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gennaio/febbraio 2000

 



 
 
 
 
INFORMAZIONI
Per ricercare maggiori informazioni sulla Mongolia è possibile rivolgersi al Consolato di Mongolia a Trieste in via Giulia 10 [tel. 040 575422 - 040 575431].
L'Ufficio Turistico, il Mongolia Tourism Promotion Board risponde al [tel. 040 575422 - 011 856231 - 011 856231].
La Compagnia Aerea MIAT Mongolian Airlines ha sede presso il Consolato [tel. 040 575422 - 040 575431], ma è possibile fare richieste di prenotazioni anche tramite il MTPB [tel. 011 856231 - 011 856231]. L'Associazione Nazionale per i Rapporti Culturali con la Mongolia - ITALIA MONGOLIA ha diverse sedi in Italia. 
La sede principale è a Trieste [tel. 040 575422 - 040 575431]; sedi regionali sono a Torino [tel. 011 856231 - 011 856231] email: mongolia@arpnet.it ; Roma [tel. 06 5745838 - 06 5745834]; Perugia [tel. 075 847701] e Padova [tel. 0429 81184 - 0429 81305]. 
L'Ambasciata Italiana competente per la Mongolia è a Pechino [tel. +86 10 65322131 - +86 10 65325070]. A Ulan Bator sono presenti le ambasciate di paesi della Comunità Europea: Francia [tel. +976 1 312118 - +976 1 312118]; Germania [tel. +976 1 323325 - +976 1 323905]; Gran Bretagna [tel. +976 1 358133 - +976 1 358036].
ULAN BATOR IN CIFRE
Ulan Bator (ULAANBAATAR Ulaanbaatar in mongolo) la capitale della Mongolia è situata ad una altitudine di 1.250 metri sul livello del mare ed ha un territorio di 470.444 ettari. La temperatura media annuale è di 2,2°C, la minima (-44,2°C) registrata in gennaio, la più alta (37,7°C) in agosto. Alla fine del 1998 la popolazione residente era di 652.231 abitanti con un incremento del 2,3% rispetto all'anno precedente. Ulaanbaatar è composta da 9 Distretti a loro volta suddivisi in quartieri. Il Distretto più distante è quello di Baganuur con 20.000 abitanti localizzato a 130 Km ad est di Ulan Bator. Il Distretto più grande è Bayangol su un area di 19 subdistretti o quartieri con una popolazione di 114.500 abitanti, sul territorio del distretto sono presenti 2039 attività economiche come negozi, ristoranti, ecc.(43% del totale).
La città ha una propria autonomia amministrativa ed è stato nello stato. Si finanzia autonomamente tramite proprie tasse ed ha un proprio budget. La capitale produce il 30% del prodotto interno lordo, il 28,7% della produzione industriale nazionale ed il 60% della produzione nazionale di energia elettrica.
Alla fine dello scorso hanno nella capitale si contavano 300.960 capi di bestiame.
A Ulan Bator ci sono attualmente 800 negozi che vendono prodotti alimentari, 19 mercati alimentari o supermercati, 2.322 attività commerciali di vario genere non alimentare, 1600 bar e ristoranti per un totale di 50.000 posti a sedere.
Circa 137.200 studenti frequentano le 110 scuole pubbliche, ci sono inoltre 50 istituti, collegi e università private.
LA COMPAGNIA AEREA
La Compagnia Aerea di bandiera della Mongolia è la MIAT Mongolian Airlines. Fondata nel 1956 la Compagnia ha una flotta composta da 1 Airbus A310-300 da 180 passeggeri su tre classi per i voli a lungo raggio intercontinentali; 3 Boeing 727-200 da 166 passeggeri su due classi per i voli internazionali; 11 Antonov 24 da 50 posti per i voli interni e frontalieri. La MIAT dispone poi di diversi elicotteri Mil-Mi 8, tre Antonov 30 e 26 da trasporto e innumerevoli biplani Antonov 2 da lavoro aereo.
La MIAT vola regolarmente su Berlino e Mosca in Europa con A310, verso la Cina con collegamenti su Pechino (B727) e Hohhot (An24), in Siberia su Irkhutz (An24) ed in Corea a Seoul (B727). Oltre ai voli schedulati la MIAT effettua collegamenti charter con Singapore (A310), Osaka (A310-B727) e Alma Ata (B727). Collegamenti occasionali sono anche realizzati con Ulan Ude (An24) in Buriazia (Russia).

 
 
 

 

MONGOLIA: Il Cuore dell'Asia
La Mongolia, paese di altopiani, steppe e deserti è terra più di viaggiatori che di turisti, visitarla è sempre stato molto complesso e ancor oggi, pur con tutte le aperture avvenute dopo i cambiamenti politici degli ultimi anni che hanno reso di fatto completamente accessibile il paese ai visitatori stranieri, risulta sempre difficoltoso viaggiare al suo interno. Un collegamento quotidiano con Pechino, distante circa due ore di volo, operato dalla cinese Air China e dalla MIAT Mongolian Airlines e un servizio trisettimanale con Mosca, operato dalla MIAT e da Aeroflot, rappresentano il principale contatto verso l'esterno di questa immensa regione incastonata nel cuore dell'Asia.
 di Uliano Albertinetti

Circondata da due potenti vicini, Cina e Russia, lontana da con-flitti e da tragedie che l'abbiano portata alla ribalta della cronaca internazionale, la Repubblica di Mongolia è tra i paesi più sconosciuti dell'Asia e forse uno dei luoghi più incontaminati del mondo, dove le tradizioni permeate di rituali sciamanici continuano a trasmettersi di generazione in generazione nel totale rispetto della loro terra  ed in armonia con la natura.
Con i suoi due milioni di abitanti ancor oggi in gran parte nomadi, sparsi nelle steppe e nei deserti grandi cinque volte l'Italia, la Mongolia conserva l'eredità del più grande impero che il mondo abbia mai visto e del più geniale e sagace condottiero della storia, molte volte emulato ma mai eguagliato, Gengis Khan.
Sopravvivono ancor oggi nella memoria del popolo mongolo le gesta di questo loro venerato antenato che riunì sotto il suo regno gran parte dell'Asia e dell'Europa orientale, dal Pacifico alle Alpi e dal Mar Artico all'isola di Giava. Un impero che si distinse, oltre che per la vastità del territorio e le presunte crudeltà delle sue genti, per la straordinaria stabilità, sicurezza e tolleranza che si era venuta a creare al suo interno (periodo questo conosciuto con il nome di pax mongolica), che di fatto rese possibile il fiorire dei traffici, sulle grandi vie carovaniere, tra Oriente ed Occidente, come anche ci racconta Marco Polo nel Milione.
Nella Mongolia contemporanea, oltre alla grande abilità nelle attività equestri, nulla è rimasto della bellicosità di un tempo dei cavalieri mongoli; ma ogni anno nei primi giorni di luglio una frenesia pervade la capitale Ulaanbaatar. Le strade si riempiono di giovani cavalieri, impettiti e fieri, e da ogni parte del paese decine di migliaia di persone si radunano sulle colline della capitale con le loro tende. Arrivano dai luoghi più remoti della Mongolia, dopo settimane di viaggio, portando con se la famiglia, la casa ed il bestiame. Sono i migliori cavalieri, i migliori allevatori e i migliori lottatori di tutto il paese che dovranno cimentarsi nel Naadam la grande festa dei popoli mongoli.
Il Naadam rappresenta il più tradizionale tra i momenti di raduno di questo popolo nomade, e le sue gare sportive di grande fascino forse altro non sono che la reminiscenza delle antiche gesta di un popolo di guerrieri. Tornei di lotta, tiro con l'arco e corse di cavalli sono le specialità in cui gareggiare, sia per gli uomini che per le donne. Tale è la passione e la partecipazione, genuina e sincera, della popolazione che durante le competizioni le vie della capitale sono praticamente deserte.
Nel campo sportivo di Ulaanbaatar, completamente imbandierato, si tengono le gare di lotta. Diverse centinaia di lottatori tutti con il tipico corpetto, che lascia ben in vista i muscoli pettorali, e gli stivali con la punta arrotondata verso l'alto, per non offendere la terra, combattono tra di loro, in gare ad eliminazione diretta in nove rounds, per concorrere al titolo di Titano. Al vincitore non spetterà alcun premio o ricompensa se non solo l'onore di essere considerato e riconosciuto per sempre come l'uomo più forte del paese. La stessa palma spetterà al miglior cavaliere e al miglior tiratore o tiratrice.
La gara più avvincente e più seguita è comunque la corsa dei cavalli in cui vi partecipano giovanissimi cavalieri, di non meno di otto anni e non più di dodici di ambo i sessi, che si cimentano fino allo spasimo su un percorso di una trentina di chilometri nei grandi prati alla periferia di Ulaanbaatar. Tutti sono li ad osservare ed incitare figli, nipoti o cugini in questa faticosa cavalcata che ricorda le epiche gesta dei cavalieri mongoli.
Ed è tra l'entusiasmo della folla durante il Naadam che si scopre l'impenetrabile carattere di questa gente all'apparenza poco espansiva, ma che poi si dimostra composta di individui gioiosi e amanti del buon vivere. Solo all'apparenza, infatti, i mongoli sembrano rudi ma oltre ad essere degli squisiti ospiti tra loro preferiscono sempre risolvere le questioni con raziocinio e quasi mai arrivano all'atto di forza.
Un fenomeno curioso, che stupisce la prima volta che si visita la Mongolia, è vedere il disappunto mal celato dei mongoli verso il turista straniero che rivolge il suo interesse e la sua curiosità  solo a quegli aspetti di vita tradizionale, che sono la caratteristica attrattiva di questa terra, anziché ai grossi progressi che negli ultimi decenni i mongoli hanno compiuto in ogni campo per diventare uno stato moderno e di cui vanno fieri. Diventare uno stato moderno, partendo da un sistema feudale governato dal potere religioso, è stato sin dagli anni '20 l'imperativo per i governanti mongoli che, sotto l'egida del sistema culturale sovietico, hanno spinto il paese verso un processo di modernizzazione a tappe forzate.
Nei mongoli il moto di acculturamento, che negli anni di forte presenza sovietica li ha costretti  in parte a rinnegare i modelli di origine come il nomadismo, ha creato però una profonda crisi evolutiva che ha investito, ed investe tuttora, tutti gli strati della popolazione, sospesa fra influenze esterne,  soprattutto modelli di vita occidentali in quanto ora al sistema culturale sovietico si sono sostituiti modelli comportamentali americani, e riscoperta della propria identità nazionale.
La mentalità nomade era condizionata dall'ambiente asprissimo di una natura intatta, ma non per questo privo di fascino, nel quale l'uomo era immerso, legato ai "tre fuochi" che sempre hanno segnato la vita delle popolazioni nomadi della steppa: il proprio corpo; la yurta; il bestiame.
Tutto si misurava e si comparava con queste tre categorie di va-lori, anche sul piano morale. 
La società in evoluzione, le tecnologie che vanno sempre più diffondendosi nel processo di globalizzazione e le tendenze a copiare aspetti di vita occidentali rendono però sempre più anacronistici i valori di un tempo anche se ancora molto è rimasto delle antiche tradizioni, e la vita di tutti i giorni è permeata da gesti e abitudini che si rifanno al patrimonio spirituale che viene dagli antenati.
Ulaanbaatar (letteralmente Città dell'Eroe Rosso) con i suoi seicentocinquantamila abitanti è l'unica vera città della Mongolia, oltre che capitale amministrativa è anche il centro della vita politica, economica e culturale dell'intero paese. Chiamata Urga fino agli anni venti, la città per i suoi edifici in muratura ha sempre rappresentato, per una popolazione nomade abituata a lunghi periodi di solitudine in territori inospitali, il miraggio, il luogo fantastico da raggiungere e dove accamparsi. Ancor oggi Ulaanbaatar, pur essendo composta di quartieri completi di tutti i servizi che una città moderna deve avere, continua ad essere circondata da migliaia di tende dei pastori nomadi, le famose yurte, che sovente nascoste dietro palizzate, si rendono invisibili agli occhi del turista poco attento.
Ma è nella steppa che si scopre il fascino della vita nomade.
Nella steppa non vi sono alberghi ed anche il turista  viene accolto nelle yurte. Nell'Uvur Hangai, a circa un ora di volo o cinque-sei ore di jeep da Ulaanbaatar, vi sono alcuni di questi campi di yurte per turisti. Il robusto e rombante bimotore delle linee aeree mongole che atterra tre volte alla settimana, condizioni meteorologiche permettendo, sui prati non lonta-ni dai campi di yurte, porta i turisti in una delle aree più suggestive della Mongolia. I campi sono a pochi chilometri dalle rovine di quella che era un tempo la capitale dell'impero gengiscaniade, Karakorum, e dal Monastero di Erdene Zuu, fino agli anni venti uno dei più grandi centri del pensiero buddista lamaista al di fuori del Tibet, eretto nel sedicesimo secolo da Altan Khan è circondato da 108 imponenti stupa. 
Spostandosi sugli appositi pulmini o jeep UAZ, le più adatte a viaggiare sulle dure piste mongole larghe a volte anche diverse centinaia di metri, si ha modo di comprendere come la vita del nomade sia legata sostanzialmente alla sua yurta e al suo bestiame.
Al contrario delle vicine potenze, Cina e Russia, che hanno cercato di rendere stanziali le popolazione mongole che abitano i loro territori, la repubblica mongola ha fatto dell'allevamento la principale rendita economica del paese, e all'allevamento vi si dedicano tutti i nomadi della steppa.
La parola nomade deriva dal greco nomas che significa pastore. Il nomadismo mongolo però non è solo errare o vagabondare per la steppa, ma esso segue dei precisi itinerari ben definiti dalla presenza di acqua e di buoni pascoli e da regole comportamentali che sono vecchie di secoli, in Mongolia non vi sono proprietà o possidenza ma solo consuetudini che si ripetono nel tempo. Di fatto in Mongolia non esiste la proprietà privata del territorio e da millenni, (già nel Neolitico l'attività dominante di questa regione era l'allevamento), equidi, camelidi, bovini ed ovini pascolano allo stato brado seguiti negli spostamenti dagli allevatori che si attengono a regole non scritte che stabiliscono la precedenza di un individuo rispetto ad un altro. Da sempre i pastori mongoli hanno saputo interagire con il ciclo naturale della vita dei greggi e delle mandrie tantoché in questa parte del mondo, dove la concentrazione di animali di allevamento è la più alta di tutto il pianeta, non si è mai adottato l'uso di stalle in quanto piuttosto che modificare le abitudini degli animali l'uomo ha preferito adattare se stesso alle loro esigenze, seguendoli nelle loro migrazioni stagionali.
Tra i diversi tipi di allevamento praticati, l'allevamento del cavallo è di gran lunga il preferito ed il più redditizio. In Mongolia le ultime stime indicano in oltre venticinque milioni di capi di bestiame il patrimonio zootecnico nazionale, e tre milioni di questi sono cavalli.
Anche nei rapporti sociali l'esteriorizzazione della propria ricchezza e del proprio benessere è basato ancora sui cavalli, ad esempio le selle in legno, sempre finemente lavorate e molte volte abbellite con monili d'argento, rappresentano uno degli oggetti che i mongoli mostrano orgogliosi come segno distintivo di classe e di censo, il cavallo è rappresentato nel simbolo della Mongolia ed ancora il cavallo, questa volta alato, è il logo della compagnia aerea nazionale. Naturalmente l'anno del cavallo, nell'oroscopo orientale, è considerato un anno di grandi soddisfazioni.
Per poter seguire lo spostamento delle proprie greggi o mandrie il popolo nomade mongolo ha concepito una particolare abitazione a base cilindrica la cui origine risale alla notte dei tempi.
Le yurte, questo il nome con cui sono conosciute in occidente queste abitazioni, vengono sistemate di norma secondo le previsioni di pascolo in modo da non essere distanti più di una decina di chilometri dal luogo di pastura; quando la distanza tra mandria e tende è tale che per andare dall'accampamento alla mandria e tornare occorre quasi una giornata a cavallo i pastori provvedono a smontare le yurte ed avvicinarsi alla mandria.
La yurta, tipica abitazione non solo dei mongoli ma anche di tutte le altre popolazioni nomadi delle steppe come kazakhi e khirghisi, è una tenda rotonda, del diametro di sei o otto metri, ricoperta di feltro, che ha la caratteristica di essere facilmente smontabile e trasportabile. E' merito della forma cilindrica della sua armatura in legno, elastica e facilmente comprimibile, se la yurta è in grado di resistere alle tempeste più violente.
Il nome yurta è di antica origine turca, lingua comune al mongolo originata dallo stesso ceppo linguistico uralo-altaico, ed in mongolo ha assunto il significato di territorio sul quale un'entità sociale aveva abitudine di condurre vita nomade. Sono stati i russi che hanno abbandonato il significato originario e hanno utilizzato la parola yurta per indicare la tenda dei nomadi. Ancor oggi sopravvive nella lingua turca la parola Yurt con il significato di patria, accampamento o più comunemente domicilio. Il nome mongolo con cui viene indicata la tenda è invece Ger.
La yurta può presentare delle piccole varianti, a seconda delle popolazioni che la usano. Sono tuttora usate da quasi tutti i po-poli dell'Asia centrale, dall'India all'Iran al Turkestan ma quella mongola si può considerare come la forma tipo, quella che più si avvicina al modello originale.
La struttura principale in legno è composta da un muro circola-re, formato da stecche di salice  incrociate ed articolate, alto circa un metro e mezzo, in grado di piegarsi senza difficoltà. Perché sia più maneggevole questo muro di stecche è diviso in settori, che si incastrano con precisione adattandosi facilmente gli uni con gli altri.
Al muro viene fatto fare un arco di quasi 360° lasciando libero solamente lo spazio della porta che è composta da un telaio in legno, con soglia e stipiti, di forma quadrata.
La porta è rigorosamente disposta verso sud, comunemente si dice per motivi geomantici o religiosi, ma indubbiamente per avere una migliore protezione dai fortissimi venti siberiani provenienti da nord. Questa struttura composta dal muro e dalla porta  viene inoltre sorretta e contenuta da una corda che oltre ad irrobustire la struttura evita che sotto il peso del tetto il muro si pieghi verso l'esterno.
Il tetto di forma conica è formato da dei pali di abete del dia-metro di pochi centimetri  disposti a raggiera, che partendo dal muro, collegandosi esattamente in una delle articolazioni del mu-ro stesso, convergono verso una corona centrale, o anello di com-pressione, in legno, la cui apertura funziona da sorgente di luce e da camino.
Il rivestimento esterno è di feltro, un panno di lana non tessuto che è impermeabile ed isola ottimamente dal freddo. Alcune corde fanno si che i pannelli rimangano ancorati alla struttura anche se sottoposti alle forti sferzate del vento, allo stesso modo la corona centrale risulta  ancorata al terreno con una corda.
All'interno il muro di stecche di salice viene rivestito con tessuti o tappeti. Nella maggioranza dei casi anche il pavimento è di feltro e d'inverno tra due strati di feltro viene sistemato un materasso di erbe secche al fine di avere un maggior isolamento termico. Sono molti però i nomadi che continuano a usare la nuda terra come pavimento.
All'interno della yurta tutto è disposto in modo da  trarre il massimo vantaggio da uno spazio molto ristretto, e l'organizzazione e la disposizione degli oggetti rispecchia secoli di organizzazione familiare. Forse non più ai giorni nostri ma fino a pochi decenni or sono l'interno della yurta era rigidamente suddiviso tra lato femminile, il lato est, e lato maschile, il lato ovest, divisi idealmente da una linea che le donne non potevano oltrepassare.
Era costume delle popolazioni mongole, durante le campagne militari, di trasportare direttamente le tende su carri trainati da yak, evitando così nei lunghi trasferimenti di dover continuamente montare e smontare la tenda. Il compito di condurre i carri con le yurte era esclusivamente assegnato alle donne, che avevano anche il compito di tenere sotto controllo gli armenti e tutta la gestione economica della famiglia.
Per l'allevatore che vive nella yurta quanto necessario alla sua alimentazione è dato dal latte e dalla carne. Il consumo di questi alimenti è strettamente dipendente dalla stagione. In estate, quando le bestie sono al pascolo, vengono consumati soprattutto latticini e formaggi freschi, in autunno ed inverno quando gli armenti sono ben ingrassati dai pascoli estivi la carne fresca è l'alimento principale, mentre in primavera non rimane altro che carne secca e formaggi stagionati.
Naturalmente con l'accrescimento degli scambi commerciali e lo sviluppo delle industrie alimentari la varietà di alimenti sul mercato è abbastanza cresciuta e la separazione dei cibi estivi e invernali non è più così netta, ma questo vale soprattutto per la capitale e per i principali centri urbani.
La bevanda mongola più apprezzata è l'airak "latte di cavalla fermentato", che in occidente è conosciuta soprattutto con il nome russo di Kumiss.
Non esiste una produzione industrializzata di questa bevanda, ogni allevatore produce in maniera casalinga quanto necessario per il suo fabbisogno o poco più, e pertanto in città è molto difficile trovarla.
Una giumenta produce circa 3-5 litri di latte al giorno, tutte le giumente della mandria dopo che hanno provveduto all'allattamento dei puledri vengono giornalmente munte. Il latte ottenuto viene versato in un otre all'interno della yurta dove, tra i germi contenuti nell'otre, l'aggiunta di un po' di caglio e di una vigorosa sbattitura con un apposito mestolo di legno, viene prodotta la fermentazione del latte che arriva ad avere tra i 5° e i 10° alcolici. L'airak è una vera panacea, possiede qualità diu-retiche, lassative e fungicida ed inoltre ha proprietà curative per malattie dell'apparato respiratorio.
Nel deserto di Gobi lo stesso trattamento di fermentazione viene fatto per il latte di cammella.
La Mongolia è fondamentalmente divisa in due territori, uno verde con steppe erbose e foreste,  l'altro più a sud con steppe semidesertiche e dune di sabbia. A nord-ovest in corrispondenza dei monti Altai si trovano foreste di pini e larici siberiani, mentre al nord ci sono gli ultimi contrafforti della taiga siberiana con le foreste di conifere. Le steppe erbose coprono praticamente tutta l'area centrale della Mongolia. L'altitudine, mediamente di 1500 metri, dell'altipiano mongolo e la lontananza dal mare determinano un clima secco fortemente continentale con temperature estive di 20/35°C e invernali di -40°C.
Sotto il punto di vista geografico la Mongolia è un paese di grandi contraddizioni; il deserto di Gobi nella sua estensione raggiunge i 50° di latitudine nord, quindi le sue dune di sabbia sono quelle disposte il più a nord di qualsiasi altro deserto nel mondo, ma nel contempo lo strato di permafrost, lo strato di terreno gelato in profondità, scende a lambire il 47° di latitudine nord, il punto più a sud di tutto il globo. Sempre nell'area del deserto di Gobi vi sono le località dove sono stati registrati gli scarti di temperatura assoluta tra estate e inverno più elevati, che mediamente in Mongolia possono superare anche i 90°C. La temperatura più bassa è stata registrata nel bacino del lago Uws, nel nord del paese, con -55,6°C, mentre la più alta, 50,8°C nella città di Sainshand. Non è raro comunque trovare nel deserto di Gobi sbalzi di temperatura giornalieri anche di 40° o 50°C.
Il deserto di Gobi, come del resto l'intera Mongolia, è uno dei luoghi al mondo con il maggior numero di ore di esposizione solare durante l'arco dell'anno. Le giornate limpide in Mongolia portano ad una esposizione solare annua di 500 ore contro le 200 ore di esposizione solare che mediamente troviamo in qualsiasi città del centro Europa a pari latitudine della Mongolia. Ogni anno però in Mongolia in primavera vi sono bufere di polvere che durano intere settimane, oscurando il cielo e impedendo qualsiasi attività, e non di rado queste bufere di sabbia nel deserto di Gobi durano anche 50 giorni, seppellendo qualsiasi cosa.
Il deserto di Gobi oggi lo si raggiunge comodamente in due ore di volo da Ulaanbaatar, e candide yurte appositamente installate accolgono il visitatore. I campi turistici di Sud-Gobi permettono al turista di poter visitare luoghi di rara bellezza e di grande interesse, senza dover sopportare il grande disagio che l'attraversare zone così inospitali comporta. Per spostarsi nel deserto anziché cammelli e cavalli, mezzi preferiti dagli abitanti locali, le compagnie di turismo utilizzano dei pulmini, molto spartani ma perfettamente attrezzati per le accidentate piste del deserto, anche se l'esperienza di una escursione a dorso di cammello tra le dune del Gobi è pur sempre molto affascinante.
Vicino ai campi, in una zona del deserto di Gobi, nell'area di Bayanzag, c'è una valle di terra rossa di estremo interesse soprattutto per i paleontologi. Camminando in questa valle tra pareti di terra costantemente erose dal vento è possibile imbattersi in strane pietre che dopo un più attento esame si svelano come resti fossili di dinosauri. Alcuni di questi fossili di dinosauro, perfettamente ricostruiti, sono visibili al Museo Nazionale di Ulaanbaatar, uno dei musei più importanti al mondo per questo genere di reperti, dove si trovano, tra l'altro, anche moltissime uova fossili di dinosauro ed interi nidi.
Il Gobi, in mongolo la parola gobi significa deserto, pur essendo uno dei deserti più inospitali della terra, è popolato da circa 50 varietà di mammiferi, tra i quali cavalli e cammelli selvatici ed il rarissimo leopardo delle nevi, vi sono inoltre più di 100 tipi di uccelli, diverse specie di rettili ed anche un anfibio.
Avventurarsi nel deserto è una cosa impensabile senza una abile guida locale e tutti i viaggi nel Gobi è bene che siano organizzati con le compagnie di turismo mongole. Ma anche solo il girovagare intorno al campo può comportare dei pericoli da non sottovalutare. Perdere l'orientamento è la cosa più semplice che possa capitare. Un turista giapponese, conosciuto durante un soggiorno nel Gobi, ha vissuto la terribile esperienza di smarrirsi nel deserto. Allontanatosi a non più di cento metri dalle yurte, con la sua telecamera, per filmare i cammelli selvatici che gironzolavano intorno al campo, ha corso una brutta avventura quando, perso di vista il campo per un avvallamento del terreno, non è più riuscito a tornare indietro. Per sua fortuna dodici ore dopo, l'equipaggio di un elicottero dell'esercito mongolo è riuscito a trovarlo, ormai allo stremo delle sue forze, a 32 chilometri dal campo, dopo una notte passata all'addiaccio.
La stagione migliore per visitare la Mongolia è il periodo che va da maggio ad ottobre, i mesi in cui la temperatura sale mediamente sopra lo zero, anche se è comunque di grande fascino riuscire ad esplorare il paese nel periodo invernale. Il mese ideale per visitare la Mongolia è luglio che oltre ad essere il più caldo è il mese in cui si celebra il Naadam. L'isolamento politico e geografico della Mongolia ha impedito lo sviluppo di un turismo di massa e ancor oggi sono poche le attrezzature ricettive e di conseguenza anche le aree visitabili, anche se non vi sono limitazioni ne vincoli di nessun genere, se non di carattere orografico, nell'esplorazione del paese.
Attualmente i luoghi in cui hanno fatto capolino un minimo di attrezzature ricettive, campi di cinque o dieci yurte, oltre al deserto di Gobi e la zona di Karakorum, sono l'area nord vicino al lago Khovsgol (raggiungibile da Ulaanbaatar in 2 ore di aereo e altre 8 di jeeep), l'area intorno al Monastero di Amarbayasgalan (12 ore di jeep) nel nord del paese, i monti Altai vicino a Khovd (4 ore di aereo oltre a 10 ore di jeep), l'area di Khuudu Haral nel Khentii (8 ore di jeep).
Per visitare tutto il resto del paese occorre organizzare una vera e propria spedizione, con viveri, tende e cucine al seguito, ma soprattutto se si fanno programmi di viaggio questi non devono essere molto stretti, viaggiare in auto in Mongolia è ancora molto difficile, le strade asfaltate non superano i 1200 chilometri, e la velocità media di spostamento che si può avere in viaggi di questo genere non supera i 30 km orari.
Per entrare in Mongolia i cittadini italiani devono richiedere il visto di ingresso. Il visto viene rilasciato dal Consolato di Mongolia, che dispone anche di un ufficio per la promozione turistica, il Mongolia Tourism Promotion Board diretto da Paola Perotti, al quale è possibile rivolgersi per ottenere informazioni, suggerimenti e programmi di viaggio. Presso il Consolato vi è anche l'ufficio di rappresentanza della compagnia aerea mongola MIAT.
Per avere informazioni sulla Mongolia e su come arrivarci è possibile anche rivolgersi all'Associazione Nazionale Italia Mongolia che ha sedi a Trieste, Torino, Roma, Perugia e Padova. L'Associazione ha anche un sito Internet su cui vi sono moltissime informazioni, anche turistiche, sul paese all'indirizzo http://www.arpnet.it/mongolia.
Una volta avuto il visto per entrare in Mongolia, il modo migliore per raggiungere Ulaanbaatar dall'Italia è con il volo MIAT da Mosca o da Berlino due volte alla settimana con un confortevole Airbus 310-300, ma è possibile raggiungere la capitale mongola anche da Pechino o da Seoul. Un altro modo molto suggestivo, anche se più faticoso, è raggiungere Ulaanbaatar per mezzo della ferrovia Transiberiana. Una coppia di convogli alla settimana collega la capitale della Mongolia con Mosca e Pechino, (cinque giorni di viaggio da Mosca e circa trentacinque ore da Pechino); in treno non mancherà modo di incominciare a fare conoscenza con il popolo mongolo, un popolo poco conosciuto, e spesso accusato dalla storia di crudeltà e barbarie, ma che invece ha avuto il pregio di aver sempre saputo assimilare la parte migliore delle civiltà e delle ideologie con cui è venuto a contatto, tutto ciò senza mai perdere la propria identità etnica e culturale, nonostante difficoltà immense.
LIBRI SULLA MONGOLIA 
Per chi volesse approfondire la conoscenza sulla Mongolia il panorama librario italiano non offre moltissime possibilità. Ad eccezione di una quindicina di titoli più o meno biografici su Gengis Khan e alle diverse edizioni del Milione di Marco Polo, i libri editi in italiano che si possono ricercare, con pazienza e costanza, tra gli scaffali delle librerie o su qualche bancarella, sono i seguenti:
P. Perotti, A. Colleoni  La Poesia della Mongolia  1999 Campanotto
A. t'Servsteven I precursori di Marco Polo  1982 Garzanti
E.D. Phillips L'Impero dei Mongoli  1979 Newton C.
R. Monteleone  Il Quarantesimo Orso  1995 Paravia
A.A.V.V. Mongolia     1992 Erizzo
R. Ive, A. Colleoni  Mongolia     1993 Clup Guide
Galsan Tschinah Il Cielo Azzurro   1996 AER
L. Barzini j.  Evasione in Mongolia  1997 EDT
R. Ive   Mongolia - La storia le storie 1996 Bonanno
D. Morgan Breve storia dei mongoli  1997 Mondadori
Galsan Tschinag Ventun Giorni    1998 AER

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