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saperne di più |
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Mathis
Wackernagel e William E. Rees, L'impronta ecologica, Edizioni
Ambiente, 1996
Andrea Saroldi, Giusto Movimento, EMI, 1997
Silvia Pochettino, Nuove Geografie. Dizionario del cittadino solidale,
EMI, 1998
Sull'Impronta Ecologica a livello locale:
http://www.arpa.piemonte.it...
www.provincia.torino.it...
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L'IMPRONTA
ECOLOGICA
A passi felpati nel mondo
Molti
di noi trascorrono la maggior parte della propria vita in città
e sono abituati a consumare indifferentemente beni provenienti da tutte
le parti del mondo. Perciò spesso tendiamo a percepire la natura,
cioè il capitale naturale della Terra, come un semplice magazzino
di materie prime o come un luogo di ricreazione, anziché come la
fonte autentica della nostra vita e del nostro benessere.
di Pier
Luigi Salza
Quando poi
i disastri ecologici, sempre più frequenti, portano la questione
dell'ambiente alla nostra attenzione, la perdita del valore ambientale
rischia ancora di essere assunta da molti come una sfortunata, ma quasi
sempre necessaria, contropartita della crescita economica, secondo un
modo di intendere che vede l'uomo e l'ambiente fondamentalmente separati.
Al contrario, l'umanità dipende dalla natura e non viceversa. L'attività
economica umana è totalmente dipendente dall'ecosistema rappresentato
dalla Terra e dall'atmosfera che la circonda (ecosfera), di cui è
parte integrante, un sistema fisico chiuso che non ha scambi di materia
con l'esterno, costantemente rinnovato soltanto dall'apporto di energia
fornita dal sole. Paradossalmente, poi, l'affermazione che gli esseri
umani sono parte della natura è talmente banale da essere spesso
negata o trascurata proprio a causa della sua ovvietà. Tenendo
invece seriamente conto di questa "ovvia" constatazione, si
arriva a conclusioni molto rilevanti.
Se gli uomini fanno parte del tessuto della natura, l'"ambiente"
non è più un semplice sfondo, ma diventa la scena stessa
della vita. L'ecosfera è "dove" viviamo. Nel momento
in cui mangiamo, beviamo, respiriamo, noi scambiamo in continuazione energia
e materia con la natura. Tutte le catene alimentari che sorreggono la
vita animale - compresa la nostra - si basano sulla funzione primaria
svolta dalla materia vegetale, detta fotosintesi o funzione clorofilliana.
Essa converte la luce, cioè l'energia solare, insieme con anidride
carbonica, elementi nutrienti e acqua, in energia chimica e biomasse,
cioè frutta e verdura, mettendole a disposizione degli esseri viventi.
La natura, inoltre, assorbe i nostri rifiuti e fornisce altri servizi
essenziali di supporto alla vita (servizi ecologici), quali la stabilità
climatica e la protezione dalle radiazioni ultraviolette, di incommensurabile
valore per quanto difficilmente monetizzabili.
Limiti
dello sviluppo e sostenibilità
Già nel 1972, nel primo rapporto degli studiosi del Club di Roma
dal titolo significativo "I limiti dello sviluppo", fu dimostrata
l'impossibilità di estendere a tutte le nazioni i livelli di
consumo di energia, di emissioni di gas nocivi e di produzione di rifiuti
dei paesi industrializzati, letali per la conservazione dell'ecosfera.
Il concetto era semplice: sarebbe stato impossibile per tutti i popoli
della Terra svilupparsi secondo il modello occidentale.
Esistono dei chiari limiti fisici e biologici a un processo economico
di crescita continua ad alto impatto sull'ecosfera, dovuti non solo
alla limitata disponibilità delle risorse naturali ma anche alla
limitata capacità dell'ambiente di assorbire i rifiuti. Mentre
ciò è noto da tempo, l'attività economica misurata
dal Prodotto Interno Lordo continua a crescere nella misura del 4% l'anno
in media; la popolazione è passata da 2,5 miliardi nel 1950 ai
5,8 nel 1995; e, dato ancora più significativo, il tasso di consumo
di energia pro capite è cresciuto, negli ultimi 40 anni, più
velocemente della popolazione umana.
Un'economia inarrestabile sembra in rotta di collisione con un'ecosfera
immutabile. L'accelerazione del consumo di risorse che ha sostenuto
la rapida crescita dello standard di vita materiale nei paesi industrializzati
ha contemporaneamente degradato foreste, suolo, acqua, aria e la diversità
biologica del pianeta. La desertificazione avanza al ritmo di 6 milioni
di ettari l'anno; l'erosione dei suoli supera la loro rigenerazione
di 26 miliardi di tonnellate l'anno; le riserve ittiche sono al collasso:
dal 1989, nonostante gli sforzi tecnologici, il pescato sta diminuendo;
il prosciugamento o la contaminazione delle acque sotterranee sta crescendo
velocemente; l'anidride carbonica rilasciata nell'atmosfera è
cresciuta del 28% negli ultimi 40 anni, mentre lo strato di ozono si
è pericolosamente assottigliato.
Per contro, la crescente produzione economica non ha mai livellato le
differenze di reddito, né reso i ricchi significativamente più
felici, né soddisfatto le necessità elementari del miliardo
e più di poveri del mondo. Mentre il mondo è ecologicamente
sovraccarico, lo sviluppo economico tradizionale sta diventando autodistruttivo
e causa di crescente povertà, insomma non è sostenibile.
Vivere in condizioni di sostenibilità significa: prelevare le
risorse naturali ad un ritmo non superiore a quello con cui le stesse
risorse si rigenerano; far sì che la nostra produzione di rifiuti
non sia più rapida del tempo che è loro necessario per
essere assorbiti; utilizzare il capitale naturale per soddisfare equamente
i bisogni del presente senza pregiudicare la possibilità delle
generazioni future di soddisfare i propri. Soltanto un egoismo cinico
e autodistruttivo può farci ritenere che il domani non sia affar
nostro. Il punto centrale oggi è pertanto determinare se gli
esseri viventi e i sistemi biofisici dell'ecosfera siano in grado di
sostenere il peso dell'economia umana nel prossimo futuro mantenendo
intatte le proprie funzioni vitali.
In questo contesto diventa importante poter disporre di strumenti che
consentano di comprendere e misurare in modo scientifico quale può
essere la soglia della "quantità di ambiente" o di
"capitale naturale" globale sufficiente, a disposizione di
ciascun abitante della Terra. L'economia tradizionale pone l'accento
unicamente sul flusso circolare di denaro fra produzione e consumo,
flusso che si autogenererebbe nel mercato. Ma in tal modo essa non tiene
conto né del lavoro informale, né dei servizi ecologici,
e nemmeno dell'apporto di materia, irreversibile e a senso unico, che
la sostiene. L'indifferenza ai problemi della sostenibilità si
rivela dunque una grave carenza concettuale dei modelli di analisi tradizionali.
Misurare il mondo con l'unità di misura del denaro rende ciechi
di fronte ai limiti ecologici della sostenibilità.
L'Impronta
Ecologica
Su tali presupposti Wackernagel e Rees e il loro gruppo di ricerca dell'Università
Canadese della Columbia Britannica hanno sviluppato, nel corso di diversi
anni, il concetto della cosiddetta Impronta Ecologica e l'hanno divulgato
in un libro dall'omonimo titolo. L'Impronta Ecologica rappresenta uno
sforzo nella difficilissima direzione di valutare in termini i più
scientifici possibile l'impatto della specie umana sul pianeta Terra,
cioè stimarne la sostenibilità.
Si tratta di una metodologia che consente di tenere conto dei flussi
di energia e materia da e verso una data economia e li converte nella
corrispondente superficie di acqua/terra necessaria alla natura per
sostenere quei flussi. Vediamo come.
La produzione, l'uso e lo smaltimento di ogni bene e servizio, cioè
ogni consumo di materia e di energia e ogni emissione di scarti sotto
forma di rifiuti e inquinamento, - dicono Wackernagel e Rees - dipendono
da vari tipi di produttività ecologica che possono essere espressi
in un'equivalente superficie di terreno o di acqua.
Per la valutazione dell'Impronta Ecologica si distinguono cinque categorie
di consumi (alimenti, abitazioni, trasporti, beni di consumo, servizi)
e quattro tipi di territorio (territorio per l'energia, superficie edificata,
territorio utilizzato continuativamente, territorio a utilizzo limitato).
Se sommiamo i territori equivalenti richiesti da ogni tipo di consumo
di una data popolazione (molte stime sono già disponibili in
diverse fonti statistiche economiche nazionali) otteniamo l'Impronta
Ecologica di quella popolazione sulla Terra, indipendentemente dal fatto
che questa superficie coincida o no con il territorio su cui quella
popolazione effettivamente vive. Questa operazione equivale a moltiplicare:
popolazione x consumo pro capite x impatto per unità di consumo.
Quest'ultimo fattore varierà in ragione del grado di sofisticazione
della tecnologia, cioè del contenuto dei beni e servizi espresso
in energia e materia. Il risultato a sua volta sarà espresso
in superficie di territorio corrispondente.
L'Impronta Ecologica media pro capite, calcolata suddividendo l'impatto
globale per la popolazione, può essere messa a confronto con
una suddivisione equa della porzione di Terra produttiva teoricamente
a disposizione. Oggi il risultato di questa divisione è pari
a 1,5 ettari a testa (un quadrato di 122 metri di lato), di cui solo
un quarto costituito da terreno arabile.
Nel libro di Wackernagel e Rees leggiamo che l'Impronta Ecologica di
un abitante canadese nel 1991 era pari a oltre 5 ettari, vale a dire
più di tre volte la fetta di Terra che gli sarebbe spettata (se
può consolare l'Impronta Ecologica di un Italiano nel 1993 si
collocava, con 3,11 ettari a testa, a metà strada tra i 6 ettari
medi di un Americano e gli 0,38 ettari medi di un Indiano). Ciò
significa che se tutti gli abitanti del pianeta vivessero con lo stesso
tenore di vita dell'abitante canadese del 1991 avremmo bisogno di almeno
tre pianeti Terra per vivere in condizioni di sostenibilità.
Ma il calcolo dell'Impronta Ecologica mostra anche che già oggi,
pur con i noti squilibri, avremmo bisogno di un pianeta Terra del 30%
più grande per soddisfare gli attuali consumi senza depauperare
gli ecosistemi corrispondenti: l'Impronta Ecologica attuale dell'Umanità
è il 130% della superficie della Terra. Se è vero che
il 20% dell'Umanità, e noi siamo tra questi, consuma l'80% delle
risorse del mondo, ciò significa constatare che, in base al semplice
calcolo 0,8 x 1,3 = 1,04, questa piccola percentuale di umanità
ha da sola un'Impronta Ecologica più grande della superficie
terrestre. Non c'è più capacità produttiva per
il resto del mondo senza erodere il capitale naturale.
Ecco che abbiamo quantificato il sovraccarico ecologico evidenziato
da deforestazione, desertificazione, degrado dei suoli, dell'atmosfera
e dei sistemi idrici citati più sopra. In tali condizioni, ogni
ulteriore crescita del Prodotto Interno Lordo significherebbe ulteriore
impoverimento non sostenibile del capitale naturale.
La sostenibilità richiede che l'uomo ritrovi un equilibrio con
il suo ambiente naturale, abbandonando l'impostazione incentrata sulla
preminenza e il dominio della specie umana nei confronti della natura,
che caratterizza la cultura occidentale, orientandosi al contrario verso
organizzazioni produttive rispettose dei limiti delle risorse naturali
e della capacità di carico della Terra.
Le analisi legate all'Impronta Ecologica ci possono indicare quanto
dobbiamo ridurre i consumi, migliorare le tecnologie e cambiare i comportamenti.
Senza uno sforzo per limitare il flusso di energia e materia, i nostri
figli si troveranno a dover soddisfare i bisogni di una popolazione
accresciuta disponendo di un capitale naturale assai diminuito. La necessità
di una giustizia distributiva e il latente conflitto ad essa associato
costituiscono la parte più difficile e politicamente onerosa
dell'equazione della sostenibilità.
Gli interrogativi che si pongono Wackernagel e Rees sono infatti i seguenti:
il genere umano possiede la volontà morale e politica di negoziare
un contratto sociale globale che governi un accesso più equo
a beni e servizi per i popoli di tutto il mondo? Che cosa può
convincere una persona a ridurre la sua Impronta Ecologica? Di quali
meccanismi sociali, istituzionali e tecnologici disponiamo per aiutarci
a farlo, giacché sappiamo che non basta promuovere la supposta
"superiorità" morale della sostenibilità perché
essa sia accettata e si realizzi? D'altra parte, far leva sul senso
del dovere o sul senso di colpa pare che non funzioni e produca, al
contrario, soltanto rancori. Il difficile è mostrare, convincere,
che cambiando stile di vita si ha (molto) più da guadagnare che
da perdere.
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