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gennaio/febbraio 2003






senzatetto che rovista




 




LA POVERTÀ INVISIBILE
Le differenze sociali ci sono da sempre, ma oggi sempre più persone "non ce la fanno". Come i nuovi modi di lavoro creano le nuove povertà.


di Paolo dalla Zonca

La difficoltà economica che ormai è di molti, l'insicurezza sul futuro, il danno che questo causa nelle relazioni tra le persone, e come queste tre cose si combinano, creano una povertà strisciante, "grigia", come la chiamano i sociologi. Grigia perché mescola la penuria di contanti, con il guasto dei rapporti sociali per l'amico che non può più pagarsi da solo i diversivi della vita sociale, perché crea isolamento, umiliazione, depressione e perdita di autostima nelle persone. E' la vera, nuova, povertà di Torino, meno visibile, più insidiosa e distruttiva della povertà "classica", quella di chi "nasce" senza casa, lavoro, aiuto, che in fondo, anche se a dirlo pare brutto, riguarda una piccola parte dei 900mila torinesi.
I poveri "classici" possono ricorrere a strutture pubbliche di assistenza, o associazioni di volontariato, spesso legate alla Chiesa, che li assistono, in modo molto pratico o diretto, come le "borse della spesa" che la Caritas torinese, tramite le parrocchie, dà ad almeno 30mila persone una - due volte alla settimana o al mese, o la classica "mensa dei poveri", come quella del Cottolengo.
La nuova povertà "grigia" riguarda sia persone di mezza età espulse dal lavoro garantito, sia i giovani che, inconsapevoli, nel mettersi "in prova" per due soldi o, peggio, gratis, si preparano ad essere anziani senza denaro e assistenza per diverse ragioni, prima fra tutte l'assenza, oggi, di contratti che comprendano la previdenza sociale.

I tre pilastri della povertà
Secondo la fotografia della nuova povertà torinese esposta in un libro-indagine delle Acli di Torino, "Scoprirsi senza. Torino, sguardi sulla povertà in una provincia del benessere" (Edizioni Gruppo Abele, 8 euro), la povertà non è solo mancanza di lavoro e quindi di denaro. Secondo Emanuele Rebuffini, curatore del libro, la povertà ha tre dimensioni: la prima, più ovvia, è la povertà economica, cioè non guadagnare abbastanza per coprire le spese. La seconda è l'esclusione sociale, e riguarda casi limite, malati psichiatrici, tossicodipendenti, figure ai margini della società, come immigrati, prostitute, transessuali, senza fissa dimora, i cosiddetti "barboni". Terza, l'insicurezza, quella che deriva, per esempio, dal non sapere se, e per quanto tempo, avrò quel lavoro con quello stipendio, e che diavolo di futuro mi attende.

Nuovi modi di lavoro e povertà
Sono a rischio di povertà, oggi, anche persone che lavorano a termine, a tempo parziale, interinali, sottopagate, "atipiche". Molti dei nuovi posti di lavoro che hanno spostato in tre anni il tasso di disoccupazione di Torino e provincia dal 12.5 al 6 per cento sono lavori non coperti da nessuno dei contratti collettivi esistenti, sono le collaborazioni coordinate e continuative, i lavori in nero, i contratti interinali. Sono situazioni dove la certezza del reddito nel tempo non c'è, così come non ci sono tutele in caso di malattia o infortunio, non ci sono ferie pagate, non tredicesima, non liquidazione, non contributi, quindi no pensione e no certezza di una esistenza decente quando saremo anziani e non più in grado di incamerare danaro fresco con il nostro lavoro, e quindi di essere indipendenti, cioè liberi dal bisogno, cioè "non poveri".
Oggi molte aziende sono di piccole dimensioni, le grandi, spesso, sono delocalizzate, globalizzate, le diverse parti di una produzione possono avvenire anche in Paesi diversi. Molte funzioni che un tempo erano interne alle aziende grandi, oggi sono delegate ad aziende terze, sempre più piccole, fino alla ditta individuale: è la terziarizzazione, in inglese outsourcing. Gli studiosi di Scienze Sociali chiamano questo frazionamento dei processi industriali, e anche del lavoro delle persone, "atomizzazione".
Se la cosa ha permesso di far lavorare "in proprio" persone che col passare degli anni non avrebbero più trovato sbocchi occupazionali nelle aziende organizzate secondo i modelli di 20, 30 o 40 anni fa, andate in crisi o ridisegnatesi, il resto della società non si è atomizzato, dal sistema bancario a quello della scuola e della formazione, alle aspettative e ai servizi, che restano legati al modello con cui hanno vissuto, sono cresciuti, hanno lavorato i nostri padri. Le persone, cioè, ancora oggi crescono, si formano e arrivano sulla soglia del mondo del lavoro credendo di poter progettare un futuro basato sulla continuità e crescita del lavoro, del reddito e del risparmio.


Guadagni flessibili, spese rigide

Secondo dati Istat del '96, poco più del 45 per cento delle "assunzioni" erano con contratti a tempo indeterminato, cioè dei "lavori sicuri": il resto, più della metà, già allora erano collaborazioni "atipiche". Secondo alcuni studiosi, la nostra società sembra avviata ad avere un 40 per cento di persone con un lavoro sicuro, un 30 per cento di precari e un 30 per cento di disoccupati. Ma la tendenza, in continua ascesa, a navigare tra ruoli e mansioni meno sicure, e soprattutto meno vincolanti o costose per le aziende, potrebbe portare a una situazione in cui si afferma un 20 per cento di forza lavoro con impieghi stabili, garantiti, ben pagati, rispetto a un 80 per cento di precari, incerti, temporanei, non tutelati, che entrano ed escono dal reddito, una folla che i mass media chiamano il "popolo delle partite IVA".
L'impressione che spesso ne danno è che quella sia la strada della libertà e del successo economico, sociale ed esistenziale. Non tutti, però, riescono come liberi professionisti con parcelle danarose. In realtà, per i lavoratori individuali, è sempre meno possibile mettere da parte risparmi, o farsi un fondo per la pensione, perché il reddito basta appena a coprire le esigenze immediate: secondo le Acli, il 70 per cento dei contratti di collaborazione sono al di sotto della soglia dei 10mila euro all'anno.
La "flessibilità" del lavoro è decantata, quasi come una ideologia post-moderna, come una forma per facilitare l'ingresso al lavoro stabile. Secondo i dati del Censis, però, chi inizia la vita lavorativa in modo flessibile ha molte più probabilità di restare flessibile, cioè precario, a vita: ai datori di lavoro conviene far lavorare le persone per quei pochi giorni, o settimane, talvolta mesi, in cui c'è bisogno di più produzione. Ci sono poi periodi morti, e allora, perché pagare qualcuno per non produrre? Mandiamolo a casa, naturalmente senza stipendio. È una mentalità ormai affermata, tiene conto solo delle esigenze aziendali, e non tiene conto che le persone devono nutrirsi, pagare conti non flessibili, ogni mese, ogni due mesi: le spese delle persone sono rimaste rigide, ma i loro guadagni sono diventati flessibili.
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