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IRAK:
LIBERTÀ DURATURA?
"Con il sangue daremo
l'anima per Saddam! Con il sangue daremo l'anima per Saddam!".
Febbraio 2003 moltissimi iracheni cantavano in ogni momento il tormentone
per fare capire che avrebbero sacrificato la loro vita per salvare quella
del Raiss. In ogni manifestazione, assemblea, incontro, protesta anti
USA, c'era sempre qualcuno che ad un certo punto intonava il ritornello
seguito dalla massa strepitante.
di
Maurizio Pagliassotti
Sono passati
solo pochi mesi ma in Irak il tempo ha preso una forma nuova, velocizzato
dagli eventi che hanno rivoltato questo paese. O forse l'Irak attuale
è solo un altro posto rispetto a quello di febbraio, un luogo nuovo
che poco sembra condividere con quello di pochi mesi or sono. Una guerra
lampo condotta dagli anglo statunitensi, l'esercito regolare iracheno
crollato in un mese - esercito di straccioni che faceva marciare i soldati
in ciabatte durante le parate che dovevano impressionare l'invincibile
armata americana -, l'entrata in Bagdad delle trionfanti colonne di carri
armati Abrams e soprattutto la fine del regime, della dittatura dell'oppressione.
Mentre l'opinione pubblica occidentale protestava contro una guerra illegale,
a Bagdad molti bruciavano le foto di Saddam, abbattevano le sue statue
e crivellavano di proiettili i suoi dipinti, presenti in ogni luogo del
paese
E il canto nel quale si parlava di sacrifici, anime e sangue? "Eravamo
costretti a farlo ma nessuno ci credeva a quelle parole. Avevamo paura,
perché in Irak tutti potevano essere una spia dei servizi segreti,
ed essere denunciati come non fedeli a Saddam significava la morte."
Le parole sono di un gestore di un piccolo negozio di carpenteria di Bagdad,
che solo fino a pochi mesi fa aveva in bella mostra il faccione del presidente
nel centro del locale.
Tutto bello quindi? I buoni hanno vinto, il cattivo è morto, o
si nasconde nelle fogne, e la pace è tornata in un paese che ha
fatto quattro guerre, ha subito dodici anni di embargo ed è stato
sotto il giogo di un dittatore sanguinario per tre decenni? Non esattamente,
anzi. Ormai alla storiella dell'arrivo della democrazia e della pacificazione
in corso non ci crede più nessuno. Semplicemente in Irak c'è
ancora la guerra, di più, c'è come mai prima.
Bagdad
e le mille e una notte
Bagdad è un posto decisamente pericoloso. Un abitante della capitale
che esce al mattino può ragionevolmente nutrire qualche dubbio
sul suo ritorno a casa la sera.
Gli attentati si susseguono, tutti i giorni, ed ultimamente stanno diventando
molto sofisticati. I bersagli più colpiti sono ovviamente gli
americani e i luoghi dove questi risiedono, e i nuovi poliziotti che
tentano di imporre l'ordine, in maniera piuttosto inefficace. Dopodiché
la guerriglia colpisce a caso: ambasciate, moschee, alberghi...
Una volta tornato a casa, per un abitante di Bagdad i guai continuano
perché in molte zone della città sono tuttora frequenti
tagli di corrente elettrica che possono durare anche molte ore. Completamente
demolite sono le linee telefoniche e telefonare è diventato un
lusso.
Dal mese di novembre il coprifuoco imposto dalle truppe occupanti è
cessato ma la gente sembra essersi imposta un'auto reclusione che scatta
verso le sette di sera: troppa paura di essere accoppati per strada,
troppa paura di essere fermati dalle ronde statunitensi che pattugliano
la città durante le ore notturne.
Vi è una sorta di disillusione nelle parole degli abitanti della
capitale verso tutto: semplicemente sembra siano esausti dell'occupazione,
dei giornalisti che fanno domande su domande, della guerriglia che non
molla il paese, dei ladri che si moltiplicano.
E poi, soprattutto, sono distrutti da una disoccupazione dilagante,
incrementata dalla decisione della nuova amministrazione di licenziare
dall'esercito gli appartenenti al partito Baath, quello che un tempo
era il movimento politico di Saddam. Si è così creata
una sacca di scontento gigantesca, forse trecentomila uomini che non
hanno più alcun reddito. Persone che nella stragrande maggioranza
avevano la tessera non per convinzione ma per necessità, un po'
come ai tempi del fascismo in Italia o del comunismo in Unione Sovietica.
Il lavoro, per avere una vita dignitosa, è desiderato ancora
più della pace, forse perché alla guerra qui ormai hanno
fatto l'abitudine. L'economia è di sopravvivenza, regna l'arte
di arrangiarsi con mille lavoretti: piccolo commerciante ambulante,
cambiavalute, tassista fai da te e molto altro.
La povertà dilagante è sintomatica nel suq, dove commercianti
piangono miseria (ma forse questa è una deformazione professionale
planetaria...) e soprattutto girovagano moltissime donne in nero che
tendono la mano per chiedere la carità. Un tempo, solo pochi
mesi prima dell'ultima guerra, era impensabile vederle.
La città appare poco toccata dai bombardamenti, solo la zona
dei ministeri ed i grandi palazzi del regime sono stati bombardati in
maniera dura.
Prima della guerra il regime organizzava giri propagandistici destinati
ai giornalisti occidentali per illustrare lo stato pietoso in cui versavano
gli ospedali della capitale a causa dell'embargo, dicevano. Il regime
non c'è più e l'embargo è finito ma la situazione
è ancora critica.
Lo sforzo statunitense di riuscire a portare una decente qualità
sanitaria nel paese è chiaro ma i risultati sono ancora modesti.
Gli stessi medici sostengono che la situazione, pur essendo migliorata,
è ancora molto lontana dagli standard qualitativi di una nazione
occidentale. Inaccettabili pastoie burocratiche bloccano ancora macchinari
e medicinali di cui c'è bisogno, rendendo l'operato difficoltoso.
A questo si aggiunge il fatto che tutti gli uffici pubblici, e quindi
anche gli ospedali, chiudono alle due del pomeriggio...
L'aspetto più evidente è l'avvento di prodotti occidentali
che in maniera troppo irruente stanno scalzando la cultura tradizionale
locale, in ogni campo. Elvis Presley ha sostituito troppo disinvoltamente
le nenie religiose alla radio e la stessa cosa è accaduta nella
stampa, nella televisione, nel vestiario, nei divertimenti. Questo provoca
tensioni nei settori più tradizionali e religiosi della popolazione,
che vedono in tutto questo una colonizzazione culturale.
L'occupazione
Qualcuno ha scritto su un muro di Bagdad "U.S. troops good",
subito cancellato da mani che avevano un'idea opposta sugli americani.
Non sono pochi quelli che inizialmente hanno esultato per l'arrivo delle
truppe americane, magari non in maniera troppo palese perché
la paura di Saddam era troppo forte.
Gli americani, presa la capitale hanno scelto per un'occupazione blanda
e non repressiva. È raro incontrare posti di blocco statunitensi
ed i soldati dimostrano, con tutti, gentilezza e cortesia. I blindati
girano per la città più per mostrare i muscoli della potenza
militare che per un effettivo controllo. Ora la scelta di non opprimere
e delegare alle forze locali si sta trasformando in un boomerang perché
le guerriglie si muovono più agevolmete e riescono ad organizzarsi
facilmente per gli attacchi.
Spauriti
soldati sembrano chiedersi "cosa ci faccio in questo inferno"
mentre sono posizionati a guardia di un punto sensibile. Giovani, rasati,
muscolosi con gli occhiali da sole Oakley: a Bagdad come sulle spiagge
della California.
La simpatia iniziale è rimasta in chi amava già segretamente
gli USA, mentre gli incerti tendono sempre più verso l'ostilità
perché la generale insicurezza della vita e la povertà
dilagante vengono direttamente collegate con l'occupazione americana.
Ali
Baba
Ali baba è l'unico vero vincitore della guerra. Ali baba è
il ladrone che ammazza e ruba, per pochi spiccioli e senza pietà,
chiunque gli capiti davanti. È il vincitore della guerra perché
diventato figura di riferimento nella vita di ogni iracheno, ancora
più delle truppe di occupazione.
Su Ali baba vivono i nostalgici di Saddam, quelli che non perdono occasione
per ricordare "Saddam? No Ali baba. No Saddam? Ali baba!"
conditi da ricordi di quando la polizia dei tempi andati schiacciava
senza pietà ogni tipo di criminalità, dalla piccola alla
grande. Secondo costoro, soprattutto della capitale, Bagdad ai tempi
del dittatore era una specie di paradiso dove tutti potevano girare
per strada tranquilli e sereni.
Effettivamente in alcune zone della città, compreso il suq arabo,
è meglio non avventurarsi da soli ed evitare di stare fuori durante
le ore notturne che offrono un concerto continuo di sparatorie e raffiche
di kalashnikow. Molte mani si infilano palesemente nelle borse e nelle
tasche mentre attraversi le strette viuzze del mercato, ma la paura
maggiore arriva dalla polizia che, forse un po' troppo esaltata dai
nuovi istruttori americani, punta il fucile in faccia con troppa disinvoltura
a chiunque abbia l'aspetto di ali baba.
In alcune zone sono letteralmente off limits. Nello slum di Al Sadr,
megaquartiere sciita alla periferia di Bagdad, non si avventurano nemmeno
i blindati americani, tale è la pericolosità.
Dire che in Irak viga l'anarchia è reale perché le truppe
americane non controllano il territorio, i soldati effettivi sul campo
sono solo quarantamila, mentre la polizia locale è male armata
e priva di preparazione, essendo stata rifondata completamente da poco
tempo.
La
resistenza
I propagandisti del regime amavano confezionare slogan truculenti con
cui impressionare gli americani. Famoso è rimasto quello di febbraio,
quando un impettito Saddam dichiarava che l'Irak avrebbe combattuto
"fino all'ultimo bambino". Parole, la guerra ha avuto un altro
corso, in pochi hanno avuto la voglia di sacrificare la vita per salvare
una dittatura che era diventata insopportabile.
"Gli ufficiali maggiori quando hanno capito che Bagdad era accerchiata
sono scappati - racconta un ex soldato - e noi siamo rimasti senza linee
di comando, ovvero senza ordini. In molti però hanno nascosto
grandi quantità di armi, consapevoli che sarebbe scattata la
guerriglia contro gli occupanti".
Bagdad, ma soprattutto città minori come Al Falluja, Al Nassirja,
Al Karbala, sono diventati luoghi di scontro quotidiano dove gli attacchi
sono sempre più complessi ed imprevedibili.
È diceria diffusa che ogni iracheno abbia un'arma in casa, cosa
del resto molto probabile vedendo la quantità di persone armate
che gira per la città. E non sono rari gli episodi in cui singoli
cittadini si affacciano dal balcone di casa e cominciano a sparare contro
le autoblindo che percorrono le strade.
L'aspetto più inquietante è la consapevolezza di quanto
in occidente possa essere dirompente una guerra psicologica portata
avanti con atti di terrorismo.
Continua l'ex ufficiale, ora impegnato nella guerriglia: "Voi avete
l'ossessione del terrorismo, chiamate tutto terrorismo, anche quella
che è una normale resistenza. La guerriglia è forte di
questo. Ogni attacco kamikaze che uccide soldati della coalizione ha
più effetto perché i vostri media tendono a creare una
situazione di terrore nelle case occidentali. Noi siamo entrati nelle
vostre case più di quanto voi siate entrati nelle nostre".
Ragionamenti raffinati, che implicano una sostanziale conoscenza della
cultura occidentale e di come la si possa colpire.
I
giovani
La gioventù irachena, cosa pensa, cosa vuole, cosa desidera,
è quanto di più vario si possa immaginare.
Ci sono gli studenti dell'università di Bagdad che hanno grande
fiducia nel futuro e soprattutto nell'avvento di un nuovo corso made
in USA. Il desiderio di un'apertura verso il mondo occidentale, quello
che hanno sempre e solo immaginato, li rende ricchi di sogni che fa
loro dimenticare la durezza della vita attuale.
"In quattro anni l'Irak sarà un paese diverso, migliore
e più moderno. Faremo parte della comunità internazionale
e le nostre vite miglioreranno sensibilmente."
L'università di Bagdad si impone per l'entusiasmo diffuso verso
tutto quanto arrivi dagli Stati Uniti ma anche dall'Europa. Interesse
non solo per i gadget ma anche e soprattutto verso valori più
profondi e complessi: democrazia, libertà, mercato libero.
Parallelamente i radicali più furiosi si trovano tra i giovani
sciiti che manifestano quotidianamente e che in gran numero si uniscono
alla guerriglia per contrastare gli americani. In questi vi è
totale chiusura verso la cultura occidentale ed i valori conservatori
dell'Islam sono visti come unico punto di riferimento per la società
irachena.
La fregola di combattere porta non pochi ragazzi a dichiararsi pronti
a morire come martiri per cacciare l'infedele dal territorio sacro dell'Islam.
Conclusioni
Sempre più spesso si sentono commentatori politici chiedere a
gran voce il ritiro delle truppe di occupazione dall'Irak.
Un'aggressione avventata e la convinzione di aver vinto la guerra in
maniera rapida ed indolore stanno rendendo le perdite di questi mesi
insopportabili nei paesi occidentali, soprattutto in Italia.
L'Irak, dopo la caduta di Saddam, si trova in una situazione pericolosissima,
sull'orlo di una guerra civile che potrebbe causare milioni di morti
ed il ritiro delle truppe di occupazione concretizzerebbe incubi terrificanti.
Gli odi e le vendette da consumare crescono in Irak giorno dopo giorno
ed ogni gruppo etnico religioso attende il giorno della fuga degli occupanti
per regolare conti vecchi di venticinque anni.
"Non lasceremo mai il paese in mano agli sciiti. Sono rozzi ed
invasati, renderebbero l'Irak una succursale degli Ayatollah iraniani",
il vecchio che vende polli è una delle tanti voci sunnite che
vedono negli sciiti un nemico da combattere in maniera implacabile.
Idem dall'altra parte. "Saddam era sunnita. Lui e la sua gente
ci hanno massacrati per anni. Ci vendicheremo."
E poi i curdi alla ricerca dell'indipendenza, gli interessi predatori
di tutti i paesi confinanti, la criminalità che aspetta solo
il momento buono per saccheggiare definitivamente il paese. Insomma,
un tutti contro tutti; una situazione da mettere i brividi, in un paese
dove tutti possiedono un'arma.
Lo scarso controllo delle truppe occupanti sul territorio, e quindi
la relativa pericolosità della vita quotidiana attuale, è
solo un piccolo assaggio di quanto potrebbe accadere se rimanesse un
vuoto di potere.
"Rimarremo nel paese dieci anni", oppure, "In Irak siamo
venuti per fermarci" sono solo due delle frasi che gli alti ufficiali
americani pronunciano durante le interviste.
Prospettiva temibile, ma l'alternativa, adesso, è molto più
inquietante.
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