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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/2000 | ||
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IL
RISCATTO DEI QUILOMBOS
una storia brasiliana a 5 secoli dalla scoperta Nel 2000 il Brasile compie cinquecento anni. Almeno per noi europei, questa terra esiste dal 22 aprile del 1500, giorno in cui l'ammiraglio portoghese Alvares Cabral vi approdò e la battezzò "Terra di Vera Cruz". Forse nel corso di quest'anno se ne parlerà un po' più del solito, e probabilmente si racconteranno le storie di sempre: si vedranno le immagini da cartolina delle spiagge assolate, delle foreste, delle città, dei sorrisi e dei balli; si ascolteranno le musiche, si dirà che è abitato da un popolo ospitale e festaiolo. di Roberto Marazzani Si descriveranno luoghi comuni sul calcio e sul carnevale, e si rifletterà sugli enormi problemi della miseria, dei bambini di strada, del debito estero, dei politici corrotti, dei senza terra, della distruzione della foresta amazzonica, e così via. Si dirà anche che, nonostante tutto, è un Paese dalle grandi risorse che presto potrebbe essere un'influente potenza economica mondiale. Tutto vero, in qualche modo. Ma di storie sul Brasile se ne potrebbero narrare anche innumerevoli altre. Facilmente però, molte saranno taciute: alcune in particolare, che sembrano quasi dimenticate, sull'epoca travagliata dell'insediamento degli europei e dello spietato e implacabile sfruttamento delle ricchezze minerarie e delle risorse ambientali. Un periodo breve ma che coincise con la distruzione pressoché totale del popolo degli indoamericani e della loro cultura, per sostituirli con una realtà nuova fatta di città e macchine, e da persone con modi, idioma, mezzi di sussistenza e concezioni del mondo e dell'ultraterreno diverse. Il Brasile in questi cinque secoli ha fatto dei passi enormi ed è un Paese completamente trasfigurato che si impegna per raggiungere gli standards e i modi di vita dei paesi ricchi. Troppo spesso a spese delle persone più povere e dell'ambiente. Gran parte del percorso che ha compiuto, il Brasile lo ha fatto sulle spalle della sua popolazione africana: il lavoro degli schiavi ha permesso di creare enormi profitti all'epoca della colonia e poi dell'impero, in un periodo durato più di tre secoli, fino all'abolizione della schiavitù avvenuta, ultima tra le nazioni americane, nel 1888. Le alchimie della tratta degli schiavi non esistono più, e non si creano montagne di denaro trasformando rhum e manufatti in schiavi, che si trasformavano a loro volta in melassa, oro e pietre preziose, tabacco, cotone, legname e carne salata, da scambiare nuovamente, in un ciclo senza fine. Il mercato triangolare tra Americhe, Europa e Africa, impostato sulla tratta degli schiavi, che aveva dato le basi allo sviluppo economico mondiale moderno, fu avversato in primo luogo dalle nuove tecnologie, oltre a ragioni morali, movimenti abolizionisti e pericolo delle ribellioni. Furono infatti le ragioni del mutato assetto economico mondiale che seguì la rivoluzione industriale, soprattutto, a fare pressione affinché la Principessa Isabella firmasse l'atto della cessazione della schiavitù in Brasile, mentre però rimanevano i monumenti eretti a quell'epoca di sfruttamento: le chiese grondanti d'oro, le grandi fazendas, e il sistema agrario fondato sul latifondo e sulla monocoltura. E rimaneva un popolo fatto di genti d'ogni provenienza, una cultura nuova, e poi gli aspetti più evidenti di quello che è il Brasile oggi: ricchezza e miseria contrapposte in modo violento, ma anche estrema vitalità, e musiche e religioni nuove, e poesia e bellezza. Un'eredità culturale che persiste, in cui gli afro-brasiliani, coartefici di essa, hanno dovuto ricavarsi degli spazi nuovi, e una nuova identità. Dei circa dodici milioni di africani portati in catene nelle Americhe, grosso modo il 40% era destinato alle piantagioni e alle miniere brasiliane. E come altrove, gli schiavi e i loro discendenti si ribellarono alla degradazione sistematica sperimentata a cominciare dal momento della loro cattura, attraverso la ricerca della bellezza e dell'espressione di sé stessi, per contrastare la spersonalizzazione che subivano. Nonostante le enormi distorsioni dell'umano in cui erano immersi. Ma la questione razziale è tuttora un problema enorme. Una questione ancora aperta che si palesa leggendo le statistiche che vedono la popolazione di colore ad occupare gli ultimi gradini della scala sociale. Una cosa che si confonde, in modo insinuante, con il razzismo: un preconcetto che non coincise esattamente con la schiavitù, ma che si espresse in un'ideologia nata per ragioni sostanzialmente dettate dall'esigenza di appianare il conflitto tra il gruppo privilegiato e dominante, e quello dominato ed emarginato. Per giustificare, in qualche modo, con una sorta di teoria razionale, la sistematica sottomissione, lo sfruttamento e la degradazione di altri uomini. Non necessariamente lo schiavismo aveva bisogno di un sostegno ideologico, ma il falso ideologico che vi si instaurò, che non era esattamente l'esportazione del predominio di un sistema di valori, quello occidentale a discapito di quello dei dominati, né la motivazione della violenza, era bensì argomentazione a difesa di arricchimento e conquista. Una delle tesi a sostegno dello schiavismo, realtà che tra altri fattori fomentò l'ideologia razzista, era la falsa ed ingannevole voce che gli africani si sottomettessero in modo indolente alla loro condizione servile. Curiosamente, nei documenti storici risalenti all'epoca schiavista, nonostante la costante paura dei padroni per le ribellioni dei negri, sono poche le testimonianze che mostrino la reale portata del fenomeno delle fughe e delle insurrezioni. E' stata l'opera di studiosi ed antropologi di matrice africanista negli anni '20 e '30, e marxista degli anni '60 del secolo 1900, a fornire un quadro della situazione che, seppur con una letteratura talvolta romanzata e alquanto faziosa, mostra una realtà differente da quella che è nell'opinione comune, non solo da questo lato dell'oceano. Le fughe e le ribellioni degli schiavi africani erano una minaccia costante che i padroni tentavano di ostacolare con ogni mezzo, combattendo battaglie sanguinose con grande dispendio di mezzi e di uomini. Per arginare la "peste della libertà" lo stato schiavista utilizzava eserciti prezzolati - spesso composti per la gran parte da indios e negri che sfuggivano così alla loro stessa condizione di schiavi - e mute di cani. Le pene inflitte a chi veniva catturato erano le più terribili: torture, mutilazioni, marchi a fuoco, e spesso la morte. Ma le ribellioni solitarie o di gruppo continuavano inarrestabili. Si ha notizia dei grandi gruppi di fuggiaschi guerrieri: in tutti gli Stati schiavisti furono numerosi e la letteratura che li riguarda ne racconta come di comunità di ribelli efferati dediti al brigantaggio e alla liberazione degli schiavi, ma che al loro interno vivevano in armonia e democrazia. Si narra che erano capitanati da combattenti di grande valore, dotati di poteri straordinari acquisiti attraverso il vudu. Ma della moltitudine di gruppi di fuggiaschi più piccoli che si rifugiarono negli angoli più remoti e nascosti di foreste e sertãos non si sapeva molto, almeno fino a poco tempo fa. Soprattutto sulla quantità di comunità che si formarono. I quilombos, o mucambos, come vengono chiamati in Brasile (termini che derivano dalla lingua quimbundo della popolazione bantu), sono innumerevoli ancora oggi. Quelle stesse comunità che si erano nascoste per sfuggire ai capitãos do mato, i cacciatori di schiavi, hanno continuato a vivere in modo appartato negli sterminati spazi brasiliani. Dei quilombos brasiliani si è ricominciato a parlare recentemente, dopo che, in seguito alle insistenti azioni politiche dei movimenti negri e dei sindacati rurali, il governo ha elaborato un atto di legge che assegna loro la terra che occupano. Si era nelle decadi 1970 ed '80, quando alcune comunità negre subivano pressioni e violenze per spingerle ad abbandonare la loro terra, le loro case e i loro mezzi di sussistenza. Progetti di dighe, compagnie minerarie e grilleiros li insidiavano. I grilleiros sono abbastanza comuni in Brasile. Si tratta di persone ricche e spregiudicate che attraverso l'emissione di documenti falsi e la corruzione di esponenti delle amministrazioni locali, cercano di accaparrarsi le terre che non hanno una certificazione di proprietà certa. Si chiamano così perché adottano un curioso espediente per invecchiare artificiosamente le carte di proprietà e farle sembrare autentiche: le chiudono in un cassetto per qualche tempo in compagnia di alcuni grilli. Ebbene, alcune comunità di discendenti di quilombos erano minacciate da questi nemici assai più potenti di loro, che non si facevano scrupolo ad usare violenza e atti di vandalismo attraverso milizie private. L'azione di diversi gruppi politici e sociali ottenne, nel 1988, un secolo dopo l'abolizione della schiavitù, una disposizione di legge che attesta il possesso della terra ai quilombolas. Una legge nata soprattutto come risarcimento del Brasile alla popolazione negra in merito alla schiavitù che subì. E per preservare quello che è ora considerato un patrimonio culturale del Paese. La situazione era più complessa del previsto però: le parti avverse coinvolte in questa questione sono potenti politicamente ed economicamente, e l'applicazione della legge è laboriosa e difficile. Sorgeva inoltre la necessità di uno studio storico che confermasse, per le comunità interessate, la loro effettiva discendenza da comunità di schiavi fuggiaschi. Alla Fundação Palmares, organo che fa parte del Ministero della Cultura venne affidato il compito di eseguire gli studi storici necessari. E il lavoro di censimento della Fundação ha certificato, fino ad oggi, l'esistenza di oltre cinquecento di queste comunità, mentre almeno altrettante hanno presentato richiesta di essere inquadrate nell'ambito di azione della disposizione di legge di cui sopra. Un numero ben al di là di ciò che si ipotizzava, ed una sorpresa per tutti. Ed ora, pur restando una delle tante entità sociali costrette a fronteggiare l'enorme e annoso problema della terra, i quilombos hanno delle prospettive che lasciano margini di ottimismo. Pur condividendo la stessa arena sociale con i seringueiros dell'Amazzonia, con i sem - terra, e con gli indios, i quilombolas non hanno le stesse strategie di lotta, e tra loro hanno solo sporadici contatti. La loro battaglia avanza, seppur lenta e difficile, per il proprio corso: la prima titolazione della terra è avvenuta nel 1995, festeggiata in una comunità situata sul fiume Trombetas, in Amazzonia, ed altre l'hanno seguita, ma diverse situazioni di conflitto restano irrisolte. E si intrecciano a problematiche legate alla preservazione dell'ambiente. In alcuni casi sono delle dighe di cui esiste il progetto e l'intenzione a realizzarle, a togliere il sonno dei quilombolas. Per lo più parte di interessi privati e finanziate da compagnie per il trattamento del minerale di bauxite, per trasformarlo in alluminio, alcune dighe creerebbero dei bacini idrici immensi, le cui conseguenze, solo ipotizzabili, avrebbero un impatto ambientale devastante. Oltre ad aumentare, con tutta probabilità, il numero degli abitanti delle favelas delle città più prossime. Le persone e le organizzazioni di attivisti operanti nell'ambito dei diritti umani che hanno relazioni con questa questione, caldeggiano una più diffusa e rapida applicazione della legge. In passato erano anche comparsi su alcuni siti internet gli appelli da indirizzare al presidente della repubblica per esortare il governo ad occuparsi del problema. Ora, dopo il conferimento di alcuni titoli di proprietà della terra, assegnati dalle alte cariche dello Stato in manifestazioni ufficiali e ben propagandate, ci si augura che il processo si sia messo in moto e che prosegua il suo percorso, seppur nei tempi lunghi necessari per la sua attuazione, almeno senza intoppi e ostacoli. I movimenti negri, i sindacati rurali, le associazioni religiose che seguono l'evoluzione della legge sono attenti a che questo avvenga, e se domandassero altre petizioni non mancheremmo di darne notizia su queste pagine. A differenza dell'opinione che si aveva dei quilombos come di un episodio mitologico, lontano nello spazio e nel tempo, e sepolto in una memoria di epoche lontane, le loro vittorie, sconfitte, leggende, ideali e lotte, riecheggiano ancora in modo vibrante, e vivono nella memoria dei discendenti di coloro che conobbero l'epoca di oltraggi e violenze della schiavitù. La sopravvivenza di tali comunità ha un valore enorme. Per tutti, ovunque nel mondo. Ci ricorda di un'epoca di barbarie appena trascorsa, e non così lontana, e ci parla di quanto sia importante ribellarci ad ogni tipo di sopruso e ci fa riflettere. I quilombos hanno conquistato questo ruolo così importante, e al contempo sono scrigni di tradizioni, culture e memorie. La loro stessa presenza ci insegna a guardare alle cose in modo più profondo, per non fermarci alla superficie o alle menzogne, e ci suggerisce che c'è sempre una verità nascosta. |
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