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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2004 | ||
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ALLA VOCE "LAVORO" di Aldo Ferrari Pozzato La nostra modernità è varia, cangiante e versatile, "liquida" la chiama Zygmunt Bauman in un saggio recente. Eppure l'isolamento e l'abbandono che ognuno di noi può sperimentare nelle difficoltà, possono diventare esperienze drammatiche in campo lavorativo, quando non si salvaguarda, come collettività, il contenuto umano, di solidarietà e di crescita personale. Non c'è sufficiente attenzione al versante educativo e formativo che il lavoro dovrebbe avere, almeno nei confronti di chi si affaccia alla vita. Dai racconti delle ragazze e dei ragazzi a volte ho l'immagine di un orizzonte molto ristretto, dove il lavoro è l'immediato e ha valore unicamente come sostentamento di adesso: la flessibilità viene declinata come precarietà e il giovane lavoratore non ha altra possibilità che cogliere al volo quello che gli viene offerto, quando e se gli viene offerto. E non tutti sono in grado o hanno i mezzi per diventare imprenditori. Così mi pare che il percorso di autodeterminazione possa essere compromesso o rallentato dalla eccessiva quota di instabilità che percepisco. Dico "mi pare" perché A.RI.A. non è un osservatorio né neutrale né statisticamente significativo dal punto di vista della casualità della distribuzione rispetto alla popolazione generale. E anche perché dei colloqui mi dà più da pensare e quindi mi rimane più impresso nella memoria ciò che si presenta come una questione aperta. Moltissime sono le esperienze vitali, creative e formative che riguardano il lavoro e che accompagnano la crescita delle ragazze e dei ragazzi che in questi anni ho conosciuto ad A.RI.A. Ma mi sembra che ci sia ancora molto da fare e tante energie e potenzialità vadano un po' disperse. E che non sempre davvero gli adulti, a partire dalla famiglia, siano in grado di trasmettere un'idea di lavoro come valore umano. Faccio un esempio, condensando varie situazioni reali. Maria si stranisce e si arrabbia tutte le volte che parla della sua famiglia. Il padre è considerato da tutti i colleghi un'ottima persona, alla mano, disponibile a aiutare tutti, impegnato nelle lotte sociali, mai giù di corda o accigliato: un pezzo di pane e un punto di riferimento. Quando sono in casa, soli, si trasforma. Diventa musone, irritabile, ipercritico, squalificante: nessuno che valga qualcosa o ne combini una giusta, tutto è sulle sue spalle. La madre lo asseconda, quando parla con lui non riesce più a avere idee proprie. Eppure dirige un settore strategico di una grande azienda, guadagna molto più di lui e ha un alto grado di istruzione. Maria ogni tanto le rimprovera di fare il tappetino in casa. Poi si sente in colpa da morire per essersi messa anche lei contro la madre. Così pure dall'esperienza diretta del lavoro le ragazze e i ragazzi possono avere molte ammaccature. Paolo vince una borsa lavoro. Per un anno è immerso nel cuore della vita aziendale. È in grado di reggere il proprio ufficio quando il capo è in viaggio, a volte per settimane. È bravo e molto competente. Finita la borsa, cerca di piazzarsi sul mercato. Ma il suo ufficio è così legato a quell'azienda che fuori di lì la sua esperienza non serve a nessuno. Quando i soldi finiranno dovrà rassegnarsi a lasciare la casa che affitta con altri cinque e tornare dai genitori. Resistere è molto difficile. I suoi giorni sono allegri o perduti a seconda che abbia o no lavorato. I posti disponibili per il suo livello di formazione sono tutti occupati e chissà quando ne troverà uno. Ma per mantenersi diventa molto difficile continuare ad aggiornarsi: usa internet solo di notte e un libro vuol dire una settimana più a dieta del solito. Spariti cinema, discoteca, mare e pizzeria. Esce con gli amici solo quando vanno a fare vasche in centro. Per una ragazza non ha assolutamente testa. Viviana studia e lavora mezza giornata in un bar. Non se la sente più di chiedere soldi ai genitori. Ma non ha mezzi per andarsene del tutto, come vorrebbe. E' brava a disegnare moda. A diciotto anni ha vinto un concorso e avrebbe potuto trasferirsi a Firenze per un periodo di studio. Ma non c'erano garanzie per il futuro e non se l'è sentita. Ora aspetta un'altra occasione e manda in giro i suoi disegni. Sbattersi fisicamente le piace, le dà tranquillità interiore. Quindi lavare, servire e pulire sarebbero piacevoli. Nel preparare tramezzini usa la sua creatività. Ma il padrone è un becero che la tratta malissimo e coglie ogni occasione per prenderla in giro. E lei proprio non può perdere anche quel lavoro. E allora almeno una volta alla settimana si stona fino a non sapere più chi è e cosa sta facendo. Questo la calma e la aiuta ad affrontare una settimana ancora. E poi un'altra, con l'autostima sotto i piedi. Naturalmente non è solo questo, il lavoro che trovano le ragazze e i ragazzi che conosco ad A.RI.A. Ma mi piacerebbe non doverne più sentire, di storie simili. |
| SOMMARIO DI QUESTO NUMERO | ||||||
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