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Rapporto del 2006-07

Copertina del rapporto di ricerca

"L’età delle esplorazioni necessarie.
Rapporto sulla condizione giovanile 2006-07"

Introduzione

La società italiana è attraversata da molte tensioni: conflitto, incertezza, crisi, declino, sono termini che abbondano nel linguaggio pubblico. Sia che si parli di partiti, di economia, di burocrazia, di valori e mode, di immigrazione, di scuola o anche di cose frivole, c'è un messaggio di fondo che denuncia un senso di perdita e di mancanza di nuovi orizzonti. L'adolescenza e la gioventù, in questo clima, tendono sempre più a essere lette come fasi cariche di negatività e rischi. Le rappresentazioni sociali relative ai giovani rimandano innanzitutto a problematiche serie: lo scadimento dei saperi diffusi, la scarsa partecipazione sociale, le dipendenze e i comportamenti a rischio, il declino delle nascite. Non è la prima volta che ciò accade, e non sarà l'ultima. Vengono in mente per esempio, a chi si occupa di studi sulla condizione giovanile, le analisi dei sociologi nordamericani intorno alla metà del '900, che vedevano un potenziale deviante in ogni giovane. Questo perché i giovani dei college, invece di studiare per diventare ricchi e rispettabili, pensavano soprattutto al flirt e alle automobili veloci. Bella scoperta! peccato che non si trattasse propriamente di una subcultura deviante: quelli erano valori diffusi anche in ampi strati della popolazione adulta, e amplifi cati dai mass-media. Già allora il mondo adulto cominciava (nel suo insieme, con molte eccezioni) a convertirsi al mito del 'sempregiovani', proprio mentre da un altro lato vedeva nella cultura giovanile una minaccia alla coesione sociale. Seguendo Alessandro Cavalli (il Mulino, 3/2007, p. 465), uno dei più importanti studiosi contemporanei della condizione giovanile in Italia e in Europa, pensiamo che gli adulti che lamentano l'assenza di valori, di regole, di speranze nei giovani dovrebbero fare un'attenta introspezione, un'autoanalisi delle proprie incertezze riguardo al futuro. Ma a parte la tanta, retorica che riempie i discorsi sui giovani nel dibattito pubblico, dobbiamo cogliere alcuni aspetti di mutamento, di trasformazione nel ricambio generazionale, che producono, o rifl ettono, nuove opportunità ma certamente anche nuovi disagi, rischi e senso di disorientamento. I contributi della prima parte del rapporto affrontano temi diversi, tutti assai importanti. Per vari motivi, è stato possibile trattare 'solo alcuni' aspetti della condizione giovanile torinese, tralasciandone altri molto importanti. Ogni articolo ci parla di un mondo giovanile che deve affrontare nella vita quotidiana alcune importanti sfi de, nel mondo del lavoro, della famiglia, della scuola, dei pari ecc. Sono mondi attraversati da rapidi mutamenti, che con le istituzioni tradizionali si governano sempre più a fatica. Si badi bene: per istituzioni qui si intende sistemi di regole consolidate; un'accezione ben più ampia di quella più diffusa. La scuola è dunque un'istituzione, ma lo è anche, nel senso da noi adottato, il matrimonio. Siamo giunti al punto centrale di questa introduzione: i giovani oggi si trovano a fronteggiare sfi de nuove, più complesse rispetto al recente passato. Perché le istituzioni sono in crisi. Una crisi che non va interpretata però automaticamente come declino, caduta. Erikson e altri psicologi sociali hanno mostrato bene come il corso della vita di ciascuno individuo sia necessariamente, in forme storicamente mutevoli, costellato di momenti di crisi: queste non sono negative in sé, anzi sono necessarie nello sviluppo dell'identità personale e sociale. La crisi, se superata in modo positivo, porta a una nuova fase.

L'analogia non va spinta oltre. Le istituzioni non sono persone, ma sistemi normativi che gli esseri umani si sono dati nel corso del tempo per regolare la vita sociale. Alcune regole possono valere in certi momenti, non in altri: ne occorrono allora di nuove (per chiarezza: anche chi auspica la deregulation di fatto chiede altre regole). Veniamo a esempi concreti.
La crisi dell'autorità della scuola e nella scuola sono dati di fatto. Certe modalità di interazione tra gli insegnanti, gli studenti e le famiglie di questi, codifi cate e legittimate in passato, non vanno più bene oggi. Certi saperi, ma ancora di più certe forme di insegnamento, sono diventati obsoleti: con buona pace di chi pensa di risolvere i problemi della scuola puntando sulla cara vecchia calligrafi a. Questa è certo importante, non ne discutiamo, ma non è la bacchetta magica. Semplicemente la scuola non si governa con ricette propagandate a mezzo stampa. Occorre un silenzioso impegno per aggiornare il patto tra insegnanti, allievi e famiglie. E per ridare alla scuola un posto di primo ordine nella società. Non pensiamo solo al legame col mondo del lavoro, che pure è fondamentale. Pensiamo anche, e in primo luogo all'amore per lo studio. Il bello di non sentirsi ignoranti.

Anche l'istituzione famiglia sta cambiando, per dinamiche sue interne ma anche esogene. Sulla famiglia, si fa notare da più parti, incide il cambiamento nel mondo del lavoro, e questo è a sua volta legato a mutamenti più generali, mondializzazione in testa. Ci sono poi dinamiche più nascoste: ad esempio, la famiglia oggi è più democratica che in passato. Proprio come, per fortuna, la scuola, la società e la cultura. Un genitore, un insegnante, non cessano per questo di esercitare autorità sui fi gli e/o allievi. Ma devono saper essere autorevoli; il consenso non è dato più a loro in virtù del semplice ruolo formale. Bisogna essere coerenti, equi, credibili per esercitare oggi l'autorità. Anche i rapporti uomo-donna stanno cambiando. Lentamente, anche se un po' troppo lentamente a nostro avviso, vengono abbattute odiose diseguaglianze, coperte da ideologie ipocrite. La scuola in questo è all'avanguardia.
Stanno poi cambiando i costumi: grazie anche al confronto con persone che provengono da altre parti del mondo (in un rapporto di reciproco insegnamento).
La televisione è sempre il mezzo di massa dominante: ma accanto ad esso, soprattutto tra i giovani, trovano sempre più spazio mezzi diversi, in cui prevale un modo anche diverso di comunicare.
E poi naturalmente c'è il cambiamento del mondo del lavoro. Dalla 'società della piena occupazione' siamo passati, a partire dagli anni settanta, prima alla 'società della fi ne del lavoro' caratterizzata da un numero impressionante di disoccupati, poi alla società della precarietà. Il precariato sarà anche meglio, come sostengono molti, della disoccupazione, ma evidentemente richiede 'costi di aggiustamento': nell'interesse delle persone che lo vivono in primo luogo, ma anche della comunità e della società intera. Come si può affermare, ragionevolmente, che la globalizzazione impone nuove forme di lavoro meno garantito e più intensivo, per poi lamentarsi al contempo del fatto che le giovani generazioni stanno sempre più a lungo in famiglia? che fanno pochi fi gli? che dedicano a questi poco tempo?

Sfuggire alla globalizzazione (magari con la militarizzazione delle frontiere) è una nonsoluzione, così come pensare di combattere il declino demografi co a suon di prediche. D'altro canto, anche invocare più spesa pubblica è solo apparentemente una soluzione: che dire del vecchio stato assistenziale, ineffi cace, ineffi ciente, clientelare e nient'affatto equo? "Allora non paghiamo più le tasse allo stato", predicano altri, forse attratti da una prospettiva neo-feudale.
La crisi delle istituzioni dunque c'è, e ci vuole molta fantasia per non vederla. Crisi di legittimità prima ancora che di funzionamento. Ci sono infatti anche istituzioni che funzionano, ma in questo clima è sempre più diffi cile farvi caso. Non è comunque continuando a invocare il ritorno al passato o facili ricette che se ne esce positivamente. Essere 'anti' può andare bene se serve a dare la sveglia; poi bisogna passare, se non si vuole essere ipocriti, alla fase costruttiva. Che richiede un impegno quotidiano, partecipazione convinta, consapevolezza del fatto che non si cambia il mondo schioccando le dita. Le istituzioni vanno oggi ripensate: guardando al passato per vedere che cosa c'è ancora di attuale (probabilmente molto); sarebbe un errore da parte di tutti (e soprattutto da parte dei più giovani, per il loro interesse) sia lasciare che le cose 'vadano come devono andare', sia tentare di ricostruire le istituzioni come un monumento a ciò che fu e non sarà più come prima.

La Krísis delle istituzioni, non richiede acrimonia, rancore o autocommiserazione; come suggerisce l'etimologia, richiede 'scelta', 'giudizio'.
Che cosa ci si aspetta, giusto questo scenario, in termini di politiche per i giovani, specifi camente dall'Ente politico più vicino ai cittadini? Si possono certo elencare una serie di servizi e risorse aggiuntive rispetto a quelle oggi impegnate. Ma riteniamo prioritario uno sforzo di ricostruzione della fi ducia e del reciproco ascolto.
Il che non si ottiene con la retorica o peggio con la propaganda, più o meno mascherata (per esempio da 'comunicazione sociale'). Prima ancora che investire nuove risorse (qualora ve ne fossero) si tratta di comunicare ai cittadini le scelte fatte, con trasparenza e senza eccessivi tecnicismi, in modo che si possa esercitare un vero controllo. Il controllo è nell'interesse di tutti, non va inteso solo come mancanza di fi ducia; la capacità di controllare e verifi care comporta anche poter apprezzare gli sforzi fatti. Una spesa pubblica su cui il cittadino non ha alcuna capacità di verifi ca diventa nell'opinone pubblica quasi automaticamente una spesa inutile. Proviamo a pensare all'utilizzo mediatico del termine 'consulenze': è ormai sinonimo di malaffare, clientelismo, favore ad amici. Se è vero che tali fenomeni sono purtroppo diffusi, non ha molto senso però pensare che dietro ogni consulenza si celi malcostume. L'unico modo per verifi carlo comunque è la trasparenza. Oggi si parla molto nell'impresa privata di responsabilità sociale verso gli stakeholder: non si capirebbe perché, se questo discorso non venisse sempre più esteso anche alla spesa pubblica, che riguarda tutti i cittadini.

Permettere a chiunque lo desideri di essere informato sulle cose concrete perseguite e realizzate dall'ente pubblico (non tanto sulle intenzioni, i progetti, i programmi, le deliberazioni e le tecnicalità: anche, ma semmai in subordine) è un primo passo per ricostruire la 'confi denza' nei suoi confronti.

Il secondo è aprire il canale comunicativo inverso: ossia permettere, nelle forme più democratiche possibili, pur senza perdere di vista l'effi cacia, la voice dei cittadini. E qui per fare un esempio ci viene in mente il livello circoscrizionale: perché non dedicare proprio ai giovani alcune signifi cative occasioni di intervento su materie urbanistiche, logistiche, di vita comunitaria (es. feste di rione, ricorrenze...), permettendo loro di partecipare concretamente alla formulazione di scelte? Non è necessario cominciare da grandi temi; anzi conviene iniziare da piccole cose (la risistemazione di una piazzetta, di un giardino) ma su cui vi sia un coinvolgimento vero, ossia una possibilità reale di infl uenzare le scelte degli amministratori. È chiaro che non è semplice: in una situazione di sfi ducia generalizzata occorre molta pazienza per ricucire i rapporti. Ma se c'è la volontà, nel tempo qualche risultato si potrà creare. Un punto di avvio e di contatto può essere proprio nella scuola: anch'essa non è proprio in buone acque (visto che nemmeno un giovane su due ha fi ducia nella scuola come istituzione), ma per molti aspetti ancora quella più in grado di dialogare con i cittadini.

 


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Aggiornamento: 03/2008


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