Inviato da: Teatro impegno civile  e-mail: teatrimpegnocivile@libero.it
Titolo: Performances teatrali "Oltre il Muro" (27/2-1/3)

Dal 27 febbraio al 1 marzo 2003 alle ore 21:00
al Parco Culturale Le Serre di Grugliasco

OLTRE IL MURO
Performances teatrali
di Scarlattine

10 anni di conflitti
due performances teatrali*

dalla caduta del muro di Berlino
alla Jugoslavia come paradigma delle guerre di inizio millennio

Le performances Oltre il Muro e Shota prendono forma nella mezzo della mostra fotografica e sono accompagnate da laboratori, libri, materiali didattici e video.

di e con Agnese Bocchi, Giulietta DeBernardi, Luca Cusani, Anna Fascendini, Michele Losi; SHOTA, di e con Soledad Nicolazzi.

La genesi del lavoro teatrale di Scarlattine

La storia delle recenti guerre balcaniche ci riporta direttamente al libro della Genesi ed in particolare all’episodio di Caino e Abele. Abele era pastore di greggi. Caino era un agricoltore stanziale. Abele era prediletto da Dio, perché Yahvéh era un Dio della Via la cui irrequietezza escludeva altri dei. Tuttavia a Caino, che avrebbe costruito Enoch, la prima città, fu promesso il predominio. Nella divisione delle cose a Caino fu data la proprietà di tutta la terra, ad Abele di tutti gli esseri viventi: al che Caino accusò Abele di avere sconfinato.
Tutto questo ci sembrava tipico delle storie balcaniche, e non solo.
La politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all’uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino, con un marchio che è anche protezione, lo condanna all’esilio dove questo fonda per appunto la città di Enoch.
Dalla campagna alla città, dal mondo semplice e normato del villaggio alla complessità della città, cosmopolita e mitteleuropea. La storia del conflitto balcanico dei sette anni precedenti il nostro arrivo in Kosovo l’avevamo letta anche a partire dai meccanismi proiettivi che il piccolo gruppo balcanico, sia esso famiglia, clan o villaggio, ha tradizionalmente dato di quello spazio aperto che si può anche chiamare città.
Lavorare sulle differenze ci sembrava quindi un punto di partenza fondamentale per il nostro lavoro. La semplice possibilità dell’ammettere la presenza di chi è diverso da noi, per religione, etnia, genere, memoria individuale, ci sembrava potesse essere il primo perno intorno al quale costruire il nostro lavoro.
Sostiene Dževad Karahasan (nel suo libro “Il centro del mondo”, Milano, Il Saggiatore, 1995) che la prova dell’esistenza di un essere umano non sta nel fatto che esso pensi. “La prova che esisti realmente te la da il fatto che qualcun altro pensa a te”. La relazione e la comunicazione, centrali nelle dinamiche teatrali e nella vita di tutti i giorni, sarebbero diventate l’altro aspetto essenziale del nostro intervento.
Il Kosovo, rurale ed etnico, ci sembrava rappresentare il pensiero opposto, il pensiero che non guarda dentro di sé, ma che identifica ed individua nell’altro da sé tutti i mali nascosti della propria anima. Cerchio rituale e non luogo fisico della convivenza, non lascia aperture verso l’esterno. O ci sei o non ci sei.
Quello che ci sembrava di vedere, nel dicembre del 1999, era una doppia occupazione di una città, Prishtina, da parte degli operatori internazionali e da parte di quei kosovari che ritornavano da tutto il mondo o che abbandonavano le campagne. Nel frattempo, e velocemente, i luoghi degli eccidi ed i cimiteri di guerra, si stavano trasformando nei luoghi della memoria e della nuova mitologia nazionale.
Notavamo che l’edificio della propaganda bellica si regge sul presupposto che il nemico va degradato, ridotto a una creatura animalesca, miscredente, malefica. E viceversa, o in alternativa, i propri combattenti devono trasformarsi metaforicamente in belve, nel qual caso gli uomini diventano la loro legittima preda. Non a caso il gruppo paramilitare più famoso del conflitto balcanico, le Tigri di Arkan, avevano preso il nome in prestito dal più temibile tra i predatori di uomini.
Come i miti famigliari, anche i miti o i falsi miti collettivi contengono regole mascherate della relazione. Spesso sono così integrati nella vita quotidiana della comunità che non solo il gruppo di appartenenza, ma anche i gruppi esterni non pensano a rimetterli in discussione, difendendoli come verità assolute se li si contesta. Se è vero che i miti diventano patologici nel momento in cui il gruppo tiene a loro sopra ogni cosa, la nostra impressione era che si potesse parlare di questo nel caso del Kosovo di quei mesi e di questi anni.

Un intervento teatrale in situazione di conflitto

Un intervento di carattere psicosociale che voglia essere utile deve quindi agire su questi meccanismi, permettendo al gruppo di lavoro di vivere le contraddizioni all’interno del gruppo. I singoli individui devono poter trovare all’interno del proprio gruppo quello spazio della relazione e della comunicazione che in una situazione di conflitto non è garantito. Il lavoro teatrale permettere alla memoria di riaffiorare anche attraverso i canali del corpo e dell’emozione, e consente di intervenire sulla ridefinizione del ruolo dell’individuo nella società e sulla valorizzazione delle differenze interne ad essa.
Perché il teatro è uno strumento così efficace per interrompere la catena di proiezioni e di vendetta che si scatena in queste situazioni? Da Eschilo a Shakespeare il teatro ha avuto una funzione determinante nella formazione dell’uomo occidentale, perché col mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine.
Durante un nostro laboratorio teatrale in Kosovo, un giorno, uno dei partecipanti, durante una scena di improvvisazione, recitò la parte di un uomo che sceglieva di non vendicarsi, riponendo il fucile e mettendosi a piangere. Questo è stato uno dei momenti centrali del nostro lavoro, in cui meglio si è colto il nesso profondo e critico che si era instaurato tra memoria individuale, cultura del gruppo, tradizione locale e quello che noi, con le nostre differenze, stavamo portando all’interno del laboratorio. Da quella ed altre esperienze per noi nasce “Oltre il Muro”.

Scarlattine

19/02/03


 Torna a Ricevuto e Pubblicato