|
|
ULTRAS
UNO STILE DI VITA
Ultras, hooligan, tifoso, fan,
supporter: una selva intricata di termini, un coacervo fobico di vecchi
e nuovi significati in cui sopravvive il sensazionalismo dei mass media
e dell'approssimazione culturale e linguistica, della modificazione semantica
e ideologica.
Una breve storia del fenomeno per comprendere al di là del pregiudizio.
di
Domenico Mungo
I recenti,
drammatici, turbolenti e controversi, fatti di Avellino nei quali ha perso
la vita il giovane tifoso napoletano Sergio e numerosi tutori dell'ordine
sono rimasti feriti in seguito ad una azione violentissima da parte dei
supporters napoletani, scatenando i mass media e l'opinione pubblica nel
solito gioco della caccia alle streghe, hanno riproposto il tema della
violenza negli stadi. Prima conseguenza: l'inasprimento delle norme repressive
attraverso la promulgazione di un Decreto Legge ad hoc, che si è
andato ad affiancare alle già draconiane disposizioni speciali
quali la Da.spo - volgarmente detta diffida a frequentare le manifestazioni
sportive da parte dei rei di atti di violenza - e soprattutto ad un pensiero
dominante che vede nella fenomenologia in questione un problema di ordine
pubblico e non il fenomeno culturale - sottoculturale? - e antropologico
che in realtà è.
In Gran Bretagna - madre putativa del fenomeno legato alla violenza e
alla devianza sociale attorno al football - così come in Italia,
l'unica risposta a fronte di qualsivoglia tipo di turbolenza calcistica
si è storicamente concretizzata attraverso la repressione, la strategica
eliminazione del grande gruppo ultras, quello egemone sulla curva, che
mira ad assicurare l'ordine pubblico scardinando di conseguenza l'ordine
interno e le forme di auto-organizzazione proprio delle curve, che sfuggono
periodicamente al controllo dello Stato.
Sono queste le cosiddette T.A.Z., Zone Temporaneamente Liberate, secondo
la definizione dell'antropologo dissidente americano H.Bey, ovvero dei
luoghi fisici dove la presenza dell'autorità verticale - dall'alto
- viene sostituita spontaneamente con reti orizzontali di rapporti. In
parole povere delle aree metropolitane (vedi i centri sociali autogestiti,
o i grandi happening musicali giovanili) o luoghi altri come le curve,
dove non esistono i medesimi vincoli del rispetto delle leggi che regnano
invece in tutta la società, in cui quindi le norme di comportamento
individuale e collettivo sono determinate da fattori interni e particolari.
Nelle curve esiste quindi non soltanto l'aspetto virulento che si autorappresenta
attraverso la violenza domenicale negli stadi e fuori - autogrill, stazioni,
parcheggi, raduni ecc. -, ma esiste anche una insospettabile forma perversa,
e discutibile quanto si vuole, di alternativa allo stato delle cose precostituito
tipico della società contemporanea che si manifesta attraverso
un aspetto esteriore che è il rito delle coreografie, degli striscioni,
dei cori e di tutto ciò che è lo spettacolo degli spalti,
ma anche attraverso una precisa codificazione di linguaggi e forme di
pensiero e aggregazione.
Chi è allora l'Ultras? Nell'intrecciarsi delle risposte emergono
tutte le contraddizioni proprie del mondo del calcio, sport popolare per
eccellenza ma anche sinonimo del massimo esempio di commercializzazione,
industrializzazione e spettacolarizzazione dell'evento sportivo: buoni
e cattivi, ultras violenti e tifosi genuini, vittime e carnefici involontari.
Il
modello inglese
Innanzitutto bisogna ricordare, come un'avvertenza, che le caratteristiche
storiche, culturali, folkloristiche e sociali del calcio britannico
ha matrici e radicamenti sostanzialmente diversi da quello mediterraneo
e del caso italiano in particolare.
John Williams in una serie di studi sociologici della seconda metà
degli anni 80, anni in cui l'Inghilterra usciva dal dramma dell'Heysel
(Bruxelles 29 maggio 1985, prima della finale di CoppaCampioni Juve
- Liverpool, gli hooligans assaltano il settore dei tifosi italiani
più mansueti, il panico provoca la fuga degli italiani. 39 morti
fra calpestati e vittime del crollo del muretto del Settore Z) e stava
ripiombando in quello di Hillsborough (a Sheffield nel 1989, 96 tifosi
del Liverpool morirono soffocati, calpestati e schiacciati contro le
recinzioni del settore a loro riservato per l'enorme pressione di coloro
che erano stati fatti entrare sulle terraces da un servizio d'ordine
in tilt), diede una chiave chiarificatrice del successo che le normative
anti-hooligans hanno ottenuto in Inghilterra.
Innanzitutto una politico-sociale, che identificava l'ascesa del fenomeno
calcistico e del tifo estremo di pari passo con il consenso popolare
per il Partito Laburista che identificava nella società civile
britannica l'apoteosi di quella working class (classe operaia), della
quale il gioco del calcio era emblema. Il declino dei labour e la presa
del potere della Thatcher contraddistinse quindi una forzatura repressiva
e normalizzatrice di un fenomeno che era anche, inconsapevolmente politico.
Sotto la Thatcher non interessava tanto salvare il calcio, quanto reprimere
la violenza: schedature, convogli blindati, settori transennati ed ingabbiati,
esplosioni sottocutanee di violenza esportata all'estero al seguito
dei bianchi e repressione aggirata in patria con l'espediente dei mob,
degli Intercity squad, degli appuntamenti fuori dallo stadio, nelle
periferie e nei campi dove regolare conti e rivalità, quindi
non un successo della legge ma un sommergere la verità fuori
dal fuoco dei riflettori. Teniamolo a mente.
Con la caduta del governo Thatcher, in seguito a tragedie immani come
quella di Sheffield o di Bradford (55 tifosi arsi vivi in un incendio
delle tribune in legno del fatiscente impianto dell'800 nel 1985, due
settimane prima di Bruxelles) dovute non alla furia degli hool ma alle
inadeguatezze e negligenze strutturali degli impianti, si pensò
che taluni impedimenti nello scorrere del pacifico e sacro sabato, potessero
essere ovviati con la cultura della sicurezza.
Eliminazione delle barriere con il campo, steward e non poliziotti a
controllare i comportamenti individuali, maggiore sensibilizzazione
dei giovani, trasformazione degli impianti in centri di ritrovo e intrattenimento
extracalcistico (musei, bar, fans shop etc.), televisionizzazione immanente
del fenomeno calcio. E l'hooliganismo pare essere magicamente scomparso
dal mondo del pallone d'Albione. Anzi i comportamenti esemplari dei
tifosi inglesi non appena dopo la riammissione in Europa dal bando post-Heysel,
fece si che la Uefa premiasse i sudditi di Sua Maestà con gli
Europei del 1996 che si svolsero senza gravi incidenti.
In realtà si era semplicemente trasformato il calcio dall'emblema
della working class in prodotto ad uso e consumo della middle class,
cioè quell'ampia fascia di benestanti che potevano permettersi
i costi elevati dei settori numerati e tutto il corollario di merchandise
e imbecillario assortito del perfetto tifoso mansueto e colorato. Oggi
le ondate di moral panic (cioè le grandi campagne di demonizzazione
artefatte e gestite dai media a seconda delle contingenze) hanno cessato
di esistere in Inghilterra per quanto riguarda gli hooligans e si sono
trasferite da noi creando il feticcio dell'ultras.
Gli
hooligans di casa nostra
La nascita dei primi gruppi ultras, dei primi collettivi di tifosi che
mutuavano l'esperienza politica e l'attivismo sindacale delle fabbriche
e delle università o, se di segno politico opposto, dalle organizzazioni
giovanili della destra, traevano la propria linfa genetica da un humus
altamente conflittuale e politicizzato, specchio delle tensioni di una
società italiana che era uscita con le ossa rotte dalla prima
e sconvolgente ondata di benessere economico (il famoso boom del decennio
posteriore alla ricostruzione) dei primi anni '60. Una società
italiana incapace di gestire quelle mutazioni di costume e di partecipazione
alla politica, intesa come pratica quotidiana, che in quei pochi anni
aveva esponenzialmente allargato la sua presenza nel tessuto connettivo
della società stessa.
Quell'Italia dei "primi anni '70" non aveva ancora metabolizzato
lo shock del '68 ed era colpevolmente inconsapevole nell'ignorare il
clima degli anni di piombo che l'avrebbero dilaniata per tutto il decennio
a venire. Ebbene, quelle primordiali aggregazioni spontanee di tifosi,
per lo più composte da giovani e giovanissimi, ebbero l'innegabile
merito di trasferire le proprie esperienze quotidiane nelle curve, istituzionalizzandosi
paradossalmente in gruppi che via via iniziarono ad assumere caratteristiche
più precise.
La scelta di alcuni nomi piuttosto che altri è altamente sintomatico.
ULTRAS, BRIGATE, COMMANDOS, TUPAMAROS, SETTEMBRE, COLLETTIVO, ARDITI,
GIOVENTU', FEDAYN, HELL'S ANGELS, REGIME, BOYS, FRONTE etc, scalzarono
in breve tempo dalle gradinate e dalle curve i teloni con i colori sociali
e con i nomi dei clubs intitolati al giocatore o al luogo di provenienza.
Questo avvenne principalmente grazie, dapprima, all'incosciente temerarietà
dei primi pionieri che a proprio rischio e pericolo si misero in evidenza
lanciando cori ritmati, introducendo tamburi e luminarie e provando
delle embrionali coreografie fatte con pochi soldi e molta creatività,
e iniziando a confrontarsi con le realtà omologhe che nascevano
in altre curve di altre città, in maniera verticale da nord a
sud. L'appartenenza dei primi ultras (che è la dicitura esatta,
mentre ultrà è stata mutuata dai giornalisti da un contesto
storico che è quello della Rivoluzione Francese per indicare
i fedelissimi alla monarchia, nda) ad un medesimo contesto sociale o
politico o di quartiere, cementava delle regole tacite ma ferree di
rispetto e mutua reciprocità.
Innegabile che valori quali l'amicizia, il senso del gruppo, l'obbiettivo
comune nel sostenere la squadra, l'entusiasmo portato dal sapere che
si stava contribuendo ad edificare qualcosa che per la Penisola era
un'assoluta novità, il difendersi tutti insieme in quelle trasferte
già all'epoca a rischio per i più svariati motivi, contribuirono
a stabilire i principi di quella che ai giorni nostri definiremmo "la
Mentalità Ultras". Non secondario fu lo spirito emulativo
suscitato dall'eco delle gesta compiute dagli hooligans d'oltremanica,
tanto che l'Inghilterra divenne rapidamente meta di veri e propri viaggi-studio
di alcuni dei nostri primi ultras.
Il fenomeno iniziò ad espandersi a macchia d'olio, le cronache
domenicali delle partite iniziarono a dover rapidamente cedere molte
delle loro righe e articoli non più al gol o al rigore contestato,
ma a ciò che accadeva sulle gradinate e nelle strade delle città.
I gruppi iniziarono a conoscersi, confrontarsi e scontrarsi fra di loro
con una frequenza che pose il "problema"sotto i riflettori
dei media e sotto il periscopio delle autorità.
Quel fenomeno di aggregazione giovanile che inizialmente questurini
e magistrati, e con essi i politici, avevano sottovalutato e, machiavellicamente,
tollerato in virtù del fatto che il "calcio oppio dei popoli"
deviava, almeno alla domenica, migliaia di quegli attivisti politici
che durante la settimana turbavano le piazze e l'ordine pubblico, stava
scoppiando come un bubbone nella società.
Ma quelli erano ultras che si erano dati delle regole, erano ultras
che si menavano fra gruppi, a mani nude o con le stesse armi che erano
quelle degli scontri di piazza (caschi da motociclista, spranghe e bastoni
che raccontato oggi fa inorridire, ma che all'epoca costituivano il
corredo di ogni manifestazione politica), gruppi che si davano appuntamenti
mattutini o notturni e regolavano fra di loro i conti. La violenza ha
sempre e comunque una valenza negativa, ma il paradosso, che qui si
vuole sostenere, è che essendo essa stessa - la violenza- connaturata
al vivere collettivo e alla società dello spettacolo (per farla
breve) è purtroppo inevitabile, ma perlomeno quegli ultras non
coinvolgevano, o credevano e tentavano di farlo, i semplici tifosi estranei
alle faide dei gruppi organizzati.
Poi venne Paparelli (il tifoso laziale ucciso da un bengala di segnalazione
marina esploso dalla Sud nel derby capitolino del 28 ottobre 1979),
vennero le lame (l'assassinio di Vincenzo Spagnolo detto Spagna a Genova
nel 1995 ad opera di un ultrà milanista), gli agguati (De Falchi
e Filippini, le molotov contro il treno dei bolognesi a Firenze nell'89
ustionando Ivan Dell'Olio) le cariche di tanti contro pochi, i danneggiamenti,
i vandalismi agli autogrill, i treni speciali dati alle fiamme, i morti,
troppi e mai troppo ricordati. E la mentalità, quella vera, quella
degli esordi andò via via rarefacendosi, fino quasi a scomparire
sotto il peso di una società che stava vivendo il suo secondo
boom economico, quello dell'Italia da bere all'ombra di tangentopoli,
quello del riflusso culturale e del disimpegno politico, quello del
merchandising e dello yuppismo.
Come gli ultras, pochi, in un certo senso selezionati, degli esordi
erano il riflesso di quella società ancorati comunque a valori
solidi, per perversi che potevano essere, così questi sono i
figli di questa società. Il rampantismo invade anche gli stadi,
il calcio diventa industria fra le prime a fatturare e produrre mercato
nel Prodotto Interno Lordo, e così alcuni capiscono che anche
con gli ultras ci si può fare i soldi.
Le vecchie guardie decimate dalla vita, dalla repressione e dall'eroina
cedono il campo ai giovani che non sempre sono in grado di continuare
la tradizione. E talvolta non ne hanno neanche l'interesse. E così
le curve svarionano, il vecchio stereotipo dell'ultras fai da te, con
sciarpa di lana fatta dalla nonna e striscioni rabberciati cede il posto
a tanti bei piccoli soldatini griffati dalla testa ai piedi con il logo
del gruppo ormai rigorosamente trade mark e depositato in tribunale.
La non omologazione politica, di destra o di sinistra, si inginocchia
alle logiche elettorali e alle strategie di mercato. Le coreografie
diventano megagalattiche, ma una volta diradatasi la nebbia dei fumogeni
rimane lo squallido spettacolo di curve mute che esultano solo ai gol
o attendono la sconfitta per contestare e fischiare, alla pari dei "borghesi"
in distinti o addirittura in tribuna. I capi ultras vanno a cena coi
presidenti, che da lì a un mese contesteranno per il mancato
obolo versato in pass d'ingresso, e aizzano folle salvo poi diradarsi
al momento topico.
Nel frattempo la repressione diventa sempre più pressante, ci
sono anche i primi morti fra i tifosi in seguito a scontri con la polizia
(Furlan a Trieste percosso dalla Celere, Colombini a Bergamo, Spolettini
a Bologna) innalzando ed inasprendo di fatto le dinamiche degli scontri
ad un livello intollerabile.
L'avvocato
del diavolo
E allora dove rinasce la Mentalità? Rinasce su tanti bellissimi
striscioni di solidarietà dedicati anche ai nemici più
acerrimi o alle vittime di catastrofi e morti inopinate, nelle iniziative
sociali, nel cercare, se necessario e inevitabile, lo scontro in maniera
leale, nel fare fronte comune contro la repressione pressappochista
e pregiudiziale, nel combattere il caroprezzi e le paytv, nel rispetto
per l'avversario, nel diritto allo sfottò greve, impietoso, volgare
ma nei limiti della decenza umana. Nell'evitare di farsi strumentalizzare
dalle società calcistiche, nel sostenere squadre di mediocri
predatori solo per l'orgoglio della maglia che indossano, nel riuscire
a cantare anche se stai perdendo tre a zero, nel comprendere e far comprendere
che in curva si va per cantare e non a sfilare in passerella o raccogliere
denari e voti. Rinasce nella coscienza collettiva di un movimento che
messo all'indice dalla società dello spettacolo che lo ha generato,
sente il bisogno di avere una sua dignità mediatica e si confedera
fra ultras avversari, uniti però dall'intento comune di lottare
democraticamente contro i mali del calcio moderno: caro prezzi, paytv,
repressione indiscriminata che colpisce ultras onesti e delinquenti
comuni. Forse l'ultimo atollo su cui gli ultras possono salvarsi dal
naufragio dei valori e dalla violenza becera.
È quindi necessario scandagliare la cultura ultrà, riconoscendone
sicuramente il tasso negativo della violenza tout court, della intolleranza
strisciante omofobica e xenofoba, della pericolosità sociale
e dei costi economici ed umani ad essa connessa (le spese domenicali
per garantire l'ordine pubblico pesano sui contribuenti, le vite distrutte
dallo stadio pesano sui suoi protagonisti e le loro famiglie). Altrettanto
necessario è però riconoscere l'assoluto desiderio di
autonomia e contrapposizione nei confronti di ogni autorità costituita,
sportiva ed istituzionale. E questo in ogni caso è indice di
libertà. Diceva Pier Paolo Pasolini: "in piazza o allo stadio
la passione non cambia".
| |
|
torna
su |
|
| |
LIBRI
FANATICS. Voci, documenti e materiali dal movimento ultrà,
D.Colombo, D. De Luca. Introduzione di V. Marchi; 1996. Castelvecchi,
Roma.
You'll Never Walk Alone - il mito del tifo inglese, a cura
di Rocco De Biasi, Shake Edizioni Underground, Milano. Un vademecum
completo di studi, teorie e documenti da e sul tifo inglese e non
solo.
T.A.Z., H. Bey. Shake edizioni Underground. 1993, Milano.
ULTRA'. Le sottoculture giovanili della curva, a cura di
V. Marchi. Roma, Koiné, 1996.
Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio, A. Del
Lago. Bologna, Il Mulino; 1990.
In
ciascun testo rintracciabili miriadi di riferimenti e citazioni
di tutta la sociologia applicata allo studio del fenomeno violenza
negli stadi e sottoculture giovanili di riferimento.
TIFO
WEB
www.ultrasportal.com
www.tifonet.it
www.progettoultra.it
www.ultrasoccer.org
www.ultrasinside.it
www.supertifo.it
Ciascun sito collega in link tutti i siti dei vari gruppi ultras,
con sezioni editoriali di critica letteraria e cinematografica legato
al mondo ultras.
|
|
|