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La
magia del palazzo la intuite già da fuori, quando passando sotto
le finestre sentite incrociarsi musica per pianoforte ed esercizi per
marimba, l'orchestra che prova Mozart ed un trombonista che si arrampica
lungo il tema della Pantera rosa. Se poi per caso vi capita di entrare,
scoprite che ogni corridoio è una miniera di meraviglie, con suoni
che arrivano da tutte le parti, ragazzi che cantano nelle aule e violinisti
che si esercitano nei bagni prima delle lezioni (fare musica in bagno,
tra l'altro, è piuttosto godurioso: di solito si canta sotto la
doccia perché le piastrelle riflettono molto bene i suoni e qualunque
voce si trasforma in quella di Whitney Houston). Questo luogo un po' magico,
in cui centinaia di studenti trascorrono molti anni, è un Conservatorio:
alla fine del corso di studio ci si ritrova diplomati e pronti ad iniziare
una carriera musicale che porterà a lavorare in orchestra, in formazioni
da camera, come solisti, come compositori, direttori d'orchestra o direttori
di coro oppure come insegnanti di musica.
Come quella di altri studenti, la vita degli aspiranti musicisti
è fatta di lezioni a scuola e compiti a casa. A volte
le lezioni sono individuali, altre volte, però, si fanno
tutti insieme, come in una pluriclasse, seduti vicino a compagni
più giovani ai quali regalare qualche suggerimento ma
anche vicino ad altri che sono più avanti nel corso di
studio e dai quali si imparano un sacco di cose.
Alcune di queste cose riguardano la tecnica di uno strumento,
il modo in cui un pianista deve appoggiare le dita sui tasti
o quello in cui un violoncellista deve far scorrere l'archetto.
Altre cose però - e sono le più affascinanti -
hanno a che fare con il modo in cui si suona, cioè con
le scelte che ad ogni istante un musicista deve compiere perché
la musica che gli sta di fronte prenda vita e soprattutto acquisti
la vita che lui le vuole dare. Voglio dire, uno magari non ci
pensa, ma i musicisti non sono juke-box nei quali, al posto della
moneta, si infila un foglio pentagrammato. Cioè, sì,
sono anche quello, ma lo sono ognuno in un modo diverso, così
che tu infili il foglio ma non sai mai esattamente che musica
ne verrà fuori perché - questo è il bello
- ciascuno suonerà un po' come gli piace. E il gusto musicale,
l'insieme di conoscenze storiche, geografiche, acustiche, letterarie,
filosofiche oltre che musicali, è la ricchezza di ogni
musicista, una ricchezza che si comincia ad accumulare negli
anni del Conservatorio per poi conservarla ed accrescerla man
mano che si va avanti nel mestiere. L'interpretazione è
il modo in cui ogni musicista mette in pratica il proprio gusto,
e la bellezza delle migliori esecuzioni sta proprio nella sapienza
con la quale un flautista, un timpanista o un'intera orchestra
sanno fondere la perfezione della propria tecnica (che vuol poi
dire non sbagliare le note, andare a tempo e così via)
con la raffinatezza, la piacevolezza delle proprie scelte musicali
(che in parte hanno un nome - e si chiamano suonare piano o forte,
fare un respiro qui invece che là, scegliere una certa
velocità - e in parte sono difficilissime da raccontare
e così ci si arrampica sui vetri con espressioni tipo
"lettura particolarmente romantica" oppure "esecuzione
gelidamente geometrica"). |
Tra i modi di suonare che si incontrano
sui dischi o in sala da concerto ce n'è uno oggi molto
in voga che riguarda soprattutto la musica rinascimentale e barocca:
è l'esecuzione
filologica, che prevede
l'utilizzo di strumenti originali anziché moderni (e se
non si trovano più abbastanza violini del Seicento se
ne costruiscono di identici a quelli conservato nei musei) e
suggerisce la riscoperta di pratiche esecutive sprofondate nei
secoli. Così che spesso ormai capita di poter ascoltare
un certo brano nella versione cui ci si era abituati, diciamo
da un secolo a questa parte, oppure in versione filologica, che
significa in un modo abbastanza diverso. I sostenitori della
pratica filologica ti dicono (con qualche ragione) di essere
gli unici a farti ascoltare quella certa musica così come
il compositore l'aveva pensata. Gli altri, che preferiscono esecuzioni
moderne, ti spiegano invece che le musica vive nell'epoca in
cui la si suona, che le nostre sale sono state costruite per
esaltare il suono di strumenti moderni (e si parla sempre, se
va bene, di Ottocento) e che le nostre orecchie fanno fatica
ad ascoltare musica cui non si è più abituati da
molti secoli. |