Per conservare intatti i sapori e le suggestioni culinarie della nostra tradizione gastronomica ci affidiamo alle lucide memorie dei nonni piemontesi. Abbiamo spiato Clelia, Maria, Rina, Luisa e Gianni per svelare e tramandare segreti e curiosità delle loro prelibatezze.
Se il buongiorno si vede dal mattino... le
portate d'apertura dei pranzi torinesi
promettono più che bene, dispensando
gaudio e soddisfazioni a tutti i palati. Il
vasto assortimento piemontese non
teme confronti con nessuna tradizione
regionale: peperoni ripieni (di bagna
caoda, ovviamente), insalata di carne
cruda e insalata russa, acciughe e lingua
al verde, carni e verdure in carpione,
frittatine, friciulin di semola, salumi
di suino, d'asino e d'oca, tomini al verde
e vitello tonnato solo per citarne alcuni.
Tomin Eletric per 4 persone
Ricetta di nonno Gianni
• 8 tomini
• prezzemolo (una manciata da valutare
ad occhio)
• 1 spicchio d’aglio
• 1 cucchiaino d’aceto
• olio extra vergine d’oliva (anche se l’antica
tradizione piemontese richiederebbe
olio di noci)
• sale e pepe
• 1 pezzo di peperoncino rosso piccante
Preparate a parte i tomini con un velo d’aceto
e una spruzzata di pepe.
Per la salsa
verde tritate insieme il prezzemolo, l’aglio
ed il peperoncino; aggiungete un cucchiaio
scarso di salsa di pomodoro e mezzo bicchiere
d’olio, aggiustando il tutto con sale
e pepe.
Una volta che gli ingredienti si
sono ben amalgamati, versate la
salsa.
E poi lasciate riposare il
piatto per 24 ore, in modo da
permettere al formaggio di impregnarsi
a fondo del sapore garbato ed
avvolgente dell’intingolo.
Il termine eletric è riferito al retrogusto
pizzicante che la salsa lascia sul
palato: dalla definizione tradizionale di tomin fort, termine che avvalora ulteriormente
il peso del peperoncino e
dell’aglio, si sarebbe passati a quella di
tomin eletric all’inizio del XX secolo,
quando il gas venne sostituito progressivamente
dalla luce elettrica.
Vitel tuné per 4 persone
Ricetta di nonna Luisa
• 800 grammi di tondino o girello di vitello
• 2-3 uova sode
• 10 capperi
• 5 filetti d’acciuga
• 200 grammi di tonno circa
• gusti: 1 carota, 1 ramo di sedano, 1
cipolla, 1 spicchio d’aglio
• olio e aceto balsamico
Fate bollire la carne con i gusti (carota, sedano,
cipolla, ma anche alloro, rosmarino
e chiodi di garofano) per circa 3-4 ore, in
modo che si arricchisca di aromi speziati.
Per accentuarne ulteriormente il sapore,
potete aggiungere un’acciuga pulita e tagliata
a pezzetti.
Parallelamente, preparate
la salsa.
Tritando le uova sode, le
acciughe, i capperi ed il
tonno e diluendo il tutto
con dell’olio, otterrete un
impasto cremoso (una
sorta di maionese arricchita),
reso ancora più morbido dall’aggiunta di
un goccio del brodo di cottura della carne.
Infine, prima di adagiare la salsa sulle
delicate fette di vitello, versate un velo
d’aceto balsamico nell’impasto per sottolinearne
il brusco impatto gustativo.
"Attenzione alla cottura - ragguaglia nonna Luisa - la carne non deve né sfaldarsi sotto la pressione del coltello, né risultare troppo dura; il taglio deve essere sottile, senza che ne venga pregiudicata la compattezza".
Il piatto simbolo della cucina piemontese
si consuma in un vero e proprio rito
collettivo: i commensali si ritrovano
attorno all'apposito recipiente, il diàn o
padlòt, armati di una biova, il pane tipico
piemontese, in una mano, e di un
bicchiere di buon vino nell'altra, magari
una corposa Barbera. Come indica il
nome stesso (salsa calda) è necessario
che la sua temperatura sia costantemente
elevata. La scionfetta, uno scaldino
posto sotto il diàn, permette di
mantenerne il calore. In alternativa, la si
può gustare singolarmente utilizzando
dei tegamini riscaldati da un piccolo
cero, gli scionfetìn, che però smorzano
la dimensione conviviale del piatto.
Bagna Caoda per 4-5 persone
Ricetta di tutti i nonni
• 200 grammi di acciughe sotto sale da
pulire (circa 12)
• 3-4 teste d’aglio (o anche 2 spicchi a
commensale)
• 200-250 grammi d’olio d’oliva
• 40 grammi di burro
• verdure in abbondanza
In un tegame di terracotta, riscaldato a
fuoco lento, fate sciogliere lentamente un
trito, precedentemente preparato, a base
di acciughe diliscate e aglio, fino a ottenere
una salsa liquida e non omogenea,
allungata con l’olio (attenzione a non farlo
mai friggere!).
L’aglio è l’ingrediente cardine
della ricetta, ma spesso il suo sapore
così intenso, da "uomini forti" secondo
l’apprezzamento del generale Alfonso La
Marmora, non viene gradito.
Per superare
gli inconvenienti digestivi, è possibile,
nella fase preliminare della preparazione,
eliminare la parte interna o "anima" dell’aglio
e immergerlo in acqua fredda,
oppure, meglio ancora, bollirlo nel latte.
Le verdure rappresentano l’aspetto più
divertente.
Si va dal celebre "cardo gobbo"
di Nizza Monferrato, ai tipici topinambùr,
e poi rape, patate, peperoni, verza,
carote; ma si usano anche le uova e la
mela "renetta".
Tagliate a strisce sottili o
bollite, le verdure fresche vengono disposte
in vari piatti da cui gli invitati si servono
per intingerle direttamente nella bagna,
in un’atmosfera caotica e gioviale.
Il gran finale prevede un ulteriore sforzo
per il vostro stomaco.
Ogni commensale
deve munirsi di un uovo fresco da strapazzare
nel fondo del diàn per contendersi
i succulenti avanzi della salsa.
Gli agnolotti, tipici della zona astigiana, devono il loro nome (plin) al pizzico che con tre dita (pollice, indice e medio) si esercita sulla sottile sfoglia di pasta fresca per chiuderne il ripieno all’interno, in origine composto con gli scarti e gli avanzi dei giorni di festa.
Un consiglio all'unanimità dai nostri preziosi esperti: "Non ci sono turni o regole precise da rispettare nel mangiare insieme la bagna caoda, tranne una: aver cura di intingere un pezzo di verdura alla volta e, soprattutto, di non usarlo come una pala (mai fare palòt!) per raccogliere solo la parte più corposa della salsa,lasciando l'olio agli altri!".
Agnolotti del "plin"
al sugo d’arrosto per 4 persone
Ricetta di nonna Rina
• 500 grammi di arrosto di vitello
• 500 grammi di arrosto di maiale
• 2 cosce di coniglio
• gusti (sedano, cipolle, alloro, rosmarino,
aglio)
• 500 grammi di spinaci
• 1 noce moscata
• 3 uova
Partendo dal ripieno (il coumàut ), fate rosolare le carni con i gusti classici e con
il brodo, aggiungendo il vino bianco per
insaporire il sugo che servirà poi da condimento
della pasta.
Fate raffreddare e tritate
la carne insieme agli spinaci, precedentemente
saltati al burro, alle uova e a
una noce moscata.
Intanto avrete già preparato
la pasta con farina, uova, olio e sale;
una volta distesa in lunghe strisce sottili,
adagiate il ripieno a intervalli regolari, che
verranno prontamente richiusi con la tecnica
del plin e separati con la rondella.
Gran fritto misto
alla piemontese per 4-5 persone
Ricetta di nonno Gianni
• Carni: fettine di vitello, salsicce, costolette
d’agnello o di capretto, fegato di vitello
o maiale, frattaglie d’agnello, rognone
di vitello, rane, cervella, zampette di
maiale (batsoa) e filoni di vitello.
• Verdure, frutta e dolci: melanzane, zucchine
e fiori di zucchino, funghi, mele,
amaretti, semolino.
• Impanatura: farina, uova, latte, pane
grattugiato e sale.
La nascita di questo sostanzioso piatto è legato al detto, proprio della mentalità contadina,"Dal crin as campa via gniente".
Infatti, in origine, la fritura mescia veniva
preparata in occasione della macellazione
del maiale.
Portata adatta ai grandi pranzi
festivi, era composta da sanguinacci, polmone
(fricassà bianca) e fegato (fricassà
neira).
Con il tempo si sono aggiunti i nuovi
ingredienti.
Dopo aver pulito e tagliato le
carni e le verdure, e aver ammorbidito l’amaretto
nel latte, siete pronti per l’impanatura.
Siccome ogni ingrediente deve
essere infarinato, e alcuni addirittura passati
nella pastella (farina, latte e uova) o nel
pane grattugiato, dovete concentrare la
vostra attenzione sui singoli tempi di cottura,
oltre che sulla temperatura dell’olio.
Friggete in olio d’oliva, che potete anche
irrobustire con il burro.
Il colore dorato
indicherà la perfetta cottura.
E dal suo posto a capo-tavola, nonno
Gianni raccomanda: "Il fritto misto va
servito caldissimo, portando in tavola
pochi pezzi alla volta e a più riprese,
allungando così i tempi del pasto in
modo tale che ogni singola portata
venga gustata più intensamente".
Un altro "trucco" confidatoci dalle nonne
consiste nella padella utilizzata per
la frittura, necessariamente di ferro,
come impone la tradizione.
Il bollito
Ricetta di bisnonna Clelia
Il segreto consiste nel lasciare
bollire a fuoco lento
14 pezzi di carne in 4 pentole:
una per la carne bovina, una
per quella di maiale, una per
testina, coda e lingua e una
quarta per la lonza.
La salsa
più caratteristica è il bagnet verd a
base di prezzemolo, acciughe, capperi e,
ovviamente, aglio.
Gli ingredienti vengono
tritati e amalgamati con un uovo sodo.
Il numero 7 ritorna con insistenza nella ricetta del bollito. Ai 7 tagli pregiati di carne bovina adulta (noce, punta di petto, culatta, scaramella, tenerone," cappello da prete" e "copertina di petto") se ne accompagnano altri 7 secondari (testina di vitello, coda di vitello, lingua di bovino adulto, zampino di maiale, cotechino di maiale, gallina piccola e lonza di maiale) guarniti da 7 bagnetti tradizionali.
Bonet per 4 persone
Ricetta di nonna Maria
• 4 uova
• 1 cucchiaio di zucchero per ogni uovo
• 1 tazza di latte per ogni uovo (talvolta 2,
a seconda della preferenza e della consistenza
dell’impasto)
• 2 cucchiai di cacao amaro in polvere
• 15 amaretti piemontesi pestati
• mezza scorza di limone
• 1 bicchierino di rhum (in gergo viene
chiamato "cicchet")
Sull’origine del suo nome si sono
succedute, nel tempo, numerose versioni.
Il termine "bonèt" in piemontese
indica il cappello portato
dagli uomini nelle campagne,
la cui forma
tondeggiante è ripresa
nel dolce.
L’ipotesi
più curiosa e accreditata nelle Langhe (zona
d’origine del dolce)
riconduce il nome al fatto
che fosse servito alla fine del pasto,
come cappello, bonèt, a tutto ciò che si
era mangiato.
Fate caramellare 2 cucchiai di zucchero in
una forma per ciambelle (quella tradizionaleè in alluminio) e lasciate raffreddare
il tutto. Nel frattempo sbattete i 4 albumi
in un recipiente (grilét ) e poi unitevi
i tuorli.
Aggiungete a questo composto
gli ingredienti restanti.
Versate il tutto nello stampo e
coprite con un normale coperchio
da pentola: nonna Maria
asserisce che in questo modo il
composto cuoce più in fretta.
A
questo punto riscaldate il tutto a bagno
maria mettendo la forma in una pentola
con poca acqua, in modo che bollendo non
la copra.
A questo punto rovesciate la forma in un
piatto e servite freddo.
Un consiglio per i
più golosi: gustatelo con molto caramello.
Le nonne non utilizzavano tempi di cottura, ma un metodo "empirico" molto efficace: infilate una forchetta nel composto, se questa resta asciutta, il vostro bonet è pronto. Avrà la forma tipica delle ciambelle e la consistenza di un budino.
I natali dei croccanti bastoncini - così narra la leggenda - conducono alla corte sabauda. A inventarli, infatti, sarebbe stato il panettiere di corte, Antonio Brunero, su ordine del medico di Sua Maestà. Era il 1684 e Vittorio Amedeo, piccolo rampollo di casa Savoia nonché futuro re, non godeva di ottima salute. Ci voleva un pane leggero e digeribile. Nacque così il "ghersino", ovvero una "ghersa" (pane lungo e sottile) ancor più piccola. Due le varianti più celebri: "stirato" e "rubatà" (arrotolato a mano). La ricetta è semplice: acqua, farina, olio e lievito.
Città di Torino, Settore Politiche Giovanili, Redazione Web Informagiovani
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