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gennaio/febbraio 2001









 

 

 


EMOZIONI IN FUMO

di Aldo Ferrari Pozzato
Due sono le situazioni in cui può capitare di parlare di canne o altro ad A.RI.A. La più frequente è quella in cui un universo di esperienze centrali per la persona attraversa, più o meno tangenzialmente, il contatto con le sostanze. E il lavoro sta nel definire i reciproci rapporti tra persona e droga e se e in che misura questa frequentazione nasconde o sottolinea una difficoltà. Comunque sia, la droga, di solito "leggera", non è mai il nucleo della vita della persona.
L'altra eventualità è che dei ragazzi si siano ritrovati, una volta tornati alla condizione di non alterazione, con una angoscia che prima non percepivano e che appare imprevedibile e incontrollabile. La droga non è più il problema, se ne sono ritratti spaventati e non ancora troppo compromessi, ma la difficoltà di convivenza con la propria nuova persona, più fragile, a volte assente, in continua lotta con i soprassalti di angoscia devastanti li spinge a chiedere aiuto e sostegno.
Senza escludere altri interventi e competenze, ad A.RI.A. si lavora sul superamento della frattura, sulla nostalgia residua, sul fascino e sulla paura di quel mondo che si è abbandonato, la scoperta di una progettualità e di aspirazioni forse prima un po' in ombra, la tutela di un equilibrio inizialmente molto precario, in cui, per esempio, riuscire a prendere il bus senza scendere alla prima fermata in preda all'affanno è un grande passo in avanti.
Può darsi che i ragazzi si avvicinino troppo all'uso di sostanze per un vuoto interiore, per una attesa facile di emozioni e per la necessità di avere energie sufficienti a far fronte alle esigenze di un mondo sempre in movimento, per la difficoltà di rimanere con se stessi. Ma questa via breve e spesso fasulla alle emozioni e alla vitalità, da dove l'hanno mutuata? E che risposta dà il mondo adulto?
Il problema mi pare stia nella espropiazione e sostituzione, con conseguente caduta del senso di responsabilità e di appartenenza (non io, ma la sostanza mi dà la sensazione che cerco) e perdita della libertà. La tendenza a questo schema di comportamento sta, secondo me, nella difficoltà a reggere il rapporto con l'autenticità e la potenza del desiderio (sentirsi in grado e nel proprio diritto, nonostante le avversità); l'origine nel contrasto tra i valori dichiarati e i comportamenti espressi dalla società adulta, in famiglia, nella scuola, nella "civile" convivenza. Molto in sintesi. E le risposte, la famosa prevenzione, dovrebbero essere su questi piani, pena un'efficacia puramente sintomatica, da ammortizzatore sociale. E invece…
Certa psichiatria dice sempre più perentoriamente che la sofferenza interiore è uno squilibrio chimico, per cui tutto sta nel trovare i giusti ingredienti. Ci si potrebbe vedere lo stesso processo di riduzione, semplificazione e deresponsabilizzazione. La visione del mondo (l'universo epistemologico) di un ragazzo che cerca sollievo nella droga e quella di un operatore sanitario che prescrive una cura esclusivamente farmacologica a una persona psichicamente sofferente non sono poi troppo diverse.
Senza contare che la sofferenza ha spesso una forte spinta verso la conoscenza e il cambiamento e non è affatto sufficiente annientarla: è proprio il dolore che mi spinge ad andare dal dentista e scoprire che ho un dente cariato. Ma quale medico mi prescriverebbe solo degli antidolorifici e lascerebbe intatto il buco nel dente?
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