VACANZE

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gennaio/febbraio 2001








GLI ORIXÁS
LE DIVINITÀ PRINCIPALI DEL CANDOMBLÉ

Exu: è rapidità ed astuzia, nella versione maschile si rappresenta come l'uomo della strada, nella versione femminile è accentuato l'aspetto erotico.
Oxalá: è sincretizzato con Cristo, la sua festa è il 29 giugno, giorno di S. Pietro.
Xangô: esprime regalità ed autorità giuridica.
Ogum: entità guerriera, leale ma scontrosa.
Oxossi: si presenta come indio, ossia seminudo e con arco e freccia.
Iemanjá: protettrice delle acque marine è materna e allo stesso tempo possessiva.
Oxum: sorta di modello della donna brasiliana, danza impugnando uno specchio.
Omolu: entità del vaiolo, sincretizzato con San Lazaro, è oggi il protettore dei malati di AIDS.

 


MEU BRASIL
"Dovresti staccare un po'", "Ma non riesci a prenderti un momento di pausa?", "Secondo me, se ti fai un bel week-end al mare, spegni il cellulare...". Erano solo alcuni dei consigli che gli amici riuscivano a darmi in un momento di leggero affaticamento da superlavoro, stile occhio perso nel vuoto. "È che ti vedo un po' spento, non vuoi provare col ginseng, il guaranà, la pappa reale,l'ipnosi, i Fiori di Bach e l'oroscopo cinese?",dicevano gli altri, quelli un po' più new age, misto Buddha e rock'n roll.


di Paolo Stratta
Queste e altre mille altre frasi suonavano alle mie orecchie come vocine della mia coscienza e, tra l'altro, per uno come me, artista di strada, cantastorie e sicuramente cuntabale, i giochi si fanno, come per gli alberghi, nella bella stagione, sicché partire per un viaggio d'estate sarebbe stato una sorta di follia. Ma io, piemontese calvinista, ligio al dovere, unico artista bacchettone del panorama torinese, questa volta ho trasgredito. Complici un fratello globetrotter con un interessante carnet di punti millemiglia da utilizzare e degli amici a San Paolo da andare a trovare, la cosa è fatta: il Brasile - che per me è ancora samba, bossa nova, capoeira, futebol bailado e soltanto un po' favelas e meninos de rua - non avrà più segreti.
Il viaggio dall'aeroporto di Guarulhos alla capitale non è dei più suggestivi, sembra di essere in una enorme Settimo Torinese nelle peggiori giornate di nebbia. Se non fosse per l'accoglienza di Giulio la città sarebbe un po' sinistra. San Paolo è una città molto moderna, molti edifici di cemento a vista, un traffico sconvolgente ma altrettanto sorprendentemente scorrevole, gli Stati Uniti sono molto vicini, imperano pannelli pubblicitari ovunque - i brasiliani sono all'avanguardia nell'ideazione delle campagne pubblicitarie - e poi siamo in periodo di campagna elettorale, in tutte le vie si stagliano stendardi scritti a mano che promuovono candidati a Prefeito e Vereador (sindaco e consigliere). Ogni muro è pretesto per i murales elettorali.
A San Paolo convivono due anime, il ricco e il povero, il tecnologico e l'artigianale, vi sono enormi disparità sociali a contatto; ne è un emblema il quartiere Morumbi, ai piedi della cui collina si trova il mitico stadio omonimo, e sulla cui cima l'Avenida Gronchi separa l'ambitissima zona residenziale da Paraisopolis, una delle favelas più grandi della città. Giulio mi parla della città come se ci abitassi anch'io da una vita, devo leggere tra le righe. Scopro che è davvero enorme, gli italiani sono tantissimi e più si va a sud del paese più s'incontrano comunità regionali; quasi tutti hanno un parente italiano, anche alla lontana; qui siamo amati, non siamo i mafiosi che ci dipingono in molti altri paesi. Poi parliamo di pericolosità, della delinquenza, degli "assalti" e molti concetti europei come il passeggiare in centro sfumano all'evidenza dei fatti. Solo una volta cammino da solo intorno all'Edificio Italia, ci sono molti banchetti in cui si vende di tutto, mi colpiscono i cocchi da bere per strada con la cannuccia e l'aria non è poi così minacciosa.
Nella Rua Augusta, una strada centrale per metà colonizzata dalle prostitute, dalla macchina assisto ad un'aggressione violentissima, con inseguimento tra e sopra le macchine ed un epilogo fortunatamente senza morto, solo qualche costola rotta ed una grossa pistola nella bocca dello scippatore. "Qui non siamo in Brasile, siamo a San Paolo", mi continuano a dire ed io mi ostino a cercare l'anima del paese anche in questa capitale: e la trovo nei visi di alcune persone, nei colori di una frutta generosa e nei gusti di una cucina carnivora. Niente samba e niente carnevale, anche perché è agosto.
Visito la mostra sui 500 anni della Riscoperta del Brasile, è emozionante. Si trova all'interno del Parco di Ibirapuera, divisa in 3 immensi padiglioni colmi di immagini, statuette, fotografie in un'ambientazione geniale che la rende sinestetica: non è solo una mostra da vedere, si ascolta, si tocca, si spiano dettagli di architettura da forellini nei pannelli e poi dei piani inclinati creati da fiori che spuntano da semplici tondini metallici accostati fittamente e tagliati ad altezze differenti la rendono molto suggestiva. La cosa interessante è che è stata realizzata solamente con collezioni private. Guardando i colori dei quadri naïf ed i personaggi degli artigianati locali ho voglia di muovermi, di viaggiare, di andare davvero in Brasile.

L'occasione è ottima, sono invitato da amici a Ilha Bela, paradiso della natura, del windsurf e dei borrachudos, fastidiosissimi insetti di cui la zanzara è parente povero. Pensate che alcuni arrivano ad assumere vitamina B12 per una settimana prima di andarci cosicché la cute, che emana uno sgradevole odore, dissuada gli insetti dall'avvicinarsi. A Ilha Bela sono ospitato nella casa della bella Dona Lilia, compagna di questo fine settimana breve ma intenso, e sono proprio nella casa in cui sono stati organizzati gli ultimi campionati del mondo di windsurf. Nel giardino i colibrì si rincorrono e vengono a bere nelle ampolline di vetro sui rami dei cespugli, incrociandosi con pappagalli gialli e verdi, ne vedo anche uno completamente rosso porpora, sembra uscito da una fiaba russa.
L'isola, frequentata nelle vacanze dai paolisti, è ancora selvaggia ed addentrarsi nell'interno con una vettura comune è stimolante quanto imprudente. Nella foresta, nel bel mezzo del niente, si aprono delle radure in cui, tra un bosco di mangueiras ed uno di chapèu de sol, s'intravede una casetta di fango (casa de taipa). Non sono pochi ad abitare in questo tipo di costruzione, non così fragile come possa apparire, tanto che si conoscono delle case di taipa costruite più di cinquant'anni fa ancora perfettamente integre, perfino in stati come l'Alagoas che come dice il nome è pieno di corsi d'acqua e laghi e pertanto soggetto a inondazione. Le case di taipa sono state imputate di un male, la "Doença de Chagas" che avrebbe colpito molti brasiliani, causato dalla puntura di un insetto che vivrebbe nell'intercapedine delle pareti e che con il tempo creerebbe danni irreversibili al cuore.
Gli abitanti delle città più piccole - sempre che si possa generalizzare - sono cordiali ed è raro vedere persone litigare. Arrivando da Torino è stata una delle prime sorprese positive: nel dubbio due brasiliani si sorridono. Sull'isola, con Dona Lilia, ho conosciuto alcune delle particolarità comuni a tutto il paese, e se è vero che dall'alimentazione si può capire un popolo, vale la pena di credere nella generosità dei brasiliani. Sono diffusi i ristoranti con la formula della comida a chilo, in cui ci si serve ad un buffet molto vario e si paga in base al peso, ed i rodizio, sia di carne, sia di pizza. Il rodizio è un tipo di pasto in cui vengono servite al cliente porzioni fino a che espressamente non si desiste. In genere sono a prezzo fisso e con 10/12 reais (circa 15.000 lire) si possono trovare delle ottime churrascarias (rodizio di carne) in cui gustare anche tagli di carne che non esistono in Europa, come la picanha.
È sempre Lilia a raccontarmi e ad introdurmi nel mondo folclorico e spirituale del Brasile. La sua cultura animista nasce dalla combinazione di tre influenze differenti: quella europea, attraverso la colonizzazione portoghese, quella degli schiavi africani e quella indigena, dei nativi del Brasile. Uno di questi aspetti emerge prepotentemente nel Candomblé, una religione africana portata in Brasile dagli schiavi, in cui musica e danza sono gli elementi principali. Questi sono il presupposto per la manifestazione di alcune divinità la cui presenza ha influssi positivi sui partecipanti al rito. È a Salvador, capitale dello stato di Bahia che ho assistito al più bello spettacolo di folclore, con coreografie ispirate al Candomblé, pezzi di Maculelê - danza in onore della raccolta della canna da zucchero e contro i poteri feudali - e numeri di Capoeira, la danza-lotta acrobatica di origine angolana.
Il tempo passa rapidamente e nelle restanti due settimane e mezza sarò a Tabatinga, Pixinguaba, Paraty, Rio, Curitiba, Salvador… il tutto rigorosamente da solo conoscendo incessantemente personaggi curiosissimi. All'inizio decido di muovermi in autobus, anche perché non ho molti soldi e i treni non ci sono. I brasiliani sono molto pazienti - è impressionante osservarli in compostissime file per andare a teatro, in banca, a pagare le imposte o per salire sui mezzi pubblici - e sopportano quindi lunghi tragitti, come cinque ore per percorrere 300 Km. La rodoviaria è il luogo nevralgico, la stazione centrale da cui partono gli "onibus" per tutte le destinazioni: ci sono decine di compagnie che servono tutte le località ed i mezzi si differenziano in espresso, esecutivo e letto a seconda di lusso e distanza. In genere sono confortevoli e puliti ed i prezzi a noi molto accessibili.
Nel mio portoghese da Zio Bello-Abatantuono ne Il Barbiere di Rio (di cui consiglio vivamente la visione) chiedo un biglietto per Tabatinga, amena località sulla costa dove stanno altri amici. Tutto sembra facile, i volti dei compagni di viaggio sono amichevoli, l'autobus corre e la notte scende. Il buio cala presto, verso le 17.30. Dopo un lunga sosta in autogrill in cui bere ottimi succhi di frutta fresca e buonissimi snack rigorosamente fritti da consumare preceduti da una compressa di Malox, finalmente arrivo alla rodoviaria di Tabatinga, il cui sindaco - come recita una bella targa nella stazione - è il signor Gesùm Sgarbi. È decisamente un buon inizio.
Compongo da una cabina il numero dei miei amici e la vocina dice che è inesistente; dopo alcuni rocamboleschi tentativi di comunicare con gli aborigeni che mi scambiano continuamente per argentino, riesco finalmente ad imbroccare un numero di cellulare. "Ehi, Paolo! Dove sei? Sono due ore che ti aspettiamo!". "Sono arrivato ora, sono alla rodoviaria di Tabatinga". "La rodoviaria di Tabatinga? Ma non esiste la rodoviaria a Tabatinga, sei sicuro?". "Desculpe senhor - faccio ad un vecchietto lì vicino - o nome da cidade è Tabatinga?" e quello "Tabatinga! Tabatinga!" annuendo vistosamente con il capo. Allora continuo: "Brunella, guarda che sono proprio a Tabatinga, se mi dai l'indirizzo vi raggiungo io". "Condominio As Gaivotas". Con la mia bella faccia da turista per sbaglio chiedo ai ragazzi del luogo dove si trovi il condominio ed è una risata alla Totò con tanto di Ma mi faccia il piacere che accoglie la mia domanda; sì perché a Tabatinga, in quella Tabatinga le case sono tutte alte un piano, il piano terra! Un lampo passa davanti ai miei occhi, capisco di essere nella città sbagliata, mi defilo rapidamente e, scoprendo che il prossimo autobus per San Paolo è l'indomani mattina alle 5.30, mi faccio accompagnare ad un hotel, l'unico hotel, il Grand Hotel Tabatinga, cinque camere a piano terra, ma senza bagno. Familiarizzo col portiere di notte il quale, compresa la mia preoccupazione, per essere sicuro di svegliarmi punta ben due sveglie. Mi consola raccontandomi che non sono il primo ad aver sbagliato città: l'anno prima un ricercatore africano era capitato lì cercando una Tabatinga sul Rio delle Amazzoni. Sì perché di Tabatinga in Brasile ce ne sono tre!!! Peccato che invece di essere sul mare a 100 Km da San Paolo, fossi a 400 Km nell'interno del Brasile.
Alba, riparto, altre 5 ore, per orgoglio attraverso San Paolo coi mezzi pubblici, ce la faccio in un'ora e mezza, arrivo dai miei amici, li insulto (per non avermi spiegato bene) e riparto, questa volta per la Tabatinga giusta. Arrivo stremato ma il luogo è paradisiaco, ci sono le tartarughe d'acqua ed una piccola teleferica che dalla casa mi porta sulla spiaggia, non mi fermo molto, oramai ho il viaggio nel sangue. Il giorno dopo sono con Brunella a Pixinguaba, un villaggio di pescatori, sosta per una caipirinha ed una isca di pesce (pesce fritto!) e riprendo per Paraty che Lucio Costa definisce il luogo in cui i cammini della foresta e del mare si incontrano. È una città coloniale sorta a metà del 1500, qui è già molto più Brasile, i colori, le fisionomie, i profumi e poi... c'è la festa della Pinga, l'alcolico principe estratto dalla canna da zucchero con cui si fa la caipirinha. Con Brunella e Lilia conosciamo Francesco, uno dei 18 italiani di Paraty (che qui si pronuncia Paracì), è romagnolo ed ha una gelateria centralissima. A mezzanotte loro tornano verso Tabatinga (!) ed io proseguo, rigorosamente in onibus per Rio. Partenza alle tre di notte, quattro ore di curve con la pinga sempre più in circolo.

All'alba sono a Copacabana, non mi sembra vero, in poco più di 24 ore dall'inferno al paradiso. Percorro tutta la spiaggia a piedi tra una varia umanità che fa jogging, compra e vende, misura la pressione, si allena, fa massaggi shiatzu, campagna elettorale, beve acqua di cocco... il tutto rigorosamente in spiaggia. La mia voglia di conoscere è ormai all'apice, prima son al Paõ di Azucar, poi al Corcovado - il Cristo Redentore - poi su indicazione di un portoghese trapiantato a Rio, con il bondinho - un trenino di legno - sono nel quartiere di Santa Teresa, su un colle, è spettacolo puro! Il tempo per fare un giro ad Ipanema, la spiaggia più chic di Rio e riprendere l'onibus per San Paolo. Non per frenesia ma perché il giorno successivo era prevista una puntatina a Curitiba e poi la partenza per il Nordest, a detta di tutti il vero Brasile.
Curitiba è considerata la Milano del Brasile, tecnologica, all'avanguardia, studentesca. Sicuramente è una bella città. Mi interessa per tutto questo ma soprattutto perché un mio amico, Bustric, ci fa uno spettacolo. Cinque ore di onibus e sono da lui. Ci sono anche degli artisti di strada in una via che potrebbe essere Via Garibaldi, un po' grezzi ma ben accolti. Un sassofonista è pagato per dedicare un "tanti auguri a te" ad un impiegato che si affaccia imbarazzato alla finestra dell'ufficio e tra i déhors estivi vediamo moltissimi lustrascarpe, ennesima contraddizione del luogo. È emozionante incontrare un amico a migliaia di chilometri da casa, soprattutto per passarci solo poche ore, raccontarsi un piccolo pezzo di vita, vederlo lavorare (che bello spettacolo il suo!), bere insieme e lasciarsi di nuovo. Prima di entrare in teatro ho un'apparizione, Jamila, una ragazza dolcissima e sicuramente troppo giovane per me, ma non resisto alla tentazione di fermarla, almeno per un attimo. È l'italiano il veicolo di conoscenza, gioco al turista che non capisce il portoghese e mi persuado che le coincidenze esistono: Jamila studia la nostra lingua, l'anno prossimo frequenterà le Belle Arti a Firenze ed è originaria di Salvador, prossima tappa del mio viaggio.
Qui la socializzazione è continua, quasi imbarazzante, il mio angelo custode si sbizzarrisce. Con Chantal, parigina studentessa a Campinas ci capiamo all'istante e la nostra timidezza europea ci porta alla scoperta del Pelourinho, il gioiello di Salvador, centro storico e culturale della capitale. È così unico il concatenarsi di piazzette ed architetture barocche con la vita pulsante nella strada che non a torto questo quartiere è considerato dall'UNESCO patrimonio dell'umanità. Non perdiamo un vicolo, visitiamo un incredibile ostello, contrattiamo per strada per comprare un'amaca - una rede -, parliamo di tutto. Con Mariana, la segretaria di un pittore che ha lo studio nel quartiere - il Pelourinho è anche il cuore della vita artistica - chiacchieriamo di religione e di povertà: dice che se Dio è l'architetto dell'universo, probabilmente all'esame di diritti umani non è andato molto bene. Proseguiamo nel giro, nel Largo Pelourinho c'è la casa museo di Jorge Amado e ovunque sue icone. La sua presenza aleggia nell'aria. Chantal l'indomani parte ed io, conquistato dal luogo ci torno di notte; non posso negare a Maria, venditrice bahiana ambulante di acaraje - una sorta di calzone fritto di farina di fagioli ripieno di gamberetti secchi con salsa piccante - un assaggio del suo piatto dopo aver conversato con lei per più di un'ora. Ha 26 anni e due figli, indossa con un po' di soggezione il costume tipico di pizzo con cuffietta. Dice che se non ho ancora conosciuto la donna brasiliana dopo 15 giorni, ho perso molto tempo. Il suo banco è vicino al negozio di Stefano, un avvocato di Milano che ha lasciato l'Italia per aprire un piccolo commercio a Salvador. Il giorno sta per comparire, vorrei che il viaggio continuasse sempre così, ormai trasformato in uno stato d'animo, in una condizione dell'essere. Sono sempre meno turista, sempre più compagno del caso.

Salvador- Bahia

 

Info turistiche: in Aeroporto e nel Pelourinho in rua Laranjeiras 12, tel. 321-2463
Per raggiungere il Pelourinho in autobus (si paga sul mezzo) chiedere di scendere nella Praça da Sé.
Ostello: Albergue das LaranJeiras, rua Inàccio Acciolli 13, Tel. 321-1366, e-mail: gilbrasil@hotmail.com
Cucina tipica: SENAC, Largo Pelourinho 13/19, tel. 321-5502
Teatro Miguel Santana, spettacolo folclorico tutti i lunedì del mese
Rodoviaria, Av. Antônio Carlos Magalhães 4362, tel. 450-3871
I telefoni funzionano con carte prepagate, si può facilmente telefonare a carico del destinatario sia localmente (componendo il 101) sia all'estero (000111).
Consigliamo anche l'acquisto di una carta internazionale in Italia.
Prefisso del Brasile 0055
Prefisso di Salvador 71
Per altre informazioni:
paolostratta@hotmail.com

 
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