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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2004 | ||
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DOCUMÈ Cinema documentario, il "desaparecido" della settima arte sbarca a Torino e riempie le sale. È partita a dicembre la programmazione dell'Associazione Documè, fondata nel gennaio 2003, un progetto che nasce per condividere la grande passione per le storie e i racconti della realtà. Il tutto rigorosamente filmato. di Christian Benna L'appuntamento con il documentario in città è scandito da un doppio incontro settimanale, diviso tra il CineTeatro Baretti, di via Baretti 4, e il Centro El Barrio, Strada Cuorgnè 81, dove si alternano le proiezioni delle 14 opere in cartellone fino a febbraio, quando sarà divulgato il calendario di marzo - giugno. E in questo nuovo angolo di cultura che si propone a Torino ci sono nuovi sguardi sulla modernità, spesso realizzati da giovani autori, che fanno fatica ad emergere nel mondo della grande distribuzione. Ma perché il documentario come mezzo espressivo di un circuito cinematografico alternativo? Giuliano Girelli, tra i promotori dell'iniziativa, prende in prestito una frase di Thierry Garrell per chiarire il significato dell'Associazione e delle sue finalità: "Il documentario non è una macchina per vedere, è una macchina per pensare, sia per chi lo fa sia per chi lo vede Mezzo di conoscenza e di espressione a tutto tondo, il documentario resta uno degli ultimi spazi di riflessione offerti al telespettatore-cittadino del nostro tempo. In controcorrente rispetto alle ricette che alimentano insidiosamente un'indifferenza al mondo e agli uomini, il documentario stimola un ascolto più intenso, più attivo, introducendo a dei tempi, delle emozioni e delle riflessioni che lasciano delle tracce nella memoria dello spettatore. Il documentario appare così come un antidoto a questa non-memoria collettiva". Macchina per pensare, appunto, ma anche per insegnare, come suggerisce l'etimologia della parola documentario. In un mondo dominato dall'immagine, ma allo stesso tempo schiacciato dalle visioni più o meno obbligate dei colossi dell'industria cinematografica e pubblicitaria, il formato video del documentario cerca di spezzare il grande flusso dell'omologazione visiva. Proponendo un modo alternativo di fare arte e di pensare il mondo. E la programmazione di Documè ne è una prova lampante. "Il terrore di diventare consumatori", di Erik Gandini, giovane autore italo-svedese recentemente premiato al Festival Internazionale del Film di Amsterdam ha battezzato le proiezioni il primo dicembre al CineTeatro Baretti, per un documentario denuncia sulla natura distruttiva di un mondo in cui il 20% della popolazione consuma l'80% delle risorse. Immagini forti e corrosive, il classico pugno allo stomaco che costringe lo spettatore a pensare, a riordinare le idee e perché no, vista l'economia del mezzo video, a replicare con un video. Ma ci sono anche visioni su mondi dimenticati, come per Jenin Jenin di Mohammed Bakri, racconto più volte censurato, e dichiaratamente di parte, sull'intervento militare israeliano nella città palestinese che ha lasciato sul terreno 600 morti. "Un documentario etico e sociale", è la scritta che campeggia sulle locandine dell'Associazione Documè con l'ambizione di portare l'occhio dello spettatore dove normalmente non arriva o dove non è possibile arrivare. Valore
sociale del documentario Come
far parte di Documè |
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