CULTURA

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gennaio/febbraio 2001

 



MUSEI IN MOSTRA

di Serenella Sciortino
Se un torinese di vent'anni fa dovesse aggirarsi per le vie di Torino in questi giorni probabilmente stenterebbe a riconoscere la propria città: ovunque manifesti che pubblicizzano mostre ed eventi culturali sparsi tra i vari musei cittadini, le strade del centro e delle periferie illuminate da decorazioni natalizie tutt'altro che tradizionali, ma rivisitate dagli occhi e dalle menti di artisti contemporanei. Questa l'idea di Torino: una città che si sveglia e si stiracchia, si mette in mostra di fronte ai suoi primi turisti: i torinesi stessi.
Ma cosa è cambiato? Qual buon vento ha portato nuovi stimoli? E soprattutto chi guida il nuovo corso? Sono i musei cittadini, quelli nati già impolverati, quelli rimasti nell'ombra per vent'anni custodendo tesori notevoli, ma senza saper costruire un reale dialogo con il pubblico.
Partiamo da vent'anni fa quando il cambiamento ha iniziato a prendere forma. Nel momento di massima crisi della società basata sulla grande industria, quando ancora però se ne godevano i vantaggi, sociologi ed economisti immaginarono un nuovo tipo di economia che avrebbe consumato meno materie prime e in cui l'informazione avrebbe rivestito un ruolo fondamentale. La nuova società spostava quindi la sua attenzione dalla produzione e dal consumo di beni materiali, alla produzione, distribuzione e consumo di beni immateriali, di servizi, di informazioni, di conoscenza.
In questa burrasca che ha colpito, non senza causare traumi, la nostra economia e il nostro panorama sociale anche la cultura ha subito, seppur in maniera piuttosto indiretta, uno stravolgimento. E i primi agenti culturali a cogliere questo segnale di cambiamento, questa spinta innovativa, sono stati proprio quelli che, pur essendo nati come ricchezza e patrimonio della propria realtà, avevano a lungo svolto unicamente un ruolo di conservazione e di cittadella separata dal resto della realtà sociale: i musei civici.
Manifestata attraverso campagne pubblicitarie e d'informazione sempre più attente al messaggio da trasmettere e diffuse, la vera innovazione consiste nel cambiamento della missione del museo: da istituzioni principalmente votate alla conservazione dei reperti a centri culturali che operano per il pubblico. Ma ancora più incisiva è stata l'evoluzione del concetto di pubblico: non solo più il turista che, più o meno occasionalmente, visita la città, ma sempre più il cittadino, colui che fa parte della comunità alla quale il museo appartiene. Non si tratta più quindi di musei che vivono un'esistenza parallela rispetto al resto della città e che rimangono nel loro aureo isolamento, spolverando e classificando reperti. I vecchi musei si trasformano in centri culturali vivi, in cui la cultura continua ad essere conservata, ma soprattutto diffusa, divulgata e, nei casi migliori, anche prodotta. Cercano di attirare un pubblico sempre più vasto, costruendo un dialogo costante e continuo con quella comunità di cui raccontano una parte di storia.
È il caso del museo del cinema, ad esempio, che sceglie come propria sede il simbolo stesso della torinesità, la Mole Antonelliana, per tanti anni contenitore occasionale, e spesso innaturale, di eventi culturali temporanei. Accanto alla storia del cinema, ai grandi momenti della sua evoluzione, un posto speciale è dedicato al rapporto che da sempre il cinema ha avuto con il capoluogo piemontese. E così si (ri)scopre che nella nostra città è nata la cinematografia italiana, con Cabiria, di Giovanni Pastrone, e come negli anni successivi sia stata spesso set cinematografico.
Ma la spinta innovativa maggiore viene proprio da quei musei che hanno saputo rinnovarsi e trovare al proprio interno ricchezze inaspettate. Come la GAM, Galleria d'Arte Moderna di Torino, che dopo anni di storia travagliata, di sorti non sempre felici, ha ricostruito un dialogo con la città fatto di appuntamenti periodici rivolti ad ogni fascia della popolazione: alle scuole, a cui dedica ormai da anni numerose iniziative, curando anche l'aspetto di formazione degli insegnanti; ai singoli cittadini, invitati a cicli di incontri sull'arte contemporanea o ad appuntamenti speciali che uniscono diverse forme d'arte, ad esempio musica e arti figurative.
E se la missione del museo nella società cambia devono cambiare anche le figure professionali occupate all'interno della struttura museale: non più personale poco qualificato, addetto esclusivamente alla sorveglianza, ma sempre più figure professionali impiegate nei settori strategici rispetto al rapporto col pubblico: quello della comunicazione, dell'allestimento, organizzazione dei servizi museali e della didattica.
Un museo, quindi, in cui il valore del reperto o dell'opera ospitata viene esaltato e reso maggiormente fruibile proprio da tutte quelle infrastrutture che potrebbero sembrare accessorie: biblioteca, bookshop, videoteca, fonoteca. Un museo che vive a stretto contatto con l'ambiente sociale in cui è immerso, che risponde alle esigenze emergenti, diventando di volta in volta luogo di informazione, formazione, conoscenza, dibattito, e a volte, scontro di idee.
Ed anche, perché no, occasione di riqualificazione di un ambiente che deve ritrovare la propria identità, strumento per rilanciare nella sua completezza e complessità un territorio. Un museo e una città sempre più completa, un contesto culturale sempre più integrato in cui perde ogni significato la distinzione tra cultura alta e cultura bassa; in cui tutto ciò che riguarda la comunità ha dignità e pieno diritto di essere considerato un elemento culturale di rilievo per quella comunità.
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