![]() |
cultura | |
|
|
||
| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2003 | ||
|
|
||
|
BOIA
FAOS! Entri in chiesa e la trovi tutta bardata di impalcature. Esci su un lato e altri operai scavano il terreno: la loro lunga trincea ha già portato alla luce un pavimento almeno un metro più profondo di quello attuale e le colonne di un antico chiostro. di Luigi Urru Sotto le arcate da poco ripulite si intuiscono affreschi slavati: "Probabilmente rappresentano scene di devozione al nostro santo", afferma don Giovanni Coccolo, da due anni qui, nella parrocchia di sant'Agostino, in centro a Torino, due passi da Porta Palazzo. I lavori di restauro, finanziati dall'Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte e sotto la supervisione della Soprintendenza, sono iniziati nell'estate del 2001; a occhio e croce, afferma il sacerdote, dureranno ancora un anno: l'intenzione è di recuperare per intero le strutture di fine Cinquecento. Bella impresa, che potrebbe riservare sorprese sepolte. Se è accertato che i sotterranei della chiesa custodiscono le tombe di alcune storiche famiglie torinesi (tra gli altri i Dal Pozzo, i Tizzani, i Dentis, i di Malines, i Nicolis di Robilant e i Tournon), il terreno intorno all'edificio sacro era riservato a inumazioni di tutt'altro genere. Qui, in una fossa comune accanto a quello che adesso è il cortile dell'oratorio dove si rincorrono i ragazzini del catechismo, venivano portati i corpi dei carcerati che finivano i loro giorni dietro le sbarre e i giustiziati sul patibolo. Fino ai tempi della rivoluzione francese, l'uomo nelle cui mani si compiva il destino di questi ultimi ricevette sepoltura poco oltre, vicino al campanile, in terra consacrata riservatagli per diritto ereditario. Era il boia di Torino, quello che tale Angelo Brofferio, rinchiuso nel carcere della Cittadella, irrise con queste parole: "Dis, Gasparin, fa nen 'l fòl còn toa stringa antor al còl", (Ascolta, Gaspare, non fare lo scemo con la tua corda intorno al mio collo). Gaspare, all'anagrafe Savassa, non era il primo e non fu l'ultimo a levare a mezz'aria uomini da soffocare col nodo scorsoio: aveva preso il mestiere dal padre e lo avrebbe passato ai figli. L'infamia che lo bollava agli occhi della popolazione lo obbligava a condurre una vita segregata: lo studioso Paolo Fiora scrive al proposito che il boia "era costretto a girare col mantello rosso, alla maniera francese, per impedire che il sangue, eventualmente schizzato durante un'esecuzione, potesse impressionare la gente". Inoltre, "i venditori di alimentari non volevano avere a che fare con lui, a tal punto che nel XVI secolo fu emanata un'ordinanza cittadina perché gli si vendesse del cibo. Ciò nonostante i panificatori gli davano il pane rovesciato in segno di disprezzo e, quando le autorità minacciarono di perseguire questa usanza, fecero una forma di pane particolare, ancora detta pane del boia". All'ostracismo popolare si sommava una serie di altre misure che sottolineavano la anomalia sociale del boia e che, come spesso capita per le figure istituzionalmente poste sulla soglia tra la vita e la morte, possono anche essere interpretate come forme simboliche di privilegio. Per esempio, a sant'Agostino il boia godeva del privilegio di sedersi in un banco a parte, tutto per lui e famiglia. Fa impressione immaginarselo inginocchiato, a mani giunte per pregare chissà quale dio. Nei dintorni della chiesa del boia, un nome che si diffuse presto, erano situate le altre strutture legate alla sua attività; il patibolo, innanzi tutto: posto dapprima in piazza Statuto, in un secondo tempo fu trasferito all'incrocio tra via Cigna e corso Regina Margherita, appunto il rondò della forca. Qui, nell'aiuola centrale, fu eretta nel 1860 una statua a Giuseppe Cafasso, uno dei preti che confortava spiritualmente i condannati. Poi c'erano le carceri, infami. Ecco come le descrisse Cafasso intorno a metà Ottocento: "Che orrore si prova entrando in una prigione al veder tanti giovinastri chiusi tra quei ferri, legati come bestie, arrabbiati e consumati dalla fame". Oltre che dal cappellano, i carcerati ricevevano assistenza dai membri della Confraternita della Misericordia, che portavano cibo e vestiario caldo e tenevano lezioni di istruzione varia. In via San Domenico si trovavano il carcere criminale e il così detto carcere delle forzate, in via Stampatori il carcere correzionale e a Porta Palazzo il carcere femminile. Tutte funzionarono fino al 1870, quando aprirono le carceri Nuove di corso Vittorio Emanuele. Con una tale concentrazione di luoghi di detenzione e di morte, non stupisce che l'intera area di Porta Susa e Piazza Statuto fosse conosciuta come "vallis occisorum", la valle degli assassinati, un'espressione da cui deriverebbe, secondo alcuni, il nome del quartiere Valdocco. Nemmeno stupisce che attorno alla figura del boia siano fiorite leggende varie, oggi ampiamente approdate in internet. Alcuni siti favoleggiano di un possibile legame tra il boia e la magia nera. Altri puntano a creare un'atmosfera inquietante, nella speranza magari di attirare a Torino turisti del macabro. Resta il fatto, confermato da don Coccolo, che nel corso dell'attuale restauro a sant'Agostino non sono venute in luce nuove sepolture, né di condannati né dei loro giustizieri. |
.
|
||||
|
|
||||
|
||||
|