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LA
QUOTIDIANITÀ DELLA CITTÀ
Stranieri, soli, lavoratori: i minori non accompagnati
Nel 1946, un maestro del cinema
neorealista, Vittorio De Sica, racconta nel film "Sciuscià"
la storia di due ragazzini lustrascarpe a Roma. Spinti dalla miseria e
dalla fame del dopoguerra italiano partecipano a un furto. Scoperti, vengono
rinchiusi nel carcere minorile, dove subiranno sevizie di ogni genere.
di
Paola Bizzarri
Torino, più
di cinquant'anni dopo, in una fredda giornata autunnale. Il tram sta percorrendo
il centro storico verso la stazione ferroviaria, ad una fermata, salgono
due bimbi. Sono vestiti con abiti fuori misura, un poco sporchi; capelli
lunghi, raccolti in una bella treccia, lei, arruffati, lui. Il giovane
abbraccia una fisarmonica e improvvisa una melodia, mentre la piccola
gira tra i passeggeri, raccogliendo due o tre monete. Sabato sera, lungo
i "Murazzi" tra la folla: gruppetti di giovani maghrebini, sedici
o diciassette anni, ridono tra loro. Gli occhi scuri e i denti anneriti
li invecchiano di venti anni.
Arriva lunedì: come ogni mattina a tre semafori diversi, i tre
ragazzini stranieri. Il primo, quindici anni, dall'accento slavo, resta
immobile accanto al palo del semaforo. È l'interessato all'acquisto
di fazzoletti o accendini a dover catturare la sua attenzione. Il secondo,
poco più che un bambino, è così piccolo che non arriva
ai parabrezza delle vetture, ragione per la quale si occupa di lucidarne
i soli fari. Il terzo, nordafricano, sorride sempre e con una dolce voce
domanda di lavare vetri a centinaia di automobilisti. Alle quindici del
pomeriggio sono ancora lì, tutti e tre, da mesi
Chissà per quanto tempo ancora. Tutti lavorano, nessuno frequenta
la scuola.
Oggi, come allora, si incontrano lungo le strade bambini che si arrangiano
vendendo prodotti agli angoli delle strade, chiedendo la carità
e rubacchiando portafogli. Cinquant'anni fa parlavano il dialetto napoletano,
piemontese, romano, adesso hanno un accento straniero.
Molti dei nuovi "sciuscià" rientrano nella categoria
dei cosiddetti minori non accompagnati.
Soli
in terra straniera
Capire le complesse vicissitudini dei minori non accompagnati non è
facile, nemmeno per chi vada al di là della sola compassione
fra una frenata e il verde di un semaforo.
Abbiamo chiesto aiuto a Laura Marzin, Responsabile dell'Ufficio Minori
Stranieri del Comune di Torino.
Dottoressa
Marzin, chi sono i minori non accompagnati?
"Per minori non accompagnati s'intendono stranieri non aventi cittadinanza
italiana o di altri Stati dell'Unione Europea, con meno di diciotto
anni, entrati senza autorizzazione sul territorio italiano e privi della
presenza di chi esercita la potestà genitoriale.
Un minore straniero non accompagnato, pertanto, è colui che è
giunto in Italia né per motivi d'adozione o di emergenza umanitaria,
né all'interno di progetti finalizzati (è il caso di minorenni
entrati in Italia nell'ambito di programmi solidaristici di accoglienza
temporanea promossi da enti o famiglie, ne sono una testimonianza i
bimbi bielorussi provenienti dall'area di Cernobyl, NdA).
La definizione appena fornita comprende non solo i minori completamente
soli, ma anche quelli affidati di fatto a parenti entro il quarto grado
che non siano tutori in base a un provvedimento formale.
In breve, un minore non accompagnato è chi dimora in Italia senza
genitori o un adulto che lo rappresenti legalmente".
Sono
più maschi o femmine?
"Sono sia maschi che femmine. Alcuni sono ragazzi che entrano
in Italia con il progetto, naturalmente deciso dalla famiglia, di andare
a scuola, di intraprendere un percorso di regolarizzazione, in ultima
istanza di essere accolti nel Paese d'arrivo. Altri, purtroppo, vengono
mandati in Italia con il preciso scopo di essere sfruttati nelle attività
illegali."
Quali
in particolare?
"Le attività prevalenti vanno dall'accattonaggio al furto,
dal borseggio allo spaccio di sostanze stupefacenti e, purtroppo, comprendono
anche tratta e prostituzione".
Nel
corso di questo decennio il fenomeno si è modificato?
"Sì, il fenomeno si è modificato nel corso di
questi anni sia in termini quantitativi che qualitativi e oggi abbiamo
centinaia di minori non accompagnati di cui ci occupiamo. Sono giovani
di età variabile, dagli otto ai nove anni fino ai sedici o diciassette".
Quando
è stato istituito l'Ufficio minori stranieri?
"L'Ufficio minori stranieri è stato istituito nel 1992,
proprio in riferimento alla presenza di minori stranieri irregolarmente
presenti sul territorio cittadino, i cosiddetti "bambini invisibili",
che, in alcuni casi, avevano solo un genitore oppure erano soli ed affidati
a parenti".
Quella
dei minori stranieri non accompagnati è una realtà sempre
più tangibile che pone le istituzioni di fronte a sfide, amministrative
ed operative, non facili.
Recentemente, infatti, il Comune di Torino ha realizzato una struttura
comunitaria protetta per minori abbandonati al di sotto dei quattordici
anni e per il rimpatrio di minori autori di reato.
La struttura comunitaria protetta - che possiede carattere sperimentale
- è stata aperta nei primi giorni del maggio 2003 a Torino.
Dottoressa
Marzin, come si lavora all'interno di questa struttura?
"Torino ha deciso di istituire una comunità dove i minori,
soprattutto gli infraquattordicenni, possano essere ascoltati, siano
liberi di riflettere sulla loro condizione ed eventualmente decidere
di cambiare vita.
Il Centro è un luogo dove i minori trovano: accoglienza, ascolto,
progetti educativi specifici, sostegno psicologico e socializzazione.
Ogni caso viene valutato attentamente. Se si considera nel migliore
interesse del minore il rimpatrio assistito, abbiamo concluso, come
Città di Torino, protocolli di collaborazione con il Governo
Rumeno e Marocchino per rimpatri assistiti di qualità, proponendo
anche progetti di integrazione nei Paesi d'origine, finanziati dal Comune
attraverso fondi ricevuti dal Comitato minori stranieri (organismo interministeriale,
competente ad occuparsi di tutti i minori non accompagnati e unico organo
competente a disporre il rimpatrio assistito, istituito ai sensi dell'articolo
33 del decreto legislativo 25 luglio 1998, NdA).
Si tratta dell'istituzione di una struttura sperimentale, nuova, dove
le caratteristiche sono di protezione, ma anche di contenimento attraverso
la relazione educativa dei minori".
L'emigrazione
dei bambini, perché?
"Ragazzi minorenni intraprendono, soli, un progetto migratorio
con la speranza di una sopravvivenza decente, migliore di quella nel
paese di provenienza.
Alle spalle si lasciano false promesse di lavori inesistenti, pressioni
familiari dettate dalla necessità di guadagnare per fronteggiare
condizioni economiche difficili, raggiri perpetrati verso genitori sprovveduti,
che affidano i figli a persone apparentemente generose, in realtà
spietati intermediari, trafficanti, reclutatori, con il solo scopo di
guadagnare costringendo minorenni a prostituirsi sui marciapiedi e in
locali notturni.
La famiglia, rimasta nel paese originario, non viene dimenticata, anzi,
i minori emigranti intendono aiutarla economicamente, una volta arrivati
a destinazione e trovato un lavoro.
Entrano in Italia, pertanto, o per una decisione autonoma (caso dei
giovani albanesi), o seguendo il meccanismo delle migrazioni a catena
(come la maggior parte dei minori maghrebini), o perché vittime
del racket di organizzazioni malavitose, che sfruttano il lavoro minorile
nel paese d'emigrazione".
Quali
vicende capitano, verosimilmente, a un ragazzino extracomunitario che
dopo giorni di viaggio su mezzi di fortuna giunge in territorio italiano
con una prospettiva di vita migliore, sovente a fronte di un indebitamento
familiare ?
I "fortunati" raggiungono lontani parenti o amici che vivono
nel Paese di arrivo; per gli altri il destino è quasi segnato:
sfruttamento, microcriminalità e clandestinità, sino a
quando non vengono rintracciati dalle forze dell'ordine.
Accompagnato in questura, la polizia dirige le indagini per accertarne
identità, età, presenza o meno di familiari e procede
al fotosegnalamento e alla segnalazione al Comitato per minori stranieri.
A questo punto, viene concesso al giovane un permesso di soggiorno temporaneo
per minore età.
Prende via la fase in cui il minore da non accompagnato, diventa accompagnato.
Definizione arida per indicare che verrà inserito in una struttura
assistenziale.
Terminate le indagini sulla sua identità, si apre una strada
biforcata: il rimpatrio assistito oppure la permanenza in Italia.
La prima ipotesi è attuata in applicazione del principio riconosciuto
dalle convenzioni internazionali secondo il quale i minori devono ricongiungersi
alla famiglia di provenienza, beneficiando del diritto all'integrità
familiare. Il rimpatrio assistito prevede, pertanto, di garantire al
minore tutta l'assistenza necessaria sino al ricongiungimento con la
propria famiglia nel Paese d'origine. Non è per niente scontato,
tuttavia, che un fanciullo desideri ricongiungersi con la propria famiglia,
dalla quale magari è scappato o alla quale probabilmente aveva
promesso di spedire denaro per il sostentamento. Per queste ragioni,
è bene sottolineare che il provvedimento di rimpatrio può
essere impugnato davanti al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale).
Per chi una famiglia non l'ha più o non l'ha mai avuta, oppure
per chi è scappato da un nucleo familiare molto problematico
(estrema povertà o stati di salute critici), le condizioni di
rimpatrio non sussistono. Il minorenne straniero rimane, quindi, in
Italia e viene affidato ad una famiglia o a un istituto. Il permesso
di soggiorno per minore età viene convertito in permesso di soggiorno
per affidamento.
Tale condizione resta valida sino al raggiungimento del diciottesimo
anno, dopo subentra un nuovo iter.
La legge "Bossi-Fini", la n.189 del 30 luglio 2002, all'articolo
25, ha stabilito, infatti, che il permesso per affidamento, può
essere rinnovato come permesso di soggiorno per motivi di studio o di
accesso al lavoro, al compimento del diciottesimo anno, ma solo se il
ragazzo è presente in Italia da almeno tre anni ed ha avviato
un percorso di integrazione da due.
Il progetto di integrazione sociale e civile deve essere gestito da
un ente pubblico o privato dotato di rappresentanza nazionale e iscritto
nel registro istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
L'ente gestore dei progetti deve garantire e provare con idonea documentazione,
al momento del compimento della maggior età del minore straniero,
che l'interessato si trova sul territorio italiano da non meno di tre
anni, che ha seguito il progetto per non meno di due anni, che ha la
disponibilità di un alloggio e frequenta corsi di studio o attività
lavorative.
Viene da domandarsi il numero di minori stranieri non accompagnati che
rientrano nei canoni previsti dalla legge "Bossi-Fini", cioè
che hanno fatto il loro ingresso prima dei quindici anni, entrando subito
in questo percorso educativo. Come sostiene Fredo Olivero, direttore
dell'Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi: "L'obiettivo della
legge è scoraggiare l'arrivo di adolescenti e comunque renderli
più facilmente espellibili. In realtà, con i vincoli fissati,
si ottiene soltanto che le organizzazioni criminali abbassino l'età
dei minori importati: sotto i 14 anni, infatti, non sono rimpatriabili".
Risultato: ci ritroveremo, nelle strade, ragazzi sempre più giovani.
Già ci sono, addirittura di 11 anni. Basta guardarsi intorno.
Questo è lo scenario, duro e ricco di lacune. Ciò è
evidente nelle legittime questioni che non trovano risposta; nella domanda,
per esempio, di un docente che si chiede: "Per un giovane extracomunitario
che, compiuti i 18 anni, perde il permesso di soggiorno rilasciato per
minore età, ma, giunto alla fine dell'anno scolastico, deve sostenere
l'esame di Stato, quali prospettive si aprono? Il giovane potrà
affrontare la prova o no?"
Alla fine dei conti, in materia d'immigrazione si tratta sempre di valutare
questioni molto concrete, che passano sulla pelle di persone, aldilà
dell'ottica dell'emergenza o delle esigenze elettoralistiche, seguendo
il principio della realtà.
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Dati
sul fenomeno migratorio in Italia
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Il
fenomeno dei minori stranieri presenti nel territorio italiano è
iniziato alla fine degli anni sessanta, epoca in cui l'Italia -
cessato d'essere paese d'"esportazione" di manodopera
- diviene uno dei principali punti di sbocco dei flussi migratori
internazionali.
4 milioni i cittadini italiani attualmente dimoranti in Stati stranieri,
2.395.000 gli immigrati regolari in Italia,
4,2% l'incidenza di stranieri sulla popolazione, inferiore di un
punto alla media europea,
326.101 i minori stranieri in Italia, con una ripartizione territoriale
più accentuata al Nord d'Italia rispetto al Sud,
22.062 i minori stranieri residenti in Piemonte nel 2001,
6.872 i minori stranieri residenti a Torino nel 2001,
7.921 i minori stranieri non accompagnati sul suolo italiano secondo
il ministero del Welfare al 31/1/2002. In realtà, non è
possibile sostenere con esattezza quanti siano. Per la Caritas,
infatti, la cifra va più che raddoppiata e raggiunge il numero
di 16.000.
165 i minori stranieri soli segnalati nel 2002 a Torino al Comitato
per i minori stranieri. 148 maschi e 17 femmine, la cui fascia di
età andava dai sette ai diciotto anni, in prevalenza marocchini,
rumeni e albanesi.
Dal momento che non tutti i minori abbandonati sono segnalati ai
servizi, perché sfuggono alle identificazioni o perché
il fenomeno resta clandestino, mancano dati certi della presenza,
nel capoluogo piemontese, di bambini stranieri abbandonati.
- CARITAS-Dossier statistico immigrazione, 2001, pp.172.
- Osservatorio Interistituzionale sugli Stranieri in provincia
di Torino, Rapporto 2002, pp.145-148.
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Paesi
di provenienza dei minori migranti soli
I
paesi da cui si emigra sono circa 78, ai primi posti si trovano:
- Albania (61,79%)
- Marocco (8,95%)
- Romania (6,30%)
- Federazione Jugoslava (6,24%)
Fonte: CARRERA L., La condizione giuridica del minore straniero
non accompagnato, "Famiglia e diritto", 2001, fasc.
4 (agosto), pp. 447-449.
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