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L'autore
delle foto
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| Torinese,
trentott'anni, Paolo Siccardi è da venti che gira il mondo
con un apparecchio fotografico al collo. Formatosi all'Istituto
Balbis, esordisce sul campo con news di terrorismo nostrano, quindi
parte per l'Afghanistan invaso dai sovietici. Da allora non si è
più fermato, documentando la rivoluzione sandinista in Nicaragua,
gli scontri tra tamil e cingalesi nello Sri Lanka, la Guerra del
Golfo e cento altri conflitti. Dai tempi della caduta del Muro si
è specializzato in Balcani con reportage in Albania, ex-Jugoslavia,
Bulgaria e Romania. Suoi servizi sono apparsi sulle maggiori testate
italiane ed estere. È autore di 'Una guerra alla finestra'
(Edizioni Gruppo Abele) e 'Mamma non voglio andare in cantina' (Unicef).
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RAGAZZI
COME TOPI
Questa è una storia che preferiremmo
non raccontare. Fredda come il ghiaccio. Tenera come carne di bambino.
Ottusa come mille altre storie tra Dessau e il Mare di Barents nate
dalla dissoluzione del colosso sovietico e dei suoi stati satellite.
Immigrati massacrati di botte da gruppi neonazisti, sottomarini atomici
trasformati in ermetiche bare. A Bucarest è peggio.
di Luigi
Urru
Questa storia
si svolge senza l'éclat dello scoop di cronaca, nella normalità
che non fa notizia, con cifre che finiscono sulle tabelle degli istituti
di statistica anziché sulle prime pagine dei giornali o sulla bocca
degli avventori del bar.
"Eppure" ci assicura Paolo Siccardi, autore delle immagini di
questo servizio e testimone in prima persona di quanto scriviamo, "eppure
quella dei ragazzi che abitano le fogne della capitale romena è
una vicenda nota".
Al punto da diventare un classico del fotogiornalismo nei Balcani e segnare
una presenza ora su quotidiani ora su settimanali impegnati.
Uno di quei temi di cui una volta l'anno bisogna pure occuparsi, almeno
per fare il punto della situazione e dunque fare sapere che poco o nulla
è cambiato dal resoconto precedente: per due ragazzi che tentano
di lasciare le fogne e la vita di strada, almeno altrettanti premono per
entrarci.
Il
tepore delle fogne
Fuori, alla quota zero dove vivono i comuni mortali, fa freddo. Chi
non ha un tetto, d'inverno, rischia l'assideramento. Allora meglio scendere,
per il foro di un tombino. Sotto la città degli edifici ce n'è
un'altra, di gallerie, parallela e contraria alla prima. Potrebbe essere
il divertissement di un Italo Calvino, si tratta invece del rifugio
di bambini di otto, dieci, quindici anni. Si sono ritrovati in strada
da un giorno all'altro; era l'ottantanove oppure il novanta, poco tempo
dopo che il dittatore del loro paese era stato messo contro un muro
e ammazzato a colpi di fucile. La gente sperava in un avvenire di libertà
e prosperità, fatto balenare dal capitalismo d'Occidente che
in quell'istante dava una spallata violenta al suo atavico nemico. Le
istituzioni socialiste crollarono come un castello di carte e loro,
i bambini, ospiti dei brefotrofi di Bucarest furono scaricati sul marciapiede.
Da lì era giocoforza imparare la via dei tombini.
Paolo me li descrive con l'accuratezza di chi li ha misurati con il
proprio corpo oltre che con l'obiettivo della macchina fotografica.
Dice che Micaela e Daniela quando erano incinte col pancione (sì,
ragazze-madri che trovano casa sottoterra) ci passavano a filo. Oltre
l'apertura, una scaletta metallica di un paio di metri e, sotto, il
tunnel. Ampio. Ma non sempre alto da stare in piedi. Comunque caldo,
e dunque quasi accogliente. Caldo perché ci passano due tubi
imponenti in cui scorre l'acqua per il riscaldamento dei condomini.
Qui Julian, Cola, Laurenzio, Elena, Maricica, Elvis, Jancu, Florina,
Marcel e quanti altri come loro hanno attrezzato il proprio angolo per
la sopravvivenza: candele per rischiarare l'oscurità, un materasso
e un paio di lenzuola, alle pareti i poster dei Six Family e dei Moffatts,
e poi un astuccio per il tabacco, uno per il sapone e uno per lo specchio
in cui osservarsi al mattino, prima di uscire, non importa se lo zigomo
è tumefatto dai lividi dell'ultima zuffa con le gang del quartiere
o i lineamenti sono più maceri del solito dopo la sniffata di
colla Aurolac.
Il tombino e la colla sono le uniche certezze di questi ragazzi, i ragazzi
del Brancoveanu - dal nome della fermata della metropolitana più
vicina ai loro rifugi. Il tombino li protegge dal gelo e dai picchiatori,
la colla li porta in quel paradiso dove dimenticano e sognano. Basta
qualche spicciolo per procurarsela, un portafoglio sfilato a un passante
e via a tirare dal sacchetto di nylon avvolto stretto intorno al viso.
"La colla non dà la dipendenza delle droghe pesanti",
assicura il mio interlocutore fotografo che ha visto alcuni del Brancoveanu
abbandonarla come si potrebbe smettere di fumare le Marlboro. Turbe
psichiche, aggressività immotivata, depressioni abissali possono
essere tra gli effetti immediati della sniffata. Loro lo sanno: è
il prezzo da pagare per dieci minuti di paradiso. Il Paradiso, quello
vero, se mai esistesse, i ragazzi se lo sono già guadagnato,
alla faccia di uomini d'Occidente che alle loro umiliazioni e traumi
aggiungono l'insidia dello sfogo sessuale vietato e vergognoso a casa
propria.
Bucarest
meglio di Bangkok
Un prete, un bancario e un manager. Inglese, svizzero e francese. Li
hanno arrestati la scorsa estate. Andavano a distrarsi in Romania, dove
i bambini costano meno di uno sputo e si fanno toccare per i dollari
di un tozzo di pane o un flacone di Aurolac. La prostituzione, del resto,
insieme al furto, è l'entrata più sicura per sopravvivere
sui marciapiedi o nelle fogne. "Al Brancoveanu", dice Paolo,
"ci sono passati tutti, maschi e femmine. Come un dazio non aggirabile:
quando tentano di ingannare il cliente, acciuffare la banconota e darsela
a gambe, può andare liscia oppure finire in un pestaggio".
Che poi ci scappi il morto, a chi può importare. Nella capitale
i bambini che dimorano nei tombini sono un migliaio; tre volte tanto
quelli spediti in strada dalle famiglie povere per tirare su qualche
soldo con l'elemosina o altri espedienti.
Di prostituzione infantile e di signori stranieri che vengono a Bucarest
per calare le braghe ai più piccoli ha iniziato a occuparsi la
polizia. "Esiste addirittura un corpo speciale", prosegue
il reporter, "ma si tratta in realtà di un manipolo di uomini
scalcinati che affianca l'associazione 'Save the Children'. La Romania
è come il Far West, non c'è controllo. Pur ammettendo
la loro buonafede, le autorità non hanno mezzi. I poliziotti
non dispongono nemmeno della carta per fare i verbali".
Tra i falansteri squallidi a due passi dalla famigerata Gare de Nord
(mi dicono che Porta Nuova al confronto è un giardino uscito
da un catalogue des beaux arts), la vita è dura come il carapace,
pericolosa come la fossa dei serpenti. Quelli del Brancoveanu diffidano
anche di chi offre la mano col dichiarato scopo di aiutare. I figli
di Micaela e Cola, nati nelle gallerie sotterranee, adesso si trovano
in un istituto. Ma padre e madre non sono tranquilli: queste case-famiglia,
messe su con un investimento minimo da sedicenti organizzazioni per
l'infanzia abbandonata e le adozioni internazionali, costituiscono a
volte la prima tappa di una tratta che muove migliaia di dollari. Il
paese è allo stremo e non si contano i genitori che venderebbero
la prole pur di intascare un piccolo gruzzolo. In altri casi, gliela
rapiscono o gliela fanno scomparire. I documenti falsi si ottengono
ungendo qualche ruota altolocata, mentre all'aeroporto già aspettano
i destinatari della consegna, genitori adottivi da Italia, Francia,
Grecia. "Le connivenze, le corruzioni sono al massimo livello",
sostiene Paolo Siccardi, "è tutto un mangia mangia. In apparenza
le carte sono in regola, le adozioni legali, ma poi scopri che gli istituti
cedono i bambini in cambio di denaro dai paesi stranieri. E se chiedi
ai responsabili di che campano, la risposta è: 'Business, lei
sa com'è'".
Un
naso rosso contro l'indifferenza
Per quelli di Brancoveanu, le gallerie sotterranee funzionano come la
foresta nel romanzo di Jack London. Luoghi estremi, bui, fetidi, dove
vige la legge del più forte e ai quali, tuttavia, è difficile
rinunciare. Nella materiale necessità di tutto, i ragazzi sperimentano
qui una libertà selvatica altrimenti impossibile e sviluppano
una salutare insofferenza per ogni forma di autorità esterna.
Superati i riti iniziatici per entrare nel gruppo (lo stupro collettivo
equivale alla nostra iscrizione all'anagrafe), ognuno decide per sé,
alla giornata: oggi passo al mercato per rubare qualche mela, no mi
tiro su un po' di colla, anzi organizzo un torneo di braccio di ferro
e il picnic sull'erba dietro il luna-park oppure mi faccio la doccia
con le perdite dei tubi del riscaldamento.
La rosa delle possibilità, non poi così rosee, si è
ampliata da qualche anno con l'arrivo del naso rosso di un clown. Miloud
Oukili, artista di strada parigino, è andato a fare visita ai
bambini che sulla strada, appunto, e nei tombini vivono. Ha insegnato
numeri circensi e ha spiegato che è più facile guadagnare
esibendosi con le clave nella metropolitana che svendendo servigi sul
marciapiede. Alcuni hanno afferrato: soldini, certo, ma anche dignità
e il piacere innocente di sedersi e truccarsi, attirare l'attenzione,
suscitare un sorriso negli spettatori. Ormai tutti i bambini dei cunicoli
hanno conosciuto il pagliaccio d'oltralpe: un brandello di circo si
è aggrappato alla loro routine come il barbaglio di un'altra
vita. Alcuni tengono regolari spettacoli in orfanotrofi, ospedali e
alle elementari della Scuola Francese di Bucarest. Un gruppo ha accompagnato
Miloud in tournée (anche in Italia, organizzate dalla Fondazione
Parada). Altri hanno deciso di lasciare il tombino, impegnarsi nello
studio o nelle attività artistiche ed espressive e prendersi
la responsabilità di un alloggio sociale, messo a disposizione
dai collaboratori del clown.
Corina, per esempio. Ventun'anni, dieci o più sottoterra. Adesso
fuori. Rifiutata dalla madre, cacciata di casa, picchiata in famiglia
e fuori, violentata. Ha dipinto di verde, come squame di dinosauro,
le pareti del suo alloggio, lo tiene lindo come un monile prezioso,
fa rigare dritto i giovani con i quali lo condivide. È abile
con le clave, le palline da ping pong, i birilli e il diablo. Si scruta
davanti allo specchio prima di infilare le scarpe lunghe e adattare
il pomello rosso al naso. Forse si chiede se ce la farà, se ne
valga la pena: il richiamo del cunicolo è forte, molte le contraddizioni
da affrontare. È lei a introdurre Paolo, sconosciuto di Torino,
tra gli amici del Brancoveanu, gli regala cassette di musica gitana,
lo protegge, una sera lo salva persino trascinandoselo nella stazione
della metro perché lui, intento a scattare i ritratti di Julian,
non si accorge che gli uomini del quartiere li hanno circondati. La
solita aggressione. I dubbi evaporano: "Quando ne acquisti la fiducia",
dice, "questi ragazzi ti difendono come un fratello. Ti aprono
i recessi delle loro vite, sono loro stessi a proporti cose che non
avresti neppure osato chiedere". Quando vuole andare a trovarli,
conosce la strada: compra una bottiglia di coca cola, salame e formaggio
come piace a loro, un pacchetto di sigarette per fare festa insieme.
E scende la scaletta oltre il tombino.
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Chi
aiuta i bambini di Bucarest
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Il
recapito italiano della fondazione Parada è a Milano
(02-3085057). In internet la si trova sotto
www.una.org (cliccare su 'bambini di strada').
Più dettagliato l'omologo sito francese raggiungibile con
link da quello italiano.
Dell'associazione Save the Children (Salva i bambini) sono varie
le sedi internazionali. In Romania opera con propri progetti e sotto
il nome di Salvati Copiii a questo indirizzo: Intr. Stefan Furtuna
Nr. 3 - Sector 1 - 77116 Bucuresti (e-mail: rsc@scb.sfos.ro). |
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