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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2003 | ||
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CITTÀ
DI CARTA Esistono tanti giri del mondo quanti sono i libri che abbiamo letto, e che ci hanno accompagnato in viaggi meravigliosi. di Maria Abbrescia Pensate a un tempo in cui non esistevano né cinema né televisione né, tanto meno, internet. Pensate al tempo delle biblioteche circolanti, quelle che servivano storie a domicilio, e ai lettori, che aspettavano con puntualità e impazienza quell'appuntamento, al loro sforzo di stabilire un contatto con altre realtà, con altri luoghi. Pensate alle folle che si radunavano sulla banchina del porto di New York ad aspettare l'arrivo dell'ultimo romanzo di Dickens, di quella nave che trasportava "novità" e avrebbe consentito loro di immaginare il mondo, e così, con il tempo e con il desiderio, di trasformare l'immaginazione in conoscenza. L'informazione, l'abbondanza di dati e immagini di cui disponiamo, senza compiere alcuno sforzo, ci danno l'illusione di essere molto ben informati, e forse, non avendo bisogno di cercare, non sentiamo neppure la necessità di creare. Eppure l'ignoranza è diffusa: i francesi non conoscono la cultura spagnola e gli inglesi sminuiscono quella francese, gli scandinavi forse ignorano la cultura italiana e... e se ci allontanassimo dai confini della vecchia Europa? Vi invito a un viaggio a ritroso tra le città e le strade del mondo, quelle fatte di carta e di parole, quelle che chiunque può percorrere da solo, senza accompagnatori, senza passaporto. Lukács ha scritto che non c'è romanzo senza spostamento. E lo sanno bene i giovani (personaggi) di talento che nell'Ottocento si spostano dalla provincia alle grandi città capitale, alimentandole con la loro energia: Londra, Parigi, Pietroburgo, Madrid. "Fai attenzione figlio mio", raccomanda con preoccupazione la madre del protagonista della Storia comune di Goncarov, "ora che stai per recarti in un paese straniero". "Madre, ma quale paese straniero? Sto andando a Pietroburgo". Intorno alle capitali si apre così uno scenario più vasto, cosmopolita. Tra l'Angoulême e la Parigi delle Illusioni perdute di Balzac, tra la Rochester e la Londra di Dickens, non ci sono più conflitti di civiltà ma solo una differenza di mode, che fa sentire la provincia sempre un po' arretrata e invoglia i giovani a incontrare altri giovani, nei giardini, nei caffè, a teatro, e offre loro lavori che in provincia sono assenti, la grande finanza, la politica, la legge, il teatro, la pittura, il giornalismo e, naturalmente, la letteratura. Tutto ciò mette le ali all'immaginazione. A questo proposito Illusioni perdute (1843) ha già detto tutto. "L'opera capitale nell'opera", come l'ha definita Balzac, narra le avventure di due amici: David Séchard, piccolo stampatore di Angoulême, costretto a cedere la sua attività a causa dei debiti, e Lucien Chandon, poeta e giornalista che lascia la provincia per tentare la fortuna nella capitale, dove sogna una vita intensa come un fuoco d'artificio. Il romanzo descrive le miserie e gli splendori della Parigi degli anni '20, il mondo dell'editoria e del giornalismo, gli ambienti intellettuali, quelli commerciali e mondani. A perdere le proprie illusioni è Lucien, figlio di un borghese e di una nobile, sempre in bilico tra virtù e corruzione, tra il desiderio di affermarsi attraverso le opere del suo talento e quello di dare la scalata a una società dove per essere bisogna avere e della quale non comprende i meccanismi. Volubile e privo dello smalto necessario, Lucien dilapida talento ed energia. La lampada di Aladino che intravede nel giornalismo è la causa della sua rovina. Le illusioni dei giovani, sentimenti puri e innocenti, si scontrano con il realismo calcolatore della società dell'epoca e si trasformano in autoinganni. Per Balzac è il disinganno: la fine di ogni illusione, la perdita di ogni incanto. L'età adulta approda al cinismo. Quella di Balzac è la Parigi dei giovani intellettuali del Quartiere Latino, dell'editoria intorno alla Cité e al Palais Royal, del teatro e dei divertimenti sui grandi boulevard, del commercio vicino alle Halles. La città prende forma seguendo i movimenti di Lucien, passo dopo passo. Mentre dall'alto del suo balcone, l'eroe de L'educazione sentimentale di Flaubert percorre Parigi con lo sguardo, fino alla casa del suo amore impossibile. Una Parigi orientata dal desiderio: "I suoi occhi, lasciando a sinistra il ponte di pietra di Notre-Dame e i tre ponti sospesi, si dirigevano sempre verso il Quai aux Ormes [...] La Tour Saint-Jacques, l'Hôtel de Ville, Saint-Gervais, Saint-Louis, Saint-Paul si alzavano lì di faccia, tra una confusione di tetti, e il genio della libertà sulla colonna della Bastiglia splendeva a oriente come una gran stella d'oro, mentre all'altra estremità la cupola delle Tuileries stagliava sul cielo la sua pesante massa azzurra. Era là dietro, da quella parte, che doveva trovarsi la casa della signora Arnoux." E ora, la Londra del Nostro comune amico di Dickens, pubblicato a puntate dal maggio al dicembre del 1864. A ogni puntata un nuovo spazio urbano, un intreccio che salta da uno spazio all'altro: dal Tamigi al West End, da Limehouse a Holloway. Una Londra fatta in realtà di agglomerati ancora autonomi o che comunque si trovavano alla periferia del sistema urbano. (Nel 1800 la crescita di Londra fece sì che molti villaggi autonomi furono assorbiti nel sistema urbano.) La città appare come un enigma, un mosaico da cui tutti (i personaggi) scappano, a volte per un esilio forzato, ma soprattutto perché l'esperienza urbana è stata troppo devastante. Il nostro comune amico, per esempio, è compresso tra l'arroganza del West End e la minaccia dei Docks, dove viene quasi ammazzato. C'è poi la Londra di Conan Doyle, del suo Sherlock Holmes: nebbia, East End, vicoli ciechi, i Docks, la Torre, il Tamigi. I primi romanzi, Uno studio in rosso (1887) e Il segno dei quattro (1890) si svolgono a Sud del Tamigi, tra Lambeth e Camberwell, mentre i racconti pubblicati a partire dal 1891 sono quasi tutti ambientati tra il West End e la City. E forse è proprio a questo spostamento geografico che i polizieschi di Doyle devono il successo, visto che i primi due romanzi non ne ebbero molto. Dicevamo che il romanzo è lo spazio privilegiato dello spostamento fisico: Don Chisciotte abbandona il suo villaggio per i campi di Montiel, David Copperfield emigra dalla tranquilla campagna all'opprimente fumo di Londra, Jules Verne va al centro della terra e Dostoevskij cerca la morte in un quartiere giallo di Pietroburgo. Il famoso viaggio intorno alla stanza di Joseph de Maistre, le praterie di Fenimore Cooper, la California di Raymond Chandler, il cuore delle tenebre raggiunto da Conrad. Un mondo, molte voci. Voci nuove e meno nuove che non echeggeranno mai abbastanza dagli scaffali delle nostre biblioteche, che disegnano altre e mutevoli mappe del romanzo che, ahimè, nella nostra lingua sono ancora troppo spesso mute, come quelle cartine che si compilano per dovere scolastico. Chinua Achebe e Ben Okri dalla Nigeria, Nadine Gordimer e J.M. Coetzee dall'Africa del Sud, Anita Desai e N.K. Narayan dall'India, Salman Rushdie dal Pakistan. Dall'Australia, David Malouf e Peter Carey, dal Canada, Margaret Atwood, Robertson Davies e Michael Ontdaatje che però arriva dallo Sri Lanka, come Kazuo Ishiguro arriva in Inghilterra dal Giappone. Romanzieri e poeti che scrivono in inglese, narrando le diversità del loro mondo, del loro spazio, che fino a mezzo secolo fa era ancora una situazione coloniale emarginata. Come quella dei Caraibi, il mare degli incontri e di tutte le lingue. Dal Premio Nobel Derek Walcott a Naipaul, dagli scrittori francofoni, Aimé Cesaire della Martinica, Edouard Glissant di Guadalupe e René Depestre di Haiti, fino a García Marquez e al suo paese immaginario, Macondo. Che incanto vagabondare con ognuno di loro nei luoghi e nelle città che la letteratura trasforma in paesaggio, circondati dal rumore delle carrozze, del traffico, delle folle, in un labirinto di volti, di strade, di piazze. Perdersi e ritrovarsi, come Il giovane Holden di Jerome Davis Salinger, in una stanza di New York. Oppure tentare di sopravvivere insieme con l'eroe di Eduardo Mendoza ne Il tempio delle signore, in una Barcellona frenetica, corrotta e grottesca, parodia della società in cui viviamo. Sentire addosso il caldo infernale dell'Alentejo viaggiando nel Portogallo di Josè Saramago, dove l'orizzonte si perde al fondo della pianura. Percorrere le strade di Madrid senza altro scopo che trovare un buco dove alloggiare seguendo Martín Marco, lo scrittore protagonista de La Colmena di Camilo José Cela, che compone un affresco pungente della metropoli spagnola. Poi c'è la Marsiglia di Jean-Claude Izzo, la commozione di quei Marinai Perduti su una nave condannata al disarmo nella luce del Mediterraneo e di tutte le facce del mondo che a Marsiglia è possibile incontrare. Soffrire per la società malata assieme a Christa Wolf, a Berlino, poco prima della caduta del muro. E con un volo pindarico viaggiare con Vargas Llosa nella foresta peruviana di Pantaléon e le Visitatrici, ritrovarsi a Iquitos, sentire la città, vedere le strade, ascoltare la gente. Non serve aereo per sbarcare a Shanghay e mischiarsi ai giovani, così affascinati dal nostro Occidente. Abitare gli ambienti frequentati da fotomodelle, artisti, hacker, sballati e disoccupati, dove si muove la storia di Shanghay Baby della ventisettenne Zhou Weihui. Persino gli antipodi possiamo raggiungere senza muoverci dalla nostra stanza, e scoprire l'Australia, calandoci nell'universo poetico di Peter Bakowski, nelle periferie delle grandi metropoli come Sydney, oppure seguire i passi della detective privata protagonista della Maschera di scimmia di Dorothy Porter. Esistono tanti giri del mondo quanti sono i libri che abbiamo letto, e che ci hanno accompagnato in viaggi meravigliosi. Viaggi fatti di parole, è vero, ma la città ideale non è forse una sintesi fantastica nella coscienza di ognuno di noi? Quante Parigi, quante New York, quante Londra esistono? |
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