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gennaio/febbraio 2001




 






l'Osservatorio permanente

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Questo sito è organizzato e curato dal Centro Studi, Documentazione e Ricerche dell'Associazione Gruppo Abele, su incarico del Dipartimento per gli Affari Sociali - Presidenza del Consiglio dei Ministri. Lo scopo è quello di mettere a disposizione sia di esperti, studiosi, studenti, operatori pubblici e privati, sia di tutti coloro che hanno interesse al fenomeno delle tossicodipendenze, le informazioni e la documentazione raccolta in oltre 25 anni di attività e continuamente aggiornata.
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    dati statistici.

 

 

 


NUOVE DROGHE NUOVI CONSUMATORI
Incontriamo il dottor Silvio Geninatti, psicologo specializzato in epidemiologia pesso la sede del Ser.T. dell'A.S.L. 4 di Torino di cui è coordinatore.

di Sergio Capelli
Come coordinatore di un Ser.T., il dottor Geninatti ha visto cambiare le modalità del consumo, ha assistito all'avvento delle droghe di sintesi, ma soprattutto ha presieduto e partecipato a diversi progetti finalizzati alla conoscenza e allo studio delle cosiddette "nuove droghe". Attualmente è inoltre responsabile, per la parte riguardante le ASL, del Progetto Regionale Nuove Droghe.
Dott. Geninatti, con il suo lavoro ha certamente un punto d'osservazione privilegiato per quello che riguarda il mondo delle tossicodipendenze. Come ha visto cambiare tale fenomeno con l'avvento sul mercato italiano, e quindi nell'ambiente giovanile, delle sostanze di sintesi?
Nel '93 fui invitato ad una riunione organizzata dal Dipartimento degli Affari Sociali a Roma. Era un momento particolare: tutto attorno a noi lasciava pensare ad un avvento dell'uso di queste nuove sostanze, ma dalla nostra posizione di operatori all'interno dei Ser.T., noi non notavamo nessun cambiamento. La nostra percezione del fenomeno era molto sfumata: praticamente nessuno si era mai rivolto a noi per un problema di abuso di sostanze di sintesi. Consapevoli del fatto che il nostro compito è quello di fornire risposte alle problematiche legate alle tossicodipendenze di ogni genere, fummo concordi nella necessità di avviare delle ricerche che facessero luce su questo tipo di fenomeno.
Nacque così l'idea di una ricerca che coinvolgesse numerosi attori (Prefettura, il Comune di Torino, il Provveditorato agli Studi, l'associazione dei Dj) denominata Nonopium per verificare innanzitutto se questo fenomeno fosse reale e valutare se, spostando il nostro punto di osservazione nei grandi luoghi di aggregazione giovanile, la nostra percezione del fenomeno potesse mutare.
Una parte del lavoro fu legata ad un'analisi retrospettiva dei dati relativi ai trattamenti effettuati presso i Ser.T. ad iniziare dal 1978, quando queste strutture furono fondate. Fino al 1995 contammo poco più di 10.000 soggetti trattati, dei quali soltanto un'ottantina presi in carico per motivi diversi dall'uso di eroina. Confrontando questi dati con gli invii della prefettura (la legislazione italiana prevede che chi è fermato in possesso di sostanze stupefacenti per uso personale sia segnalato alla prefettura e da questa inviato al Ser.T. per accertamenti), scoprimmo che quelli in nostro possesso venivano sovvertiti: gli invii per motivi differenti dal possesso di eroina furono, nel '94, del 48%, mentre, dalla nostra ricerca sui casi presi in carico dai Ser.T. torinesi, la percentuale si aggirava intorno allo 0,8%.
Dati alla mano, era evidente come il fenomeno fosse reale e di una dimensione tutt'altro che trascurabile. Avvalendoci di sociologi appositamente formati, siamo andati a intervistare i potenziali consumatori nei luoghi di grande aggregazione giovanile (discoteche, rave party, stadi, centri sociali). Questa ricerca si concluse con la formulazione di alcune ipotesi di intervento poi realizzate con il progetto che, a tutti gli effetti, rappresenta la continuazione virtuale di Nonopium, ovvero Sintesi, e che ha visto come partners le altre tre ASL torinesi.
Se dietro al progetto Nonopium si celava l'esigenza di comprendere quanto fosse reale il fenomeno "nuove droghe" e quale fosse la sua reale portata, quali sono state le esigenze che hanno portato allo sviluppo di Sintesi?
Innanzitutto, la necessità di approfondire la conoscenza generale del fenomeno. In secondo luogo c'era il bisogno di comprendere gli aspetti clinici dello stesso, ovvero di verificare se a tutti gli effetti c'era una necessità di aiuto da parte dei consumatori di sostanze chimiche.
Dopo aver constatato che il Ser.T. non è il luogo più adatto per la gestione di queste problematiche (la struttura è fortemente connotata come presidio per la cura di soggetti con problemi di dipendenza da eroina) abbiamo ritenuto possibile che le richieste di aiuto potessero essere rivolte altrove. Nell'ambito del progetto Sintesi abbiamo collaborato con i medici di medicina generale convenzionati e con i Pronto Soccorso degli Ospedali cittadini. Per l'intero 1999 sono state raccolte le schede di dimissione dal Pronto Soccorso, per poi valutare, in sede di analisi, se la sintomatologia riscontrata sul soggetto che si è presentato per essere visitato potesse corrispondere ad un quadro di consumo critico di sostanze sintetiche. Un lavoro non facile, perché spesso la sintomatologia legata all'utilizzo di queste sostanze può essere comune ad altri disturbi.
Ancora oggi, quindi, nonostante il fenomeno abbia ormai assunto dimensioni ragguardevoli, ai Ser.T. non pervengono richieste di aiuto da parte di ragazzi che fanno uso di sostanze chimiche?
Proprio così! Infatti si sta pensando, con il Progetto Regionale Nuove Droghe, alla costituzione di un polo appositamente dedicato al consumatore problematico di queste sostanze. Potrà essere, senza dubbio, una sede apposita, ma non si esclude la possibilità che questo piccolo team possa anche lavorare in altri luoghi.
Come è interpretabile il rifiuto da parte dei ragazzi di ricorrere all'aiuto di una struttura pubblica che da 22 anni lavora specificatamente sui temi della tossicodipendenza?
Credo che i ragazzi non si percepiscano come tossicodipendenti (e da un punto di vista clinico penso che abbiano ragione nella più parte dei casi): le modalità e gli obiettivi dell'assunzione di sostanze sintetiche sono molto differenti rispetto a quelli dell'eroina.
Pensiamo innanzitutto all'eroina: l'assunzione di tale sostanza rivela un bisogno intrapsichico. È difficile che l'uso di tale sostanza possa nascere da un'affermazione tipo: "questa sera voglio divertirmi quindi mi faccio una pera". La sfera interessata è intrapsichica. Ha a che fare con una sorta di economia all'interno del proprio corpo e all'interno della propria mente che raggiunge con l'assunzione di droga un equilibrio. La droga è un fine, non un mezzo.
Le droghe sintetiche sono considerate, più che un fine, un mezzo. In questo caso, il contesto non è più intrapsichico, ma relazionale, all'interno di un piccolo gruppo, ma più facilmente tra l'individuo e una massa. Fra le cose interessanti che raccontano i ragazzi che ne fanno uso, c'è come la sensazione che in quelle situazioni si crei una sorta di fluido che raccoglie, quasi a diventare un corpo unico, una massa, per esempio radunata in un rave o in una discoteca. Questa droga, a loro dire, aiutava a sentirsi, a percepirsi in sintonia. Colpisce il fatto che alcuni raccontino, come se fosse un evento prodigioso, lo scambiarsi occhiate di intesa con persone sconosciute. Il piccolo gruppo, in questi casi, non è più il riferimento. Certo, i ragazzi difficilmente vanno in discoteca da soli, ma all'interno del locale si disperdono, per poi ritrovarsi solo all'uscita. L'esperienza, più che con il gruppo di riferimento, è con la massa.
Vista la situazione, è possibile immaginare terapie riabilitative per i consumatori?
Per pensare a una terapia è necessario che ci sia un malato.
Il consumatore di queste sostanze non realizza un quadro di per sé riferibile ad una patologia. Io sarei piuttosto cauto nel far partire tout court iniziative in merito al consumo di queste sostanze. Sarei più pragmatico rispetto all'individuazione dei rischi a cui si espone il consumatore di queste sostanze.
Innanzitutto si parla di ecstasy, ma è una convenzione: non si può ridurre tutto il fenomeno nuove droghe alla sola ecstasy. Un lavoro di colleghi britannici ha sottolineato come, sulla base di analisi fatte su un certo numero di pastiglie spacciate per ecstasy, solo in alcune fosse presente una percentuale di principio attivo (MDMA) molto variabile. Teniamo conto che i laboratori clandestini che producono le pastiglie hanno tutto l'interesse a non cadere nelle maglie della giustizia. Sono più che documentate situazioni in cui è stato cambiato un particolare nella costituzione della molecola, in modo che quel composto non apparisse nelle tabelle delle sostanze proibite.
Ho l'impressione che i ragazzi acquistando queste pastiglie prendano spesso dei "pacchi", e inoltre, non sapendo cosa stanno prendendo si espongono a molti rischi. Questa è una delle ragioni maggiori per cui il mercato sta virando verso il consumo delle cosiddette "ecodrugs", sostanze analoghe a quelle consumate ora, ma di derivazione prevalentemente vegetale. Se una sostanza è ben conosciuta dai suoi creatori, essi conoscono anche qual è la "quantità critica", ovvero la quantità di principio attivo oltre la quale chi assume il composto rischia di avere dei problemi legati al sovradosaggio. Molto spesso, però, chi produce tali sostanze, nel rincorrere nuove molecole non ancora schedate, immette sul mercato pastiglie potenzialmente pericolose.
Esiste una schedatura delle differenti pastiglie in circolazione?
Al momento attuale è possibile fare una stima di massima che si aggira attorno ai 200 principi attivi differenti. Ma il mondo delle sostanze di sintesi è un mondo in continuo movimento, magmatico, difficilmente fotografabile.
Proprio per questi motivi, una delle propostesostenute dal progetto Sintesi prevedeva una collaborazione con le forze dell'ordine, per la messa a punto di un sistema di all'erta rapido sull'esistenza di nuove sostanze nell'area torinese. È infatti fondamentale, per un corretto approccio dal punto di vista clinico, che i Servizi sanitari siano al corrente delle nuove sostanze presenti nella nostra città.


Ecstasy

 

Lo si conosce generalmente come ecstasy. Il nome alle anagrafe è però leggermente più complicato e assai meno conosciuto: 3,4-metilendiossimetamfetamina, Mdma in breve. Catalogata come "nuova droga", in effetti l'Mdma esiste da circa un secolo: è il 1912 quando la compagnia farmaceutica tedesca Merck è alla ricerca di un nuovo farmaco dimagrante. Si pensa ad un prodotto che possa ridurre l'appetito. Passano due anni e viene scoperta, e brevettata l'Mdma. Ma non verrà mai commercializzata, probabilmente a causa dei suoi effetti collaterali. Alcune fonti indicano la somministrazione della sostanza ai soldati in prima linea, durante la prima guerra mondiale. L'Mdma sparisce, per ricomparire, alcuni decenni dopo, negli Stati Uniti: l'esercito americano ordina uno studio approfondito del composto, i cui risultati non sono mai stati resi noti.
Com'era già successo, la sostanza finisce nel dimenticatoio, per essere poi "ripescata" nel 1972 da Alexander Schulgin. Ma i tempi sono cambiati: è epoca di hyppies e psiconauti. Fino alla metà degli anni '80 viene utilizzata da psicoterapeuti che, segretamente, la somministrano ai pazienti con pesanti problemi di comunicazione, sfruttandone così le caratteristiche empatogene. Ma la sostanza inizia ad essere utilizzata anche fuori dagli studi medici: gli yuppies statunitensi rimangono ben impressionati da questa pillolina che dà effetti simili alla tanto amata coca, ma che ha il vantaggio di non essere fuori legge. Ancora per poco, però: l'ecstasy si diffonde, addirittura nei night club texani è in vendita al bancone. È il 1986 quando la DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense la inserisce nella stessa tabella di sostanze proibite che comprende eroina e cocaina. Poco dopo è il turno di Svizzera e Germania. In Italia sarà vietata nel 1988.

 
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