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FEMMINISMO
COSA D'ALTRI TEMPI?
Il
femminismo? Cosa d'altri tempi. A pensarlo sono in molti e sull'argomento
c'è spesso confusione, molta approssimazione, disinteresse legato
al fraintendimento dei termini e della storia. I giovani tendono a rifiutare
qualcosa cui attribuiscono una forte connotazione politica: "ma io
non sono femminista!", si sente spesso affermare da chi esprime un
giudizio che ritiene particolarmente liberale in fatto di donne. Quasi
fosse una malattia.
"Il XVIII secolo ha proclamato i diritti
dell'uomo, il XIX proclamerà i diritti della donna"
Victor Hugo.
Ebbene no, il femminismo non è una malattia,
non è un'espressione dell'estremismo di sinistra e soprattutto
non è morto. Vediamo dunque di sgombrare il campo dai tanti luoghi
comuni che riguardano questo tema.
C'era una volta
"La donna proletaria, tre volte schiava, nell'officina, nella famiglia,
nella società, che le nega ogni diritto politico e la pienezza
dei diritti civili", scriveva August Bebel. La fine dell'Ottocento
e i primi decenni del Novecento, infatti, vedono le donne operaie lottare
per l'affermazione dei loro diritti (tra le richieste più importanti
le otto ore di lavoro), mentre iniziano ad affermarsi le prime organizzazioni
femminili per rivendicare il suffragio universale, l'istruzione obbligatoria,
la legislazione sociale senza alcuna discriminazione di sesso. In questa
cultura si forma la più importante figura del femminismo italiano
di fine '800: Anna Maria Mozzoni. Ma sono tanti i nomi che si dovrebbero
ricordare: da Anna Kuliscioff ad Adelaide Coari, da Sibilla Aleramo
ad Argentina Altobelli, a Luisa Anzoletti. Il femminismo segue la storia,
attraverso le due guerre mondiali, "con forza e intelligenza",
come titola la mostra curata da Aida Ribero per la Regione Piemonte.
Si arriva quindi agli anni Settanta del "femminismo storico",
quello più spesso frainteso e misconosciuto dalle giovani generazioni.
Per capirne il significato, occorre partire dalla situazione politico-sociale
degli anni '50 e '60, caratterizzata da una forte polarizzazione delle
forze politiche, cattoliche e di sinistra, e da una forte crescita del
paese che scaturisce nel "miracolo economico". Per le donne
era difficile "sperimentarsi" al di fuori dell'ambito familiare.
I cambiamenti che le giovani tentavano erano di tipo individuale, non
collettivo e tanto meno politico. Giungevano però nuovi modelli
"trasgressivi" dagli Stati Uniti attraverso i film o la musica.
Gli anni Sessanta vedono consolidarsi i cambiamenti nella famiglia,
nella sessualità, nei costumi. Nel 1961 viene pubblicato in Italia
(nel '49 in Francia) il libro di Simone de Beauvoir "Il secondo
sesso", destinato a diventare una pietra miliare per il movimento
femminista. Elemento centrale era l'"alterità" della
donna rispetto all'uomo. "Donne non si nasce, si diventa",
scriveva l'autrice. Da allora si apre una breccia nel cuore della cultura
patriarcale, pur senza arrivare all'affermazione della "differenza
di genere", focalizzata e definita dalle studiose femministe americane
alla fine degli anni Sessanta, e neppure a quella della "differenza
sessuale" più cara alle femministe europee.
Nei primi anni Settanta fiorirono i gruppi Demau, il Movimento di liberazione
della donna, Rivolta femminile e Anabasi che, se non ebbero inizialmente
grande seguito tra le ragazze che si affacciavano alla vita politica
attiva, segnarono successivamente il percorso di tutto il movimento.
Un secondo periodo del percorso femminista è segnato dal pensiero
della differenza, e in questa fase si struttura stabilmente la pratica
dei gruppi di autocoscienza. Da ricordare Carla Lonzi (esponente del
gruppo Rivolta femminile) il cui pensiero e le cui intuizioni teoriche
sono fondamentali per la nascita del pensiero sessuato al femminile.
"Dietro ogni ideologia intravediamo la gerarchia dei sessi".
E ancora "L'uomo non è il modello cui adeguare il processo
della scoperta di sé da parte della donna. La donna è
l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna.
L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna
a più alti livelli".
Al di là delle battaglie sociali su grandi temi quali il divorzio
e l'aborto, il femminismo ha insegnato la differenza tra "emancipazione"
e "liberazione". Si può essere donne "emancipate",
che sfruttano e godono di tutti i diritti sociali al pari dei maschi,
ma non "liberate", consapevoli cioè della propria differenza
e portatrici di valori diversi, femminili appunto.
Dall'equivoco dell'emancipazione ai Women's
Studies
"Ad assorbire o smussare il conflitto, a diluire i significati
politici e simbolici delle richieste - spiega Aida Ribero giornalista
e scrittrice che ha fondato e diretto il "Centro Studi e Documentazione
Pensiero Femminile" di Torino - fu l'acquisizione da parte delle
istituzioni, centrali e periferiche, delle istanze femministe che si
presentavano idonee alla contrattazione (come i consultori, le consulte
femminili, le commissioni per le pari opportunità e in alcuni
Comuni e Regioni anche assessorati destinati alle problematiche femminili).
Inoltre, la trasformazione in leggi di temi che avevano in sé
contenuti rivoluzionari tali da non poter essere contrattati, come la
legge sull'aborto, finì con l'impoverirne la portata e ad appiattire
la ricchezza delle elaborazioni su una presunta omogeneità femminile.
La conseguenza per il movimento, con riflessi sull'opinione pubblica,
fu la diffusa sensazione che i problemi femminili più gravi avessero
ormai trovato una soluzione e che pertanto non fosse più necessario
'quel' movimento così agguerrito ed estremista".
Nel frattempo erano anche cambiate le condizioni del Paese, il terrorismo
degli "anni di piombo" ebbe una ricaduta negativa su tutti
quei movimenti che non rientravano formalmente nella vita politica istituzionale
e il Movimento femminista, anche se non ne fu investito direttamente,
risentì comunque del clima di sospetto che circolava. "La
dispersione di forme politiche di partecipazione, così come si
erano espresse negli anni Settanta - continua Ribero - non si tradusse
però in disimpegno delle protagoniste. L'esempio più calzante
è la comunità filosofica Diotima dell'Università
di Verona, nata nel 1984 dall'esigenza di ricercare in ambito scientifico
le coordinate relative alla differenza sessuale. Più significativa
ancora della fertile trasformazione del Movimento è il cosiddetto
'femminismo culturale', nato da gruppi di donne altamente qualificate
con l'obiettivo di rintracciare e stabilire i fondamenti teorici della
differenza".
Così non è meno ricco il panorama degli studi sulla "differenza
di genere" degli ultimi trent'anni. La fertilità di questo
pensiero è testimoniata dai Women's Studies in molte università
dell'area anglosassone, che studiano la formazione e la tipologia dei
termini "femminile" e "maschile". A questi si sono
successivamente affiancati i Men's Studies che hanno avuto il merito
di far emergere il bisogno maschile di rendersi "visibili"
a se stessi e agli altri.
A Torino il panorama è vario, tra le diverse strutture vive più
che mai il Centro Studi Pensiero Femminile con ricca biblioteca, appuntamenti
e pubblicazioni "di pensiero"; la Casa delle Donne con i corsi,
i gruppi di auto-aiuto e il punto di "incontro/ascolto" che
fornisce anche consulenze legali e psicologiche.
Quindi, quando qualcuno afferma che "le donne sono diverse dagli
uomini", convinto di esprimere una posizione antifemminista, non
sa di schierarsi proprio dalla parte del femminismo radicale che, lungi
dall'esser defunto, lavora proprio in quel senso.
Al di là dell'occidente
Il mondo occidentale ha avuto bisogno che si consumassero i drammatici
avvenimenti dell'Afghanistan per prendere coscienza di quale fosse la
condizione femminile sotto il regime talebano, e con gli ultimi avvenimenti
in Iraq si delinea sempre più ampia e dolorosa la situazione
delle donne sottoposte alle leggi del fondamentalismo islamico.
La condizione delle donne nel mondo è spesso tragica e la maggioranza
è ben lontana dall'aver conquistato non solo la parità,
ma i più elementari diritti civili. In certi paesi anche gli
uomini non ne godono, si potrà obiettare, ma non è esattamente
così. Le donne sono comunque e sempre in una posizione svantaggiata
e sottomessa. Basti pensare ai tragici dati sull'AIDS resi recentemente
noti: la malattia in Africa colpisce una donna su tre. E che dire delle
giovani vetrioleggiate dell'India perché osano rifiutare la corte
di un uomo? Di quelle uccise (spesso bruciate vive, perché sembri
un incidente domestico) diventate ormai "inutili" dopo un
matrimonio d'interesse, portato a termine per il solo scopo di impossessarsi
della dote? Dell'infibulazione e della clitoridectomia praticata su
milioni di bambine? Delle donne adultere sottoposte a lapidazione?
Fatti che sembrano lontani, imputabili a forme di civiltà a noi
estranee. Invece c'è un filo conduttore che attraversa il tempo
e lo spazio e che ha in comune l'esercizio di un potere violento sulle
donne. L'Occidente non è innocente. Pensiamo al turismo sessuale
o alle donne quasi quotidianamente uccise dai loro partner perché
hanno osato riprendersi la libertà, alla tratta delle prostitute
o ai modelli di bellezza indotti che riescono a pregiudicare la salute
psichica e fisica di chi vi aderisce. Se l'Oriente imprigiona in un
burqa o nel chador, l'Occidente imprigiona in tacchi a spillo e labbra
siliconate, che costringono a non facili equilibrismi (reali o figurati
che siano).
C'è un filo che passa attraverso i secoli, le civiltà,
le religioni, le filosofie, le rivoluzioni e giunge sino a noi. Si veste
ogni volta di apparenze diverse, ma rimane immutato nella sostanza.
Ovunque e in qualunque forma avvenga, questa violenza sul corpo della
donna ha un'unica matrice: la paura della libertà femminile.
Le giovani attiviste
"Avevo quindici anni quando iniziai a chiedermi perché nei
libri di storia non compariva mai una donna" - dice Gabriella Rossi,
oggi venticinquenne, vice presidente del Centro Studi e Documentazione
Pensiero Femminile - "ho avuto la fortuna di avere professoresse
preparate e sensibili che mi hanno consigliato alcune letture, ma la
svolta arrivò un'estate quando con la famiglia affittammo una
casa per le vacanze in montagna. La proprietaria doveva essere stata
una femminista convinta perché c'era una fornitissima biblioteca
con i più importanti libri sull'argomento. Li lessi tutti. Iniziai
a voler partecipare attivamente, prima nel Telefono Rosa, da poco nato
a Torino, poi nel Centro Studi. Avevo trovato il lavoro che volevo,
la mia dimensione di vita! Non è vero, però, che le ragazze
impegnate sui temi del femminismo siano poche. Esistono tanti gruppi
e collettivi come Mafalda a Torino, Sconvegno a Milano, Betty Sexy Shock
a Bologna, Matri_x a Roma, tanto per citarne alcuni. È vero,
invece, che l'interesse a questi temi parte quasi sempre dai diritti,
cioè quando le giovani si sentono svantaggiate, trattate con
disparità rispetto ai maschi nel mondo del lavoro o degli studi".
Ci sono differenze tra voi e le 'femministe storiche'? "La nuova
generazione del femminismo è sicuramente più legata e
interessata al pensiero della differenza di genere e alla sua elaborazione".
Le ricerche
Come cogliere e valorizzare l'apporto del genere femminile?
Lo ha spiegato Bice Fubini, docente di Chimica Generale ed Inorganica
alla Facoltà di Farmacia dell'Università di Torino, tra
le fondatrici del gruppo "Donna e Scienza", al convegno "Marie
Curie-Donne e scienza" promosso dall'assessorato Pari Opportunità
della Provincia di Torino.
"Cominciando a cambiare i paradigmi di valutazione - elaborati
in base ai criteri del genere maschile - ed introducendo criteri nuovi,
che tengano conto delle caratteristiche di genere. Spesso, quando si
afferma ad esempio che le donne sono meno ambiziose o competitive degli
uomini, ci viene obiettato che tra le donne 'arrivate' queste caratteristiche
sono presenti. Il problema non è la presenza di alcune donne
con certe caratteristiche, ma invece la ricerca di quali siano le caratteristiche
più presenti tra gli individui di un sesso piuttosto che dell'altro,
ben consci/e del fatto che vi sono numerose e notevoli eccezioni. Le
caratteristiche di genere (così come le fluttuazioni casuali
di una qualsiasi caratteristica intorno a un valore medio) possono essere
rappresentate da una curva detta 'gaussiana'. Il massimo delle curve
rappresenta il valore più probabile riscontrato, nel caso di
uomini e donne tale massimo può essere preso come indicazione
delle caratteristiche di genere".
A valorizzare la differenza mira anche un'analisi condotta tra i giovani
delle scuole medie superiori, promossa dalla Commissione per la Realizzazione
delle Pari Opportunità Donna Uomo della Regione Piemonte e realizzata
dal Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile d Torino, sfociata
nel libro di Ferdinanda Vigliani "Non è per niente facile
- La relazione tra i generi all'età del primo amore" (Rosenberg
& Sellier Editori). Tante domande a ragazzi dai 14 ai 19 anni per
scoprire cosa ne pensano dell'identità di genere, dell'immagine,
dei valori, della sessualità, ma anche della famiglia o delle
emozioni. Ecco così che le femmine continuano ad indicare le
bambole come il gioco preferito dell'infanzia, ma non dimenticano il
pallone e le costruzioni, mentre i maschi considerano un gioco quasi
"affettuoso" fare a botte con gli amici. Oppure che in una
divertente e divertita classifica di bellezza se da un lato prevalgono
considerazioni "tradizionali", dall'altra vincono due modelli
poco convenzionali quali Brad Pitt e Megan Gale. Poi c'è l'amore:
importante per entrambi. E se i maschi tra l'amicizia e la famiglia
scelgono la prima (al contrario delle femmine), il sesso viene all'ultimo
posto per entrambi. I giovani sono poi consapevoli dell'importanza dell'emotività
ed è una maggioranza schiacciante quella che pensa che la sensibilità
non sia fuori posto anche in un uomo. Emergono anche tante incertezze,
soprattutto da parte dei maschi che vivono un indubbio disagio, dovuto
probabilmente alla critica al modello maschile tradizionale che non
ha ancora trovato alternative. "L'alternativa non può che
essere la valorizzazione di modi inediti di vivere il proprio ruolo
di genere - scrive Ferdinanda Vigliani - in questo senso le azioni positive
che la scuola e gli educatori possono mettere in atto hanno un peso
non indifferente".
Ben si inserisce in questo quadro l'indagine conoscitiva, che dovrebbe
sfociare in una ricerca, sugli spazi del maschile e del femminile nell'attività
del Settore Gioventù del Comune di Torino.
"La creazione delle politiche giovanili, da quanto emerso da questa
esplorazione - dice Rosalba Serini del Laris - è sorretta da
un modello di interpretazione della realtà che tende ad autoconfermarla.
Anche le scelte innovative non hanno finora dato spazio alla differenza
di genere che potrebbe, invece, diventare una delle loro finalità".
Tutte le ricerche svolte in ambito giovanile dimostrano, per esempio,
che le ragazze, tendenzialmente più studiose e dotate dei maschi,
non raggiungono risultati altrettanto soddisfacenti nel mondo del lavoro.
"In particolare, sono emerse in modo molto ben definito due modalità
- continua Rosalba Serini - da un lato le ragazze sono pronte a rispondere
con entusiasmo alle proposte di partecipazione, come ad esempio le attività
di impegno civile: sono più numerose, più coinvolte e
più responsabili dei ragazzi. La loro presenza, invece, si minimizza
in tutte quelle attività che presuppongono un rapporto diretto
con il potere: vale per tutti, come esempio eclatante, la pressoché
nulla presenza femminile nelle attività formative di Teamleader
all'interno del progetto Torino 2006!".
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- 100
titoli - Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta,
a cura di Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani, Luciana Tufani
Editrice
Tutto quello che avreste voluto sapere sul femminismo e non
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seguendone le vicende politiche, emotive, culturali. Il grandioso
affresco di una protagonista e studiosa d'eccezione (cui è
stata dedicata l'associazione che ne porta il nome), purtroppo
scomparsa.
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- Centro Studi Pensiero Femminile, c.so
Re Umberto 40, Torino, tel. 011.537645, pfemm@libero.it
- Casa delle Donne, via Vanchiglia 3,
Torino, tel. 011.8122519, casadelledonne@tin.it
- Associazione Piera Zumaglino p.zza
Vittorio Veneto 1, Torino, tel. 011.885132
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