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La rigenerazione urbana a Torino

Ilda Curti, Assessore alle Politiche per l’Integrazione della Città di Torino

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La rigenerazione urbana a Torino
La Città di Torino a metà degli anni novanta ha iniziato ad intervenire sul tema del recupero urbano e della rigenerazione urbana, con un lungo elenco di politiche...

La Città di Torino a metà degli anni novanta ha iniziato ad intervenire sul tema del recupero urbano e della rigenerazione urbana, con un lungo elenco di politiche, strumenti e processi attuati negli ultimi dieci-quindici anni. A metà degli anni novanta ci sono stati due fattori fondamentali - esogeni ed endogeni - di trasformazione della città.Da una parte la crisi della città fordista, che ha lasciato più di sei milioni di metri quadrati di aree industriali dimesse. Questo ha imposto necessariamente un ripensamento non solo sull’identità, su cosa si diventa dopo essere stati città-fabbrica del novecento, ma ha anche consentito di ripensare ai grandi vuoti urbani con processi di trasformazione stimolati dall’essere inseriti - per l’80 % del territorio urbano - nelle aree Obiettivo 2 dei Fondi Strutturali europei.
Gli investimenti olimpici hanno dato un ulteriore impulso alla trasformazione urbana. Una massa consistente di risorse europee e nazionali, pubbliche e private, sono atterrate a Torino e sono stati avviati grandi progetti di trasformazione urbana, prevalentemente ancorati all’idea del piano urbanistico come strumento di regolazione e di trasformazione della città: sono nati nuovi quartieri, nuove centralità urbane. Si pensi alle epocali trasformazioni delle Spine, alla rifunzionalizzazione di grandi aree industriali dismesse.
Dall’altra parte, negli stessi anni emerge una crisi urbana che riguarda la parte densa, abitata, storica della città: quartieri come Porta Palazzo, San Salvario, diventano stereotipi di conflittualità, ed irrompe nell’agenda politica locale la richiesta di sicurezza da parte dei cittadini, spesso rivendicativa e conflittuale rispetto ai nuovi arrivati.

A metà degli anni novanta sono stati avviati, con molte diversità, processi di recupero e riqualificazione urbana e ricucitura del tessuto sociale, sia nelle emiperiferie urbane (Porta Palazzo, San Salvario), sia nei quartieri di edilizia residenziale pubblica (i Programmi di recupero urbano, i Contratti di quartiere, le Azioni di sviluppo locale). Dal 1997 la città si è occupata del problema, ha adoperato un gran numero di risorse regionali, ministeriali, europee per intervenire sulla straordinarietà della rigenerazione urbana come fattore di ricomposizione della coesione sociale in territori non interessati dalla grande trasformazione urbanistica.
Oggi siamo in una fase in cui è indispensabile passare da un’ottica dell’intervento straordinario a una logica dell’ordinario, non solo perché le risorse straordinarie finiscono, ma anche perché è indispensabile che le risorse straordinarie servano a contaminare la cultura della pianificazione, che si esplica nelle modalità ordinarie con cui si interviene nei territori.

La questione urbana ha bisogno di un pensiero complesso: significa dotarsi di un filtro di lettura che ci permetta di vedere la città e di agire sulle strutture, sull’hardware. Spesso un vizio di chi si occupa di sociale è non considerarlo significativo, ma l’hardware cambia la vita delle persone; contemporaneamente è indispensabile investire sulle risorse, le energie, le identità e i conflitti, cioè sul software della città. Specularmente, il vizio di chi si occupa di infrastrutture è di non considerare significativo, ma accessorio, il software. Soltanto la combinazione di hardware e software consente alla città-fabbrica di poter agire, trasformarsi e tenersi insieme.
La città contemporanea scardina la concezione gerarchica del centro e della periferia, del prima e del dopo, del materiale e dell’immateriale: le città invisibili, le città sommerse e nascoste, sono città che stanno negli interstizi delle città visibili, non necessariamente fuori, non necessariamente ai confini ma sotterranee, carsiche. Quindi c’è bisogno di pensiero urbano complesso, attento e disponibile, che consenta di adottare chiavi di lettura e di intervento che permettano di agire sulla complementarietà di tutti gli attori in gioco per il raggiungimento di obiettivi comuni.

“Fare città” significa quindi adottare visioni strategiche di sviluppo che hanno ripercussioni determinanti, che hanno effetti sulla vita degli individui che abitano nelle città. Se è vero che la modernità e la contemporaneità sono meticciato sociale prima ancora che etnico e culturale, sicuramente negli interstizi del disordine e dei conflitti delle periferie si contaminano linguaggi, forme culturali, modalità espressive, abitudini e identità. Sono luoghi di straordinaria creatività, perché è vero che c’è una strategia dell’adattamento ma è anche vero che sono risposte creative, con forme che devono essere accompagnate e sostenute, ma anche lette. Le periferie urbane sono i luoghi in cui prende forma in modo antipatico, contraddittorio, difforme, un nuovo significato di città e su cui si specificano e si esplicitano le conflittualità su scala locale. Dobbiamo sapere che non ci sono scorciatoie, non ci sono soluzioni semplici e la responsabilità che abbiamo è di comprendere i fenomeni, agire per governarli.

La città quindi è un organismo complesso che ha bisogno di progetti di territorio, perché ha necessità di rigenerare il tessuto urbano dei quartieri già abitati. La città è già abitata, ed è indispensabile lavorare a politiche di “seconda generazione” sulle case, pensando a garantire un bisogno - la qualità dell’abitare - e a produrre qualità urbana complessiva, fatta di servizi, di mixité, di connessioni. Significa garantire ed assicurare politiche di sostegno in situazioni di vulnerabilità sociale, favorire politiche di prossimità sociale; più ce ne sono e più abbiamo la possibilità di tendere reti e in qualche modo far sì - come fanno le reti in mare - che chi è più pesante non vada a fondo. Le reti non solo pescano, ma sostengono, tengono su, portano a galla.
Sapendo però che i territori sono insiemi complessi fatti di forme stratificate, con conformazioni spaziali che sono vincoli che non possiamo cambiare e di cui dobbiamo tenere conto, e fatti di relazione tra organizzazioni spaziali, economiche, sociali e politiche. Esistono rapporti di forza tra attori diversi, diversità e pluralità di funzioni, di usi e forme dell’abitare, di coabitazione, conflitto e contaminazione sociale continua. I territori delle nostre città sono luoghi che, nel momento in cui si fotografano, sono già obsoleti, perché cambiano in continuazione le modalità e le relazioni tra le persone e i fattori di problematicità.

I territori hanno bisogno di relazioni con l’esterno, con l’area vasta, non possono essere letti esclusivamente, come in un vetrino al microscopio, nella loro micro-situazione. Si tratta di trasformare con la città e non trasformare sulla città, avendo chiaro per chi si agisce, con chi si negoziano le regole per un uso inclusivo dello spazio pubblico e delle opportunità che si generano in città. Le città storiche nascono e si stratificano individuando spazi di relazione: le piazze, i mercati, i parchi sono gli elementi dove si forma l’arena delle relazioni tra abitanti. La città contemporanea ha privatizzato gli spazi pubblici, ne ha normato e regolamentato l’uso: qui giocano i bambini, qui gli anziani, lì si va a fare shopping. Spesso i nuovi cittadini - gli immigrati - irrompono nello spazio pubblico scardinando le regole: usano i marciapiedi, le piazze, i parchi e generano conflitto, disordine, rumore. In realtà la negoziazione delle regole riporta al centro, anche per i vecchi cittadini, il fatto che lo spazio pubblico è di tutti e quindi può essere regolato, ma soltanto se tutti gli attori coinvolti hanno voce per sedersi al tavolo (i ragazzi del Bangladesh o del Pakistan che giocano a cricket nelle piazze o le donne peruviane che fanno da mangiare per i loro connazionali la domenica nei parchi pubblici). Riconoscere il diritto alla socializzazione nello spazio pubblico significa evidenziare il primato della città e, con tutte le difficoltà, significa affermare il diritto alla socializzazione e all’incontro nell’arena pubblica della città.

Fornire strumenti alle comunità locali, mettere in rete le risorse culturali ed economiche, significa assumere il tema della sostenibilità sociale della trasformazione urbana. Qualsiasi processo di rigenerazione e riqualificazione urbana contiene il rischio della gentrification, dell’espulsione delle fasce più fragili di popolazione. Bisogna governare con l’obiettivo di tutelare chi abita nei territori, fornendo strumenti di crescita della qualità di vita, mantenendo il tessuto di prossimità, lavorando sulla valorizzazione delle identità, della memoria, della storia dei territori. Lavorando per sedimentare i cambiamenti. Si tratta di processi a medio-lungo termine, e il tempo non è una variabile indipendente.
Questo significa adottare:

Per noi oggi è indispensabile rendere ordinari gli strumenti e i dispositivi, agire in un’ottica di manutenzione e non solo di straordinarietà, allargare le maglie dell’azione pubblica non soltanto ai soggetti a rischio ma anche alla fascia grigia, la fascia di mezzo, favorire la mixité anche per evitare la cronicizzazione del disagio, della dipendenza e della passività. Ritengo fondamentale rimettere al centro l’autorevolezza della governance. L’autorevolezza della governance significa capacità di assumersi responsabilità, di pesare le parole e di tenere insieme, con capacità di scelta e di ascolto.
L’autorevolezza della governance pubblica, privata, di soggetti che hanno una responsabilità collettiva credo che sia indispensabile per rimettere al centro l’azione di lungo periodo.
E, se non ora, quando?

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