Città di Torino

L’Italia secondo l’Istat, il volto familiare della povertà

I dati Istat relativi alla povertà assoluta delle famiglie italiane ci costringono a lanciare l’ennesimo grido di allarme: nel 2016, sotto la soglia di povertà si collocano 1 milione e 619mila nuclei familiari residenti, per più di 4 milioni e 742mila person (mentre sarebbero quasi 12 milioni, il 20% totale della popolazione, le persone in condizione di rischio/vulnerabilità economica).

Il dato complessivo sulla povertà si presenta con una certa stabilità rispetto al 2015. Di solito la stabilità, con i tempi che corrono, è già un buon risultato. Ma se parliamo di povertà, allora questo non è più accettabile: la povertà deve diminuire, e se non diminuisce, come Paese dobbiamo certamente fare qualcosa. Se analizziamo i dati al loro interno, tuttavia, emergono dinamiche ancora più gravi, con un volto familiare della povertà davvero intollerabile.

La povertà cresce molto di più, in modo drammatico, soprattutto per le famiglie con 3 o più figli e per quelle più giovani: dal 18,3% dello scorso anno al 26,8% nel 2016. Questo permanere della povertà conferma che siamo ancora saldamente all’interno di una transizione complicata, dal punto di vista economico, in cui a tenui segnali di ripresa economica non corrispondono ancora né ripresa dell’occupazione, né tantomeno redistribuzione del reddito per chi fa più fatica. La permanenza della povertà ci dice, molto più delle dichiarazioni dei politici, che il nostro è un sistema economico ancora in grande difficoltà e che questa difficoltà per le famiglie ha un volto particolare. In particolare, in Italia avere figli è un fattore che genera povertà: per i genitori, e soprattutto per i minori. In effetti l’Italia rimane in Europa tra i Paesi con la più alta percentuale di minori che vivono sotto la soglia di povertà.

Non possiamo restare tranquilli, davanti a questo dato, sia perché è assurdo che in un Paese come il nostro si diventa poveri perché nasce un figlio, e anche perché questa povertà impoverisce non solo la famiglia e il bambino, ma l’intero Paese. Un bambino in povertà significa infatti anche un indebolimento del capitale umano del futuro, maggiori costi sociali per la sua educazione, minore sviluppo delle sua potenzialità creative e delle sue opportunità, maggiori difficoltà di entrata nella vita attiva… insomma, ci perdiamo tutti. E anche la persistenza di quote significative di povertà sui giovani conferma la drammaticità di questi dati. Quando i giovani che devono entrare nella vita attiva, trovare un lavoro, costruire il proprio progetto di vita, si trovano davanti una situazione così sfilacciata, dove le certezze sono sempre meno, le opportunità centellinate, a fronte di fattori di rischio e di incertezza sempre più numerosi, ovviamente la strategia è quella del rinvio. Il nostro è il Paese dove maggiormente i giovani escono più tardi dalla famiglia di origine e, contemporaneamente, non si mettono in campo, non avendone le opportunità. Di fatto, dovremmo aiutare i giovani ad entrare prima nel mondo del lavoro, ad avere più certezza nella prima fase della vita e a far sì che la nascita di un figlio non sia un fattore di povertà.

Occorre spostare le risorse, fare un fisco a misura di famiglia e che sostenga i carichi familiari, dunque un fisco che dia preferenza alle nuove generazioni. Pensiamo alla paura della pensione futura per i giovani di oggi che avranno percorsi previdenziali molto discontinui: per loro sarà difficile avere una pensione adeguata. Oppure a come la nascita di un figlio sia oggettivamente un fatto privato, senza sostegni. E non bastano le politiche di contrasto alla povertà, pur meritorie, avviate in questi ultimi anni, perché si limitano a riproporre un modello assistenziale, di intervento ex post. Una volta che sei povero, ti do una mano. Serve un cambio di paradigma, una radicale rivoluzione delle politiche sociali nel nostro Paese, che dovrebbero rimettere al centro la famiglia, la sua promozione, la sua valorizzazione. Del resto, che le politiche finora attuate in Italia siano sbagliate emerge con drammatica chiarezza da un recentissimo documento comparativo dell’Unione Europea, “Social Scoreboard 2017” (https://composite-indicators.jrc.ec.europa.eu/social-scoreboard/#), dove tra i molti indicatori uno in particolare ci dovrebbe spingere ad una vera e propria rivoluzione delle politiche sociali. Si tratta dell’impatto delle politiche pubbliche per la riduzione della povertà, che significa misurare di quanto diminuisce la percentuale di poveri una volta che si sono attuati gli interventi pubblici di welfare. Nel 2015 il dato medio su 19 Paesi europei era di 8,7%.

Ma purtroppo l’Italia si colloca ben al di sotto di questo valore, assestandosi sul 5,5% (peggio di noi solo Romania, Grecia, Lituania e Polonia). In altre parole, tutti gli interventi di welfare attuati in Italia riescono a contrastare solo il 5,5% della povertà. All’estremo opposto, l’Irlanda riesce a diminuire del 19,9% i poveri, con il suo intervento, seguita dalla Finlandia, con il 14,4%. Dovremmo chiedere conto a molti governi e a molti ministri di questa pessima efficacia nell’uso dei soldi pubblici, ma certamente questo dato dice che gli interventi nel nostro Paese non riescono a cogliere nel segno. Tanti sono i motivi, ma uno certamente è aver dimenticato la famiglia come luogo essenziale per la società. Infatti, con queste politiche sociali, sono proprio le famiglie con figli a diventare più povere. E chi le risarcirà? È tempo di cambiare, con politiche fiscali a misura di famiglia, con politiche del lavoro a favore dei giovani, con decisi interventi a favore della natalità. Non è in gioco solo il futuro del Paese, ma il suo stesso presente.

Fonte:  famigliacristiana.it

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