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LA
PICCOLA PORTA DELLA SPERANZA
Una
visita alla "mensa dei poveri" del Cottolengo
di Paolo
dalla Zonca
Immaginate
di trovarvi soli in una via deserta, tra due muraglioni con finestre mute
ai lati. Per un centinaio di metri non c'è nessuna porta e le finestre
al piano terreno sono protette da una griglia. Il luogo sembra quasi una
metafora dell'essere "in mezzo alla strada", solo quelle finestre
blindate, quei muri alti, sopra il cielo grigio dell'inverno in arrivo,
e nessun varco: potete anche immaginare per un momento di essere tagliati
fuori da qualcosa, qualsiasi cosa stia nascosta dietro quei muri. Poi,
quasi sull'angolo, prima di svoltare, una porticina, piccola, fatta per
entrare uno alla volta, l'unico varco per passare dietro al muro.
Per via Andreis siamo passati decine e decine di volte, in automobile,
e abbiamo sempre saputo che lì c'è la Piccola Casa della
Divina Provvidenza, per i torinesi semplicemente "il Cottolengo",
così come sapevamo che lì c'è la mensa dei poveri.
Ci è venuta in mente la metafora del muro invalicabile, e di quella
unica porticina, che potrebbe essere la metafora della speranza, piccola,
quasi inafferrabile, ma che c'è, solo andando a piedi in via Andreis
26, apposta per vedere quel luogo classico della povertà.
Poveri
ieri e oggi
Qui, ci accoglie fratel Stefano, da Brescia, frate dell'ordine di San
Giuseppe Cottolengo, referente (il vice) della Casa, per farci scoprire
che quel posto, il fondo della società, è tutto sommato
un fondo dignitoso, sul quale si può solo rimbalzare per cercare
di risalire.
Ai tempi del Fondatore, San Giuseppe Cottolengo, negli anni '30 dell'Ottocento,
la povertà e la miseria erano certo più visibili, più
crudeli e disperate, e certo il piccolo prete si deve essere meritato
la qualifica di Santo. Era partito con pochi locali nella oggi via Cottolengo
14, poi la richiesta aumentò, e si aprì una nuova mensa
al 13. Allora la zona era il limite della città, che scendeva
sulle rive della Dora decisamente più spoglie di oggi, inghiottite
dalla città moderna. Quel senso di antico, ultimo, è conservato,
nell'atmosfera del quartiere intorno a Porta Palazzo, dove peraltro
c'è la maggior concentrazione di povertà di Torino. Povertà
che coincide con l'estraneità, perché oggi, 7-8 utenti
ogni dieci della Casa di accoglienza, sono immigrati.
La
Casa e la sua gente
L'attuale Casa di accoglienza, il primo passo nella fuga dall'indigenza,
è un micro-mondo di forse 150 metri quadrati, isolato dalle altre
strutture della Piccola Casa della Divina Provvidenza (che piccola non
lo è per niente). Oltre un'inferriata, si intravedono suore all'opera
nel corridoio della attigua struttura ospedaliera. La discrezione, la
separatezza dei luoghi, sono una caratteristica dei luoghi religiosi,
che non sono aperti a tutti, se non sottoponendosi a poche, chiare, educate
regole. Per avere, per entrare, non c'è bisogno di buttarsi, basta
bussare, e sarà aperto.
Per mangiare, basta un cartellino con su scritto un numero (così
non si fa ressa per passare primi). I cartellini sono sempre gli stessi,
scritti a pennarello nero su un cartoncino grigio, per risparmiare, si
ritirano alla porta, si restituiscono al banco della distribuzione del
cibo, primo, secondo, pane, acqua. Ottanta posti a sedere, si mangia in
fretta, soprattutto da soli: nei tre quarti d'ora in cui ci siamo mescolati,
ragionevolmente indistinguibili, ai poveri, un volontario ha chiamato,
a venti per volta, fino al numero 140.
Chiedere
aiuto
Il primo approccio con la Casa di accoglienza avviene attraverso un
microscopico sportello dietro l'angolo. Qui, Ivan, un dipendente laico
della Piccola Casa, è l'uomo sulla prima linea della povertà.
Le regole sono semplici: se sei straniero, arrivi con un documento,
che sporgi attraverso la finestrella. Niente da fare senza documento.
Ti viene rilasciato, quindi, un tesserino valido un mese, puoi rinnovarlo
per altri due mesi, e due ancora. Tutti i dati vengono registrati al
computer, così non puoi barare e cercare rinnovi eterni. La registrazione
ti dà diritto a venire a mangiare dalle 10.30 alle 12.30, e ad
avere dei vestiti, che sono distribuiti dal lunedì al venerdì,
dalle 14.30 alle 16, ai piani superiori, il martedì e il giovedì
gli italiani, gli altri tre giorni gli stranieri. Poi basta, non puoi
più venire alla mensa dei poveri, ma in quei cinque mesi, compito
preciso della Casa d'accoglienza è darsi da fare per aiutarti
e insegnarti ad aiutare te stesso nel trovare, lavoro, casa, un reddito,
di che vivere con i tuoi mezzi, per restituirti dignità.
Dice fratel Stefano: "Per chi viene qui in regola, per lavorare,
cinque mesi sono più che sufficienti, si danno da fare, sono
motivati, il nostro aiuto serve a dar loro quella spinta in più.
Tra gli irregolari, molti fanno nello stesso modo, sono giovani, sanno
arrangiarsi da soli alla svelta. C'è qualcuno che cerca di approfittarne,
ma sono proprio pochi, in ogni caso lo straniero che viene qui è
uno che si vuole integrare, ma che ha solo bisogno di partire da un
punto preciso. Soprattutto i romeni, quelli dell'est in genere, qualche
volta anche i sudamericani, arrivano qui che già hanno l'indirizzo,
sanno di chi chiedere: la voce che qui, al Cottolengo, possono avere
quella prima spinta, si è diffusa nel mondo". E sorride.
Gli italiani sono in grande minoranza, e sono pensionati al minimo magari
gravati da altri problemi, come debiti o altre persone di famiglia,
incredibilmente, da mantenere o aiutare, casi psichiatrici abbandonati
a se stessi, alcoolisti, tossicodipendenti. Vecchi e giovani, uomini
e donne, senza fissa dimora, pochi "barboni". "Qualche
volta - ricorda Fratel Stefano - sono capitati dei professori, persone
normali che magari avevano dato di testa perché la moglie li
aveva lasciati, o avevano perduto tutto, per una malattia, un incidente,
ma sono casi eccezionali".
Gli italiani devono sottoporsi, per accedere ai servizi, all'esame degli
assistenti sociali, che valuteranno caso per caso la condizione di bisogno,
mettendo insieme il reddito della persona, se e dove abita, la situazione
famigliare. Allora, intanto che possono avere il pasto, o accedere alla
distribuzione di vestiario, magari al dormitorio (solo quindici posti,
però, per i casi più tristi, e per non più di 15-30
giorni al massimo, a seconda dei casi), si mette in moto la rete di
solidarietà sociale, di cui la Casa è uno snodo, che cercherà
la soluzione per il povero di turno: ogni povero ha una storia sua,
devono essere seguiti uno per uno secondo i loro bisogni.
Sono circa 400 al giorno i poveri tra stranieri (più numerosi,
ultimamente, i romeni, seguiti dai magrebini, dagli africani e dai sudamericani)
e nazionali che sfangano il pranzo al Cottolengo, talvolta oltre 500.
La cena, alle 20, è riservata a chi ha vinto la lotteria del
dormitorio.
L'impressione generale è che la povertà del Ventunesimo
secolo a Torino, che si concentra in luoghi come questo, non presenta
quei tratti di efferata miseria e squallore che noi, che poveri non
siamo, ci immaginiamo grazie alla letteratura ottocentesca, il cinema
in costume e la Tv: il barbone sbronzo svenuto in mezzo all'immondizia
è solo una fotografia sfortunata di una vita sfortunata. E noi,
in quante e quali situazioni della nostra vita non vorremmo mai essere
fotografati? Ve ne saranno venute in mente almeno tre in mezzo secondo.
Certo, se guardiamo le persone, soprattutto anziane, negli occhi, ci
vediamo tristezza, avvilimento, talvolta dignità. Non abbiamo
visto nessuno sicuro di sé, tronfio, fiero, orgoglioso. Tutti,
negli occhi, raccontano la loro storia vera. Sono tutti vestiti decentemente
di vestiti senza moda, ma in ordine, romeni, arabi, neri. Pochi i pantaloni
sdruciti, e l'unico con l'aspetto classico di barbone, uno abbastanza
giovane, più di 30, meno di 40 anni, arrivando, si è accomodato
su una panca e, scuotendo educatamente la cenere della sua sigaretta
nell'apposito portacenere, ha urbanamente dispiegato un giornale quotidiano
e si è messo a leggere in attesa del suo turno per il suo pasto
numerato. Uno come noi.
Assistenza
e accoglienza
Naturalmente, la Casa del Cottolengo non è più, da un pezzo,
l'unica struttura di assistenza in città, ce ne sono molte altre,
come la Caritas, o quelle laiche della Città di Torino: mense,
centri di accoglienza, dormitori, servizi e uffici per risolvere i molteplici
problemi (sono ricchi solo di quelli) dei poveri. Oggi tutte queste realtà
sono collegate tra di loro, nei piccoli uffici ci sono gli indirizzi,
i recapiti, i riferimenti anche delle altre strutture. È una rete
di solidarietà, in modo che se qui, al Cottolengo, non ho posto,
o non ho il suggerimento o la soluzione per te, puoi andare invece in
quell'altro posto, dove per te c'è almeno una risposta. Il modello
a rete sembra essere quello che funziona meglio, a questi livelli di necessità.
"La creazione di simili reti di accoglienza e servizi sul territorio,
potrebbe essere un metodo applicabile anche a strutture d'assistenza pubbliche,
o magari come metodo istituzionale per regolare l'immigrazione?",
chiediamo a fratel Stefano, cercando involontariamente di strappargli
una dichiarazione "politica". Lui però è un religioso,
fa una faccina dolce di umiltà, sorride e sussurra solo: "Può
darsi...". |