Zafòr! Ricorda! E’ un’esortazione che nella Torah, testo sacro dell’ebraismo, ricorre 222 volte. Lo ha sottolineato il rabbino Birnbaum, aprendo la preghiera per i defunti di fronte alla lapide che al Cimitero Monumentale reca incisi i nomi dei più di duecento ebrei torinesi morti nei campi di sterminio. Lo ha ripreso poco più tardi Claudia De Benedetti, la vicepresidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane durante la celebrazione del Giorno della Memoria in Sala Rossa.
In una storia del genere umano costellata di stragi, lo sterminio degli ebrei europei perpetrato dal nazismo – ben supportato in questo dai vari fascismi locali, come in Italia o in Ungheria – resta l’apice dell’orrore. Non solo per l’entità della strage, sei milioni di morti, un quarto dei quali bambini, ma per la modalità rigorosamente industriale e tecnologica, pianificata con zelo e precisione fra convogli ferroviari, camere a gas e forni crematori. Il taylorismo applicato all’omicidio, in una sanguinosa catena di montaggio.
Anche i più accesi revisionisti e negazionisti (ce ne sono ancora) che vorrebbero smentire o ridimensionare il dramma del genocidio perpetrato nei lager hanno difficoltà a spiegare dove sia finito il popolo dello shtetl, quei milioni di famiglie ebraiche che fino al 1939 affollavano l’Europa tra gli Urali e l’Atlantico e che pochi anni dopo erano in gran parte scomparse.
Soprattutto laddove erano state più numerose: Polonia, Ucraina, Bielorussia, Ungheria, Germania… Perché gli ebrei, secondo Hitler, dovevano non solo morire ma scomparire nel nulla. Milioni di vite stroncate dal gas Zyklon B, per ricordare le quali, disse uno scrittore ebreo, “contemplare il cielo è l’unico pellegrinaggio possibile”, non essendovi tombe da piangere.
La cerimonia in Sala Rossa, è stata intrisa di partecipata commozione, anche per le testimonianze di due sopravvissuti ai campi di sterminio, il torinese Ferruccio Maruffi e l’israeliano di origine tedesca Thomas Geve. Gli ottanta disegni di quest’ultimo, realizzati con febbrile minuziosità nel 1945, all’indomani della liberazione dal lager di Buchenwald, sono al centro di una mostra allestita presso il Museo della Resistenza.
Una testimonianza disegnata a colori di un orrore documentato solo in bianco e nero da filmati e fotografie realizzati dagli Alleati quando raggiunsero i campi di sterminio per liberare i pochi superstiti.
L’incontro a Palazzo Civico è stato introdotto dal presidente Giovanni Maria Ferraris, che ha ricordato come nei lager “la perversione nazista non avesse prodotto solo dolore e morte per gli ebrei, ma anche per i rom, gli omosessuali, gli handicappati, i comunisti e gli oppositori politici. Tutti crimini variamente giustificati da chi li commetteva, ma uniti da una sola considerazione: a venir deportato era il ‘diverso’”.
Dopo gli interventi di saluto di Roberto Placido e Sergio Bissaca (rispettivamente a nome di Regione Piemonte e Provincia di Torino), l’ex deportato partigiano Maruffi ha rievocato il dramma dei bambini, i primi a essere uccisi perché considerati inutili per i lavori forzati, ricordando anche come i lager fossero stati anche “palestra di coraggio. Il coraggio di superare l’odio, cosa che ci permette ancora oggi di dire che i sopravvissuti dei campi di sterminio ne sono, per questo, usciti vincitori”.
Claudia De Benedetti ha da parte sua sottolineato le corresponsabilità del fascismo italiano nella Shoah: “quando furono emanate le leggi razziali del 1938, in Italia non c’era l’occupazione tedesca. E ci furono italiani che parteciparono attivamente alla caccia all’ebreo, così come tanti italiani aiutarono invece i loro concittadini ebrei”. Poi, l’amara conclusione: “I morti della Shoah restano per noi una domanda senza risposta”.
Il sindaco Piero Fassino ha chiuso l’elenco degli interventi, insistendo sul fatto che “nessuno e nulla deve essere dimenticato”: vanno ricordate le vittime, le colpe dei carnefici, i meriti di quelle persone che, in Italia e altrove, soccorsero gli ebrei perseguitati. Il primo cittadino ha poi sottolineato quanto “l’ebraismo sia parte integrante e importante della cultura e dell’identità europea”, mettendo in guardia contro “i fenomeni di antisemitismo e intolleranza verso le diversit”.
Fassino ha quindi ricordato che proprio quest’anno cade il 25° anniversario della scomparsa di Primo Levi e che in marzo sarà commemorato Emanuele Artom, ebreo e partigiano torinese morto sotto le torture nelle carceri “Nuove”.
Nelle foto: In Sala Rossa il 27 gennaio 2012, da sinistra Ferruccio Maruffi, partigiano torinese ex deportato a Mauthausen, e Thomas Geve, scampato al lager di Buchenwald; la vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Claudia De Benedetti, che ha iniziato il suo intervento salutando, oltre alle autorità, "gli amici rom"; il presidente del Consiglio comunale Giovanni Maria Ferraris; il sindaco Piero Fassino. In basso, la celebrazione al Cimitero Monumentale di Torino.