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SPECIALE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2003 | ||
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LA
CITTADELLA DEI VOLONTARI Il Cottolengo. Quando avevo deciso di fare un'esperienza di volontariato, sapevo a mala pena cosa fosse. Era un nome che mi suggeriva più terrore che altro, avevo delle vaghe idee condite dalle leggende metropolitane che parlavano di abbandono, di mostruosità. di Ilia Capiluppi Avevo scelto di far volontariato per imparare cose nuove, per mettermi in gioco e per tutte le classiche motivazioni da aspirante volontaria neofita. Così, al colloquio preliminare con la responsabile avevo dato generiche preferenze, e una buona dose di disponibilità. La Piccola Casa della Divina Provvidenza - questo il nome ufficiale, che già da solo basterebbe a raccontare tutto - è una struttura gigantesca, una vera e propria cittadella che vive di gratuità - e non è un luogo comune - fatta di piccole suore vestite di bianco, di preti e di volontari, credenti e non. La dimensione religiosa è ovviamente pervasiva, ma non si chiede l'atto di fede a chi si propone come volontario, semplicemente il rispetto dei princìpi che regolano l'opera, e della sacralità della vita. Dopo il corso di formazione, sono stata destinata alla piscina del reparto Santi Innocenti, dove si svolgono le attività riabilitative per i disabili fisici e psichici. E la prima volta che entri in questo mondo parallelo è una di quelle esperienze che ti si inchiodano nel cuore: io guardavo le ragazze (questo il nome di battaglia delle donne residenti) con paura travestita da super efficienza, stato di allerta e massima propensione verso l'altro, le ragazze guardavano me con curiosità travestita da curiosità. Già, perché una delle cose che impari subito è che "loro" sono come i bambini, vivono i sentimenti senza tante complicazioni e impanature difensive. I primi tempi sicuramente sono rimasta nello stesso stato di tensione per capire come muovermi meglio: in piscina affiancavo gli istruttori nelle varie attività riabilitative, il che vuol dire, in pratica, che eravamo tutti in acqua a nuotare insieme e ad ascoltarci a vicenda, o almeno, per quanto mi riguarda, a provarci. Non si fa semplicemente attività fisica. È un continuo scambio, tra disabile e "operatore", perché necessariamente si instaura un dialogo, una comunicazione che il più delle volte non è affidata alla parola, ma al contatto fisico, a mani che sostengono o stringono altre mani, al respiro, impaurito o rilassato, ai movimenti senza peso del corpo. E l'acqua diventa uno specchio per guardarsi ed imparare a riconoscere e ascoltare le proprie emozioni: se, ad esempio, c'è della tensione, nascosta tra le pieghe di mille altri sentimenti, la trasmetti per certo all'altra persona, e la difficoltà maggiore, forse, sta proprio nel riconoscerla e superare tutte quelle barriere difensive che scattano di fronte a ciò che è diverso da noi. L'impatto con la realtà cottolenghina mette in crisi: la vita sembra cristallizzata, sospesa, e l'approccio con le ragazze costringe a fermarsi, a fare i conti con domande che inevitabilmente picchiano dentro, pesanti e insistenti. E quando hai scavato il problema fino ad usurarlo, ti accorgi che non c'è una risposta, ma solo un modo di guardare lo stesso problema da un'altra prospettiva. Forse non c'è una risposta alla sofferenza, alla deformazione, all'handicap, semplicemente perché è sbagliata la domanda. E allora ti accorgi che la persona che hai di fronte ha una gioia di vivere incredibile, e ti insegna gratitudine, accoglienza, amore: e finalmente impari, almeno per un istante, a ridimensionare qualsiasi cosa, e a gioire anche tu per la perfezione della semplicità, e uscendo dal Cottolengo ti sorprendi a pensare, con un po' d'invidia forse, a quel sorriso dolcissimo che ti hanno regalato e vorresti avere anche tu.
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