CULTURA

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gennaio/febbraio 2001

 


 




I LOVE JAZZ
Che cosa hanno in comune l'Odissea di Omero e la musica jazz? La domanda, che all'apparenza potrebbe far rabbrividire qualche rigido letterato, ha invece una risposta: la tradizione orale. Gli studi quasi infiniti su uno dei testi capitali dell'intera letteratura universale hanno messo in luce qualcosa che già si poteva intuire: ciò che la penna di Omero ha trascritto e fissato su pagine meravigliose è il risultato di secoli di tradizione orale tramandatasi per generazioni sotto forma di canto e racconto.


di Emanuele Enria
Trasferiamoci nel periodo che intercorre tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX negli Stati Uniti d'America: ad una popolazione bianca in crescita, si affianca una popolazione nera di schiavi importati dall'Africa Occidentale. A loro toccano i lavori più duri ed i salari più bassi, a loro tocca lavorare dall'alba al tramonto nei campi sotto il sole cocente. I bianchi li hanno espropriati dei loro diritti, usandoli semplicemente come forza produttiva. Nelle loro ardue e interminabili fatiche restava un solo spiraglio di luce: il canto. Fu Orfeo a esplorare le loro terre insegnandogli l'arte più antica e divina? Oppure la loro stessa terra che gli concesse come dono, in cambio di secoli di sudore ed oppressione, quello di cantare e danzare?
Ciò che sappiamo di certo è che i loro canti di lavoro, fondati su una semplice struttura di domanda e risposta, quando una persona iniziava un canto e l'altra gli rispondeva attraverso un breve fraseggio, sono stati uno degli elementi compositivi della musica jazz. Dunque, essa si può considerare come l'incontro di due culture e tradizioni: quella africana, nella ritmica, ed in tutte le forme di canto che vanno dal blues al work song, al gospel e agli spirituals; e quella occidentale, attraverso un processo di "africanizzazione".
I due ambiti di incontro e scontro tra schiavo e padrone, tra bianco e nero sono al lavoro ed in chiesa. I documenti attestano la partecipazione di qualche "nero" durante prediche e sermoni già dal Settecento. I predicatori si servivano infatti del loro tono corposo e musicale per coinvolgere la folla nei canti al Signore attraverso la tecnica del "lining out", in cui tutti insieme ripetevano due o tre versi recitati dall'oratore. Furono proprio i neri a immettere anche nelle celebrazioni "sacre" il loro senso ritmico, il timbro ed il movimento. Così sarà anche nel gospel.
Non dobbiamo però dimenticarci di altre due figure che hanno immesso le loro radici ed il loro spirito in quella che sarà la musica jazz: anzitutto il cantante itinerante con banjo e chitarra, vero iniziatore dei blues, il quale, assolutamente ignaro di armonia e struttura, improvvisava le proprie composizioni secondo le sue emozioni, facendole girare per tutta l'America. In secondo luogo la musica dei minstrel, che erano autentici spettacoli fatti inizialmente da bianchi travestiti da neri "imitando quella che pensavano essere la vita dei neri", e poi direttamente dai neri i quali a loro volta, con il solo movimento ed il ritmo, si burlavano dei loro padroni.
Il 1917 è una data importante perché coincide con la registrazione del primo disco di jazz da parte dell'Original Dixieland Jazz Band: un passo importante, che porterà, con l'avvento della radio, a diffondere la nuova musica nelle orecchie dell'intera popolazione fino a farla entrare nei teatri e nelle music hall. Intanto, è nata da pochi anni quella che sarà una delle grandi stelle del jazz: Luis Armstrong. Una delle zone di maggior fermento musicale è certamente New Orleans: qui si formano le prime big band che suonano per le strade, mentre nei quartieri di periferia e nei bordelli sono molto richiesti i pianisti.
La musica entra nelle concert hall e la gente danza a ritmo. Insieme a Luis Armstrong si formano altre personalità notevoli: Bessie Smith, la regina del blues, King Oliver ed il bianco trombettista Bix Beiderbecke morto giovanissimo suicida a cui è stato anche dedicato un film. Inoltre due pianisti che resteranno nella storia: Duke Ellington e Earl Hines. Sono loro a fare il tutto esaurito a New York e Chicago, le due metropoli più in voga.
Gli anni Trenta affermano un nuovo stile: lo swing. Nelle sale è un delirio. Capitanata dal clarinetto di Benny Goodman e dalla sua big band, ovunque si fa il pieno e la gente balla, in pista, sui tavoli, sulle sedie, che importa! Bella risposta, questa, alla grande crisi economica che invade, nello stesso periodo, gli Stati Uniti. Pezzi come "Stompin' at the Savoy" fanno il giro di entrambe le coste ed entrano nel grande business. Contesissimo dalle maggiori concert hall, Benny Goodman non sarà il solo ad emergere. Che dire del suono del sassofono di Lester Young, bello come una Cenerentola, o del piano di Count Basie e le sue band, od ancora di uno dei più grandi sassofoni tenori di tutti i tempi, Coleman Hawkins?
La storia umana ed artistica di molti dei grandi musicisti jazz ha un che di favola e di tragedia: si pensi alla cantante Billie Holiday, la cui voce roca ed inimitabile ha cantato il suo passato di sgualdrina, di tossicomane, di reclusa, di nera. Pezzi come "I love my man" fanno vibrare il cuore, ci fanno entrare nel suo mondo. Gli stessi travagli accompagneranno altri grandi del jazz, come il trombettista Chet Baker, negli Anni Cinquanta, un vero vagabondo, il cui suono romantico e melodioso ha fatto davvero il giro del mondo, prima di finire malamente colto da un'overdose sul davanzale della finestra di un albergo. E che dire del grande, grandissimo Charlie Parker? I suoi soli di sassofono, innovatore del genere be bop, sono stati e sono il punto di riferimento per ogni aspirante jazzista.
Davvero irripetibile, dunque, l'atmosfera degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, quando Miles Davis iniziava la sua carriera a fianco del citato Charlie Parker, con jam sessions tutte le sere a cui partecipavano, sfidandosi in soli devastanti, tutti i grandi. Chi ha letto il libro "Sulla strada" di Jack Kerouac, ricorderà bene le interminabili notti spese dagli eroi del racconto ad ascoltare le improvvisazioni di Charlie Parker tra le luci ed il fumo dei bar.
Sono gli anni del Be pop, musica quasi interamente nera, con personaggi come lo stravagante pianista Thelonius Monk, il trombettista Dizzy Gillespie, ritratto da molti fotografi con le sue celebri guance gonfiate fino a scoppiare mentre soffia nella tromba, ed il batterista Max Roach, che accompagnerà molti dei più formidabili quartetti e quintetti.
Ma non c'è solo il be bop. Il sassofonista baritono Jerry Mullingan, uno dei grandi bianchi della storia del jazz, forma un quartetto senza pianoforte. La cantante Ella Fitzgerald regala alla storia dei celebri brani in cui improvvisa con la voce mantenendo un tocco swing e si pone, insieme a Billie Holiday, tra le più grandi voci del secolo. Altrettanto carismatico è il sax tenore di Dexter Gordon, i cui soli di interi minuti fanno realmente venire i brividi. Da non perdere è il film "Roun Midnight", con lo stesso Gordon attore e musicista che ci regala uno spaccato straordinario dell'atmosfera di quei tempi.
Negli Sessanta esplode un altro mito, quello di John Coltrane e del suo quartetto che porteranno fino agli estremi la musica tonale e la potenza espressiva e ritmica.
Ma che cos'è oggi il jazz? Celebrato e osannato nei festival, alla radio, conquistata ormai la sua nicchia nel panorama discografico, ha assorbito influenze un po' da tutti, dal rock, dalla samba (ad esempio il jazz samba di Stan Getz), dalle musiche sudamericane e dalla world music, tant'è che è ormai difficile classificarlo, almeno nelle sue ultime forme, come un genere a se stante.
Fortunatamente Torino vanta un'ottima tradizione in materia: anzitutto un festival internazionale ormai consolidato, il JVC, che si tiene ai Giardini Reali verso luglio. Poi alcuni nomi illustri riconosciuti ormai internazionalmente. La tromba di Enrico Rava, vero pioniere e primo a tentare anche la strada degli States, poi la tromba di Flavio Boltro, presente ultimamente nel quintetto di Michel Petrucciani. Poi il sassofono di Emanuele Cisi e Diego Borotti, e tanti altri. Non mancano i locali: Le Ginestre, in Via Valprato 15, propone ogni sera musica dal vivo o d'ascolto. Lo stesso vale per il magazzino di Gilgamesh, in piazza Moncenisio 13 bis e per il Roll Play Cafè, in Piazza Castello 117, con formidabili jam session il lunedì sera. L'ideale è comunque consultare il giornale o TorinoSette per essere aggiornati ogni sera sui locali che ospitano serate di jazz. E chi vuole imparare a suonare uno strumento può rivolgersi al Centro Jazz, in Via Pomba 3, che ha corsi per ogni strumento, oppure alle molte scuole di musica che propongono, oltre a corsi di musica classica, anche corsi di musica jazz.
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