La domanda principale, quella che attende una risposta dal giorno in cui il referendum ha indicato una via unica e stretta agli amministratori pubblici: acqua pubblica e non lucrativa è come tradurre in pratica l’obbligo di sopprimere quel 7% di tariffa che serve a remunerare l’investimento.
A Torino il soggetto che gestisce fognature, depurazione e distribuzione dell’acqua è Smat, azienda interamente pubblica, appartenente a ben 288 comuni, di cui il Comune di Torino detiene la maggioranza azionaria.
Quel 7% “abrogato” dal referendum rappresenta in pratica il guadagno netto che nel caso di Smat, azienda con un bilancio di esercizio in attivo, vale 36 milioni di euro (bilancio 2011).
L’azienda vanta “brillanti performance”, dicono il presidente Alessandro Lorenzi e l’amministratore delegato Paolo Romano: investimenti per 500 milioni di euro, un indebitamento di 200 milioni di euro “a tassi vantaggiosi” ed investimenti annui per circa 70 milioni di euro. Ma
senza quel 7% che finisce in tariffa, una tariffa media, affermano i due manager, assai competitiva con i suoi 1,33 euro a metro cubo, Smat non potrebbe più pagare le tasse e distribuire dividendi ai suoi azionisti.
Purtroppo, spiegano praticamente all’unisono il vicesindaco Tom Dealessandri, con delega alle aziende partecipate, ed i vertici di Smat, per tutto il 2012 non arriveranno indicazioni sulla corretta interpretazione degli esiti referendari e sulla possibilità o impossibilità di spostare su altre voci del bilancio quei margini operativi, senza ricorrere con ciò ad operazioni mimetiche o elusive.
Nelle foto: Centro di ricerca Smat; Paolo Romano (in primo piano), amministratore delegato e Alessandro Lorenzi, presidente di Smat.