme, il papà che i miei figli hanno desiderato da sempre. Adesso qui sto bene; per l'associazione faccio di tutto, dalla presidentessa alle pulizie. C'è molto da fare per costruire un'immagine positiva della comunità rumena. Non credo che tornerò a vivere in Romania: sarebbe un secondo shock per i miei figli. E poi faccio ormai parte di questa città, la mia terra è la terra dove vivo". Un attimo di pausa per un caffè. Poi, la domanda che mi aspettavo: "Ma tu di dove sei?" mi chiede Aurelia. Sorrido. È facile, basta cambiare una lettera. Non rumena, ma romana. Un piccolo contributo a tutte le culture che Torino riunisce viene anche dal mio ballatoio di via Po.

 
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