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SPECIALE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2002 | ||
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QUANDO
IL TROPPO E TROPPO Quelli che le scarpe col baffo È sabato pomeriggio e il centro di Torino è affollato come non mai. Si fanno le vasche, o molto più pigramente si staziona in qualche punto storico della città a guardare chi passa. Mi fermo anche io sotto i portici e osservo un po' la nidiata di ragazzini che affolla la zona. Sono tutti uno molto simile all'altro, sia come abbigliamento che come pettinatura. Mi avvicino. Accetta di parlare con me solo Roberto, Robbi per gli amici. "Per me, anzi per noi l'aspetto è molto importante. Io spendo un sacco in palestre, lampade, parrucchieri - dice Robbi, passandosi una mano sui capelli impomatati - e nell'abbigliamento. Ma la cosa più importante sono le scarpe. Le uniche veramente fighe sono quelle col baffo, e guardando i piedi di una persona capisci se è uno giusto o un banfone" mi dice mostrandomi i suoi ipertecnologici e coloratissimi calzari, sul cui lato spicca il logo della casa produttrice, il mitico "baffo". Quelli
che
ma chissenefrega Consumi,
consumi e consumi
Ma c'è anche chi non si fa troppo incantare dalle sirene della moda e del consumismo. Facciamo un salto all'inaugurazione di una nuova bottega di commercio equo e solidale. Il negozio è affollato da persone di tutti i tipi e di ogni età. Si passa dal liceale al pensionato, dall'hippie all'impiegato. Facciamo due chiacchiere con i presenti. "È inutile dire che siamo fuori dal meccanismo perverso del consumo - ci dice Stefano, 21 anni, studente universitario - sarebbe una bugia. Siamo sensibili come tutti, e come tutti siamo attirati da alcuni prodotti. Ma abbiamo una coscienza che ci impedisce di acquistarli. Non voglio esprimere giudizi, né dire che sono meglio di qualcun altro. Semplicemente sono così e credo di essere nel giusto". Stefano è accompagnato da Alessandra, una coetanea, che continua sulla stessa linea: "Crediamo che si sia giunti ad un punto in cui è necessaria una svolta. Una maggiore attenzione a ciò che si acquista, alle aziende di cui si è clienti. Ma la cosa principale è la centralità dell'essere umano. Se così fosse, e se così fosse stato nel passato anche recente, probabilmente non avremmo la necessità di aprire botteghe di commercio equo e solidale. Non avremmo la necessità di avere una piccola minoranza di carbonari che aprono negozietti in cui vendere oggetti prodotti nel rispetto del prossimo " Fermo il fiume di parole che rischia di investirmi, chiedendo ad Alessandra di puntualizzare il concetto appena espresso. Si sente una carbonara? "Sì, purtroppo sì Forse perché l'ambiente che frequento sembra totalmente impermeabile a questi temi che sembra non solo non capire, ma addirittura rifiutare". Alessandro annuisce con ampi cenni del capo "Anche in famiglia. Io faccio volontariato presso un'associazione che si occupa di assistenza a portatori di handicap, e, dopo due anni, ancora la cosa non è stata digerita. Mi si dice che è una perdita di tempo, che intralcia i miei studi, che farei bene a smetterla. Ma è una cosa che considero utile, forse più per me che per i ragazzi che assisto. Mi fa stare bene". "Già ci fa stare bene - interviene Alessandra - Anch'io faccio volontariato con Stefano e sono d'accordo. Ci fa stare bene, in pace con noi stessi. Al punto da farci venire dei dubbi. E se facessimo tutto questo per noi travestendolo solo da altruismo? E se fosse un modo come un altro per 'lavarci la coscienza'? Sono dubbi con cui quotidianamente ci troviamo a fare i conti. Comunque noi continuiamo sulla nostra strada, rassicurati dal fatto che, qualsiasi sia la ragione conscia o inconscia che ci spinge, facciamo qualcosa che è utile a qualcuno". Una 24 ore di coscienza Lasciamo Stefano e Alessandra e continuiamo a girare nella bottega. A un certo punto, come uscito dal nulla, si materializza un personaggio che non ci si aspetterebbe di trovare in un posto come questo. Completo grigio, inappuntabile cravatta, insomma, un look da manager rampante. Si chiama Carlo, ha 31 anni. "Sono un assicuratore, ma il mio lavoro e il mio abbigliamento non influiscono sulla mia coscienza. Non posso lamentarmi della mia condizione economica, tutt'altro. Ma questo non mi può portare a vivere guardando solo al mio ombelico. E poi, quand'anche così fosse, a me piacciono i gingillini etnici, i ciapapuer, come diceva mia mamma, e qui posso trovarli senza nessun problema. A parte gli scherzi, credo che in generale bisognerebbe essere un po' più coscienti di ciò che si compra e sulla sua provenienza. E se c'è la possibilità di aiutare chi sta peggio di noi quasi senza sacrifici, farlo. Mi spiego: è noto che molte aziende praticano regolarmente lo sfruttamento dei lavoratori del terzo mondo, a volte anche dei minori. Se c'è la possibilità di acquistare gli stessi prodotti da un'azienda o da una rete di aziende che danno garanzie in questo senso, perché non farlo? Credo che sia una cosa giusta. E necessaria. Una battaglia piccola nell'impegno richiesto, ma grande nei possibili risultati, che possiamo e dobbiamo portare avanti. Poiché in questi tempi l'unica divinità davanti a cui tutti si piegano è il dio denaro, io credo che l'unico modo di cambiare le cose sia scegliere con attenzione da chi si compra. Se le preferenze andranno verso le aziende che operano in modo corretto, creando una diminuzione di incassi per quelle che non lo fanno, queste ultime, per recuperare il terreno perduto, dovranno adeguarsi e dare soddisfazione alla volontà degli acquirenti". D'altra parte, il cliente ha sempre ragione |
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