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gennaio/febbraio 2003





 


percussionista africano


Dove ascoltare, Dove imparare

L'offerta di musica dal vivo di genere afro o di sole percussioni non è vastissima: durante l'anno può capitare di vedere gruppi africani dal vivo, ma più spesso sono gruppi con componenti di nazionalità miste, residenti in Italia (a Torino ce ne sono diversi) o Francia (i più interessanti per motivi storici).

Per imparare a suonare le percussioni a Torino non ci sono scuole specializzate, ma esistono alcune strutture che possono offrire formazione di buon livello con insegnanti specializzati: l'Associazione Arti d'Acquario, via Oropa 100, tel. 011.8980633; l'Associazione Ritmi e Danze, corso Arimondi 6, tel. 011.501244; il Centro Cultura Popolare, piazza Solferino 3, tel. 011.532468, che saltuariamente organizza corsi e seminari; il Centro Jazz, via Pomba 4, tel. 011.884477; il Perc Studio, corso Turati 10 bis, tel. 011.597181.

Esistono anche insegnanti che offrono lezioni private, anche specializzati nelle diverse branche del mondo percussivo: percussioni africane, latine o classiche.
Per un'informazione completa a riguardo e in generale sulla formazione musicale in primavera sarà pronta l'edizione 2003 della guida "Musica in Piemonte", realizzata dal Progetto Musica della Città di Torino in collaborazione con la Regione Piemonte ed edita dalla EDT.

Marco Ciari



 




IL RITMO DI MAMA AFRICA
Garon, che è nato a New York, un giorno mi ha detto che ovunque lui vada viene sempre considerato un musicista. È nero, ha i dred, quindi agli occhi della gente sa suonare. Nero=Musica. Musica=Africa. Garon non ha mai preso uno strumento in mano, è nato in una terra assai lontana da Mama Africa, discendente di coloro che venivano portati schiavi in tutto il continente americano,dal Nord al Sud.
E questa gente, strappata alla loro terra, portò con sé la musica...


di Francesca Ferrando

Si dice che l'africano ha il ritmo che scorre nelle vene. Non che in Africa non ci siano persone stonate, ma in generale si può certamente affermare che la musica accompagna ogni persona dalla nascita alla morte, ed è presente in ogni atto della vita pubblica e privata, attraverso canti, danze e l'uso di numerosi strumenti, normalmente ricavati da materiali naturali, come pelli di animale, legno, pietre, zucche.
Molti di questi strumenti sono ormai conosciuti ed utilizzati anche in occidente, basti pensare alla conga, tamburo a forma di "barile" di provenienza congolese, ai bongos, coppia di tamburi di piccole dimensioni, uno dal tono più alto, l'altro più basso, o alla marimba, tastiera formata da una serie di barre di legno da percuotere con leggeri mazzuoli.
Ma lo strumento africano di gran lunga più popolare, soprattutto tra le giovani generazioni, è lo djembe, tamburo a calice composto da un fusto di legno con l'estremità superiore ricoperta da una pelle (preferibilmente di capra), i cui ritmi si possono udire al Valentino in un pomeriggio domenicale, al balùn un sabato mattina o, talvolta, in Via Garibaldi, a scandire il tempo alla performance di un impacciato giocoliere. E a un percussionista che suona per strada se ne può sempre aggiungere un altro, che stava casualmente passando di lì, e poi un altro ancora: molto spesso infatti avere uno djambe sotto il braccio diventa il pretesto per un vero e proprio happening...
D'altronde, se nella tradizione europea il musicista è considerato un artista che si esibisce di fronte a un pubblico, nella società tradizionale africana, più che un esercizio individuale, la musica viene vissuta come un evento sociale e socializzante, dove la distinzione tra esecutore e ascoltatore crolla, per lasciare spazio alla partecipazione di tutti nella creazione di un evento comunitario.
Francis Bebey, celebre cantautore camerunense, afferma nel suo libro Musique d'Afrique (1969): "Canta e ridi e vivi e sii felice. Ecco la lezione del mio popolo. Popolo di pene e di gioie tutte intrise di musiche e danze". In Africa, infatti, ogni particolare occasione viene accompagnata da un ritmo proprio: la musica per il rito in onore a una divinità si differenzia da quella per una cerimonia di nascita o di sepoltura. Anche i canti di lavoro (cantare per dimenticare la fatica), sono diversi tra di loro: ci sono i canti dei cacciatori, i canti per la raccolta dei prodotti della terra, il canto degli schiavi neri nelle coltivazioni di cotone degli Stati Uniti... Dall'Africa all'America, simili ritmi, distinte realtà: si può forse parlare di una "unità nella diversità", come J. H. Kwabena Nketia, studioso del Ghana, definisce la tradizione musicale africana, che verrebbe così a comprendere anche la sua variante afroamericana?
È indubbio che quasi tutte le espressioni musicali che caratterizzano il Nord, Centro e Sud America affondano le proprie radici nel continente africano, risultato della mescolanza tra i ritmi introdotti dagli schiavi neri e le tradizioni musicali indigene ed europee: dal blues al rock, dal jazz al rap, dal reggae alla samba. Ma quando e come avviene questa fusione di generi, ritmi e tradizioni? Per quanto riguarda il Nord America, si può dire che prima dell'abolizione ufficiale della schiavitù negli Stati Uniti (1865), i canti religiosi (spirituals e gospel) erano l'unica espressione musicale generalmente consentita agli schiavi neri - talvolta anche i canti durante il lavoro (work songs) venivano proibiti.
In questo duro contesto di miseria e restrizione nasce il blues, che significa proprio "depressione, malinconia", le cui più antiche origini sono state rintracciate nei ritmi che accompagnano alcune cerimonie religiose della Costa d'Avorio, Africa. Nel 1865 si abolisce la schiavitù, ma nella maggior parte dei casi la libertà viene restituita senza che alcuna compensazione economica l'accompagni. Molta gente è allora costretta a stabilirsi nelle grandi metropoli per cercare lavoro. Così nasce il jazz... Molti neri, infatti, vengono assunti come musicisti nel quartiere Storyville, centro del divertimento di New Orleans, dove, utilizzando gli strumenti abbandonati dai soldati della Guerra di Secessione o comprandoli direttamente dai bianchi, iniziano a creare vivaci stili musicali che, dalla città della Louisiana, si spanderanno poi in tutto il mondo.
La nascita del jazz accompagna quella della batteria moderna: i nuovi musicisti riadattano i tamburi dei bianchi in modo ingegnoso, incorporandovi pian piano strumenti a percussione provenienti da altre culture, in un processo in continua evoluzione che porta fino alla formazione della batteria come la conosciamo oggi.
Anche se i grandi musicisti afroamericani avevano già da tempo introdotto i ritmi della terra madre nel nuovo continente, l'interesse e il riconoscimento per la musica africana negli Stati Uniti risale solo alla fine degli anni Cinquanta. In questi anni si moltiplicano i musicisti statunitensi che intraprendono collaborazioni artistiche con percussionisti africani: Max Roach, batterista jazz noto per i suoi assolo, va ad Haiti a studiare le tecniche neo-africane, John Coltrane registra l'album "Africa/Brass", mentre Dizzy Gillespie compone "A Night in Tunisia".
In questo periodo, inoltre, l'arrivo di artisti sudafricani che fuggono l'apartheid, come Myriam Makeba e Hugh Masekela, s'incrocia con la nascita del movimento di rivendicazione della Coscienza Nera e con l'interesse sempre crescente che, grazie agli sforzi della casa discografica Motown di Detroit, il pubblico bianco inizia a mostrare nei confronti della black music. Non bisogna infatti dimenticare che per decenni l'istituzione dei "Race Records", dischi prodotti da neri per un pubblico di colore, e di apposite classifiche, accanto al forte razzismo ancora insito nella società americana, avevano portato a una profonda segregazione musicale, a causa della quale la black music godeva di minor prestigio rispetto alla musica pop della cultura dominante.
Negli anni Sessanta il trionfo della black music, in particolare della musica soul, viene confermato dall'enorme successo ottenuto da artisti quali Otis Redding, Ray Charles, Aretha Franklin. In questi stessi anni si assiste all'esplosione del rock. Considerato uno sviluppo del blues (si pensi a Janis Joplin, "la bianca dalla voce nera", erede del vocalismo blues), molti elementi che caratterizzano questo nuovo stile musicale si possono far risalire direttamente alla tradizione africana, come la tendenza all'improvvisazione, il ritmo, i canti corali frammentati e ripetuti. D'altronde molti rockers si richiamano direttamente a tale eredità: Mick Jagger, figura emblematica dei Rolling Stones, studia la musica gnaoui del Marocco, Peter Gabriel è così affascinato dall'Africa che si lancerà a produrre nella sua etichetta Real World numerosi artisti della scena musicale africana. Paul Simon arriverà a proporre negli anni Ottanta, durante la tournée "Graceland", un rock dai cori zulu (Sudafrica) e dal beat makossa (Camerun), realizzato con artisti provenienti da entrambi i paesi, tra cui Makeba e Masakela.
Anche espressioni musicali più contemporanee, come il rap e l'hip hop, trovano la loro origine nella tradizione africana e, in particolare, nella figura del griot, termine coloniale francese per indicare lo jalí della cultura mandinga, ossia il cantore di corte dell'antico Impero del Mali che, attraverso la parola, la musica e il canto aveva il compito di mantenere viva la memoria storica del suo popolo. Commentatore dei fatti sociali ed evocatore di spiriti, il griot può essere considerato l'antenato del moderno rapper.
Passando all'America del Centro e del Sud, numerosissimi ritmi latini e caraibici nascono dalla musica africana: il samba brasiliano viene direttamente dal semba angolano, la rumba e il mambo cubani si originano nelle cadenze tipiche della Nigeria, del Camerun e del Congo. Il reggae giamaicano non solo adotta i ritmi africani, ma esprime anche un pensiero, il rastafarianesimo, che saluta l'Etiopia come la terra promessa e auspica il ritorno in Africa. Il reggae ha influenzato e continua a influenzare molti artisti della scena internazionale: dal gruppo inglese Police, e in particolare il suo cantante Sting, al musicista francese Serge Gainsburg, da Khaled, che ne ha integrato i ritmi nel suo rai (stile musicale assai popolare nel Maghreb), al gruppo italiano degli Africa Unite, che ne ha dichiaratamente adottato i ritmi e i contenuti.
Africa=Musica? Forse. D'altronde, se ogni continente viene associato, per luogo comune, ad un concetto (Asia=Spiritualità, America=Tecnologia), cosa c'è di più bello da condividere col mondo se non la musica, da suonare insieme in una giornata di festa al Valentino, o da ascoltare soli, in casa propria. La musica, dall'Africa a Torino, nelle vibrazioni del nostro djembe o nella voce degli Alma Megretta...
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