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gennaio/febbraio 2003


 

 

 


paesaggio



Per saperne di più

Mathis Wackernagel e William E. Rees, L'impronta ecologica, Edizioni Ambiente, 1996
Andrea Saroldi, Giusto Movimento, EMI, 1997
Silvia Pochettino, Nuove Geografie. Dizionario del cittadino solidale, EMI, 1998
Sull'Impronta Ecologica a livello locale:
http://www.arpa.piemonte.it
...
www.provincia.torino.it...


 




L'IMPRONTA ECOLOGICA
A passi felpati nel mondo
Molti di noi trascorrono la maggior parte della propria vita in città e sono abituati a consumare indifferentemente beni provenienti da tutte le parti del mondo. Perciò spesso tendiamo a percepire la natura, cioè il capitale naturale della Terra, come un semplice magazzino di materie prime o come un luogo di ricreazione, anziché come la fonte autentica della nostra vita e del nostro benessere.


di Pier Luigi Salza

Quando poi i disastri ecologici, sempre più frequenti, portano la questione dell'ambiente alla nostra attenzione, la perdita del valore ambientale rischia ancora di essere assunta da molti come una sfortunata, ma quasi sempre necessaria, contropartita della crescita economica, secondo un modo di intendere che vede l'uomo e l'ambiente fondamentalmente separati.
Al contrario, l'umanità dipende dalla natura e non viceversa. L'attività economica umana è totalmente dipendente dall'ecosistema rappresentato dalla Terra e dall'atmosfera che la circonda (ecosfera), di cui è parte integrante, un sistema fisico chiuso che non ha scambi di materia con l'esterno, costantemente rinnovato soltanto dall'apporto di energia fornita dal sole. Paradossalmente, poi, l'affermazione che gli esseri umani sono parte della natura è talmente banale da essere spesso negata o trascurata proprio a causa della sua ovvietà. Tenendo invece seriamente conto di questa "ovvia" constatazione, si arriva a conclusioni molto rilevanti.
Se gli uomini fanno parte del tessuto della natura, l'"ambiente" non è più un semplice sfondo, ma diventa la scena stessa della vita. L'ecosfera è "dove" viviamo. Nel momento in cui mangiamo, beviamo, respiriamo, noi scambiamo in continuazione energia e materia con la natura. Tutte le catene alimentari che sorreggono la vita animale - compresa la nostra - si basano sulla funzione primaria svolta dalla materia vegetale, detta fotosintesi o funzione clorofilliana. Essa converte la luce, cioè l'energia solare, insieme con anidride carbonica, elementi nutrienti e acqua, in energia chimica e biomasse, cioè frutta e verdura, mettendole a disposizione degli esseri viventi. La natura, inoltre, assorbe i nostri rifiuti e fornisce altri servizi essenziali di supporto alla vita (servizi ecologici), quali la stabilità climatica e la protezione dalle radiazioni ultraviolette, di incommensurabile valore per quanto difficilmente monetizzabili.

Limiti dello sviluppo e sostenibilità
Già nel 1972, nel primo rapporto degli studiosi del Club di Roma dal titolo significativo "I limiti dello sviluppo", fu dimostrata l'impossibilità di estendere a tutte le nazioni i livelli di consumo di energia, di emissioni di gas nocivi e di produzione di rifiuti dei paesi industrializzati, letali per la conservazione dell'ecosfera. Il concetto era semplice: sarebbe stato impossibile per tutti i popoli della Terra svilupparsi secondo il modello occidentale.
Esistono dei chiari limiti fisici e biologici a un processo economico di crescita continua ad alto impatto sull'ecosfera, dovuti non solo alla limitata disponibilità delle risorse naturali ma anche alla limitata capacità dell'ambiente di assorbire i rifiuti. Mentre ciò è noto da tempo, l'attività economica misurata dal Prodotto Interno Lordo continua a crescere nella misura del 4% l'anno in media; la popolazione è passata da 2,5 miliardi nel 1950 ai 5,8 nel 1995; e, dato ancora più significativo, il tasso di consumo di energia pro capite è cresciuto, negli ultimi 40 anni, più velocemente della popolazione umana.
Un'economia inarrestabile sembra in rotta di collisione con un'ecosfera immutabile. L'accelerazione del consumo di risorse che ha sostenuto la rapida crescita dello standard di vita materiale nei paesi industrializzati ha contemporaneamente degradato foreste, suolo, acqua, aria e la diversità biologica del pianeta. La desertificazione avanza al ritmo di 6 milioni di ettari l'anno; l'erosione dei suoli supera la loro rigenerazione di 26 miliardi di tonnellate l'anno; le riserve ittiche sono al collasso: dal 1989, nonostante gli sforzi tecnologici, il pescato sta diminuendo; il prosciugamento o la contaminazione delle acque sotterranee sta crescendo velocemente; l'anidride carbonica rilasciata nell'atmosfera è cresciuta del 28% negli ultimi 40 anni, mentre lo strato di ozono si è pericolosamente assottigliato.
Per contro, la crescente produzione economica non ha mai livellato le differenze di reddito, né reso i ricchi significativamente più felici, né soddisfatto le necessità elementari del miliardo e più di poveri del mondo. Mentre il mondo è ecologicamente sovraccarico, lo sviluppo economico tradizionale sta diventando autodistruttivo e causa di crescente povertà, insomma non è sostenibile.
Vivere in condizioni di sostenibilità significa: prelevare le risorse naturali ad un ritmo non superiore a quello con cui le stesse risorse si rigenerano; far sì che la nostra produzione di rifiuti non sia più rapida del tempo che è loro necessario per essere assorbiti; utilizzare il capitale naturale per soddisfare equamente i bisogni del presente senza pregiudicare la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. Soltanto un egoismo cinico e autodistruttivo può farci ritenere che il domani non sia affar nostro. Il punto centrale oggi è pertanto determinare se gli esseri viventi e i sistemi biofisici dell'ecosfera siano in grado di sostenere il peso dell'economia umana nel prossimo futuro mantenendo intatte le proprie funzioni vitali.
In questo contesto diventa importante poter disporre di strumenti che consentano di comprendere e misurare in modo scientifico quale può essere la soglia della "quantità di ambiente" o di "capitale naturale" globale sufficiente, a disposizione di ciascun abitante della Terra. L'economia tradizionale pone l'accento unicamente sul flusso circolare di denaro fra produzione e consumo, flusso che si autogenererebbe nel mercato. Ma in tal modo essa non tiene conto né del lavoro informale, né dei servizi ecologici, e nemmeno dell'apporto di materia, irreversibile e a senso unico, che la sostiene. L'indifferenza ai problemi della sostenibilità si rivela dunque una grave carenza concettuale dei modelli di analisi tradizionali. Misurare il mondo con l'unità di misura del denaro rende ciechi di fronte ai limiti ecologici della sostenibilità.

L'Impronta Ecologica
Su tali presupposti Wackernagel e Rees e il loro gruppo di ricerca dell'Università Canadese della Columbia Britannica hanno sviluppato, nel corso di diversi anni, il concetto della cosiddetta Impronta Ecologica e l'hanno divulgato in un libro dall'omonimo titolo. L'Impronta Ecologica rappresenta uno sforzo nella difficilissima direzione di valutare in termini i più scientifici possibile l'impatto della specie umana sul pianeta Terra, cioè stimarne la sostenibilità.
Si tratta di una metodologia che consente di tenere conto dei flussi di energia e materia da e verso una data economia e li converte nella corrispondente superficie di acqua/terra necessaria alla natura per sostenere quei flussi. Vediamo come.
La produzione, l'uso e lo smaltimento di ogni bene e servizio, cioè ogni consumo di materia e di energia e ogni emissione di scarti sotto forma di rifiuti e inquinamento, - dicono Wackernagel e Rees - dipendono da vari tipi di produttività ecologica che possono essere espressi in un'equivalente superficie di terreno o di acqua.
Per la valutazione dell'Impronta Ecologica si distinguono cinque categorie di consumi (alimenti, abitazioni, trasporti, beni di consumo, servizi) e quattro tipi di territorio (territorio per l'energia, superficie edificata, territorio utilizzato continuativamente, territorio a utilizzo limitato). Se sommiamo i territori equivalenti richiesti da ogni tipo di consumo di una data popolazione (molte stime sono già disponibili in diverse fonti statistiche economiche nazionali) otteniamo l'Impronta Ecologica di quella popolazione sulla Terra, indipendentemente dal fatto che questa superficie coincida o no con il territorio su cui quella popolazione effettivamente vive. Questa operazione equivale a moltiplicare: popolazione x consumo pro capite x impatto per unità di consumo. Quest'ultimo fattore varierà in ragione del grado di sofisticazione della tecnologia, cioè del contenuto dei beni e servizi espresso in energia e materia. Il risultato a sua volta sarà espresso in superficie di territorio corrispondente.
L'Impronta Ecologica media pro capite, calcolata suddividendo l'impatto globale per la popolazione, può essere messa a confronto con una suddivisione equa della porzione di Terra produttiva teoricamente a disposizione. Oggi il risultato di questa divisione è pari a 1,5 ettari a testa (un quadrato di 122 metri di lato), di cui solo un quarto costituito da terreno arabile.
Nel libro di Wackernagel e Rees leggiamo che l'Impronta Ecologica di un abitante canadese nel 1991 era pari a oltre 5 ettari, vale a dire più di tre volte la fetta di Terra che gli sarebbe spettata (se può consolare l'Impronta Ecologica di un Italiano nel 1993 si collocava, con 3,11 ettari a testa, a metà strada tra i 6 ettari medi di un Americano e gli 0,38 ettari medi di un Indiano). Ciò significa che se tutti gli abitanti del pianeta vivessero con lo stesso tenore di vita dell'abitante canadese del 1991 avremmo bisogno di almeno tre pianeti Terra per vivere in condizioni di sostenibilità.
Ma il calcolo dell'Impronta Ecologica mostra anche che già oggi, pur con i noti squilibri, avremmo bisogno di un pianeta Terra del 30% più grande per soddisfare gli attuali consumi senza depauperare gli ecosistemi corrispondenti: l'Impronta Ecologica attuale dell'Umanità è il 130% della superficie della Terra. Se è vero che il 20% dell'Umanità, e noi siamo tra questi, consuma l'80% delle risorse del mondo, ciò significa constatare che, in base al semplice calcolo 0,8 x 1,3 = 1,04, questa piccola percentuale di umanità ha da sola un'Impronta Ecologica più grande della superficie terrestre. Non c'è più capacità produttiva per il resto del mondo senza erodere il capitale naturale.
Ecco che abbiamo quantificato il sovraccarico ecologico evidenziato da deforestazione, desertificazione, degrado dei suoli, dell'atmosfera e dei sistemi idrici citati più sopra. In tali condizioni, ogni ulteriore crescita del Prodotto Interno Lordo significherebbe ulteriore impoverimento non sostenibile del capitale naturale.
La sostenibilità richiede che l'uomo ritrovi un equilibrio con il suo ambiente naturale, abbandonando l'impostazione incentrata sulla preminenza e il dominio della specie umana nei confronti della natura, che caratterizza la cultura occidentale, orientandosi al contrario verso organizzazioni produttive rispettose dei limiti delle risorse naturali e della capacità di carico della Terra.
Le analisi legate all'Impronta Ecologica ci possono indicare quanto dobbiamo ridurre i consumi, migliorare le tecnologie e cambiare i comportamenti. Senza uno sforzo per limitare il flusso di energia e materia, i nostri figli si troveranno a dover soddisfare i bisogni di una popolazione accresciuta disponendo di un capitale naturale assai diminuito. La necessità di una giustizia distributiva e il latente conflitto ad essa associato costituiscono la parte più difficile e politicamente onerosa dell'equazione della sostenibilità.
Gli interrogativi che si pongono Wackernagel e Rees sono infatti i seguenti: il genere umano possiede la volontà morale e politica di negoziare un contratto sociale globale che governi un accesso più equo a beni e servizi per i popoli di tutto il mondo? Che cosa può convincere una persona a ridurre la sua Impronta Ecologica? Di quali meccanismi sociali, istituzionali e tecnologici disponiamo per aiutarci a farlo, giacché sappiamo che non basta promuovere la supposta "superiorità" morale della sostenibilità perché essa sia accettata e si realizzi? D'altra parte, far leva sul senso del dovere o sul senso di colpa pare che non funzioni e produca, al contrario, soltanto rancori. Il difficile è mostrare, convincere, che cambiando stile di vita si ha (molto) più da guadagnare che da perdere.

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