Città di Torino

L’educazione emotiva. Connettersi con i figli

È la prima generazione di genitori sconnessi dal mondo emotivo dei figli: a tavola rispondono al cellulare invece che ai loro sguardi e alle loro domande;

eduemo alla mattina danno parole alle proprie esigenze — corri, faccio tardi in ufficio — mentre i bambini avrebbero bisogno di essere rassicurati sul mondo «buono» che troveranno fuori di casa. Crescono ragazzi che si emozionano poco, ma in compenso si eccitano moltissimo: eccitazione spesso artificiale, perché deriva non da una relazione ma da un’esperienza che riempie il cervello di adrenalina, da gestire in solitudine, e che non fa acquisire nessuna competenza nel controllo del corpo, delle emozioni, nella vita con gli altri.

Altro indizio di sconnessione (e disattenzione): per la prima volta negli ultimi dieci anni gli incidenti domestici nella prima infanzia sono tornati a crescere. Abbiamo case più pericolose? No. I genitori fanno tante cose tutte insieme, sono multitasking, e percepiscono il pericolo con quel secondo di ritardo che non permette di prevenire l’incidente.

«L’educazione emotiva è lasciata al caso: i giovanissimi sono più soli e depressi, più nervosi e impulsivi, più impreparati alla vita perché privi degli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia», scriveva Umberto Galimberti ne L’ospite inquietante , uscito nove anni fa per Feltrinelli. Cosa è cambiato da allora? Poco, se Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo L’educazione emotiva. Come essere genitori migliori grazie alle neuroscienze , appena uscito per Fabbri Editori, ripesca proprio quel brano di Galimberti per riportare al centro del discorso sull’educazione l’intelligenza emotiva.

Genitori così attenti a sviluppare i talenti dei figli — l’era dell’agonismo, la chiama Silvia Vegetti Finzi, quella in cui i figli «devono essere i primi a scuola, nello sport, devono vincere il premio Nobel» — quante energie investono per insegnare loro a riconoscere e gestire le emozioni, in modo da servirsene per costruire una vita solida, anche dal punto di vista sentimentale? «Oggi i genitori hanno il vantaggio di ricevere dalle neuroscienze una serie di informazioni su come è fatto il cervello e su come funziona di fronte alla sregolazione emotiva — dice Pellai —: se prima si usava il buon senso nella costruzione delle regole educative, ora il buon senso può essere appoggiato alle ricerche scientifiche».

Le neuroscienze, dunque. Che spiegano come l’educazione emotiva si forma attraverso un processo di apprendimento per osmosi: «I bambini sentono quello che i genitori sentono», dice Pellai aggiungendo un tassello al vecchio slogan «i bambini imparano ciò che vedono e ciò che vivono». «L’essere diventati multitasking, rispetto ai bisogni di protezione e sicurezza dei bambini, ci rende genitori incompetenti, perché perdiamo la dimensione fondamentale dell’attaccamento: un bambino sta bene quando l’adulto lo guarda molto e spesso negli occhi, diventando per lui uno specchio. È così che adulto e bambino riescono ad avere un buon processo di sintonizzazione emotiva».

I bambini fanno fatica ad entrare in contatto con il proprio mondo interiore, vivono tantissimo di tecnologie, che escludono la dimensione del corpo. «Ma la competenza corporea è la base per la conoscenza di sé e del mondo, è attraverso il corpo che il bambino ha sempre esplorato le emozioni», insiste l’esperto. Che nel libro scende nel terreno quotidiano, cercando di dare una risposta ad ogni domanda. A partire da questa: sarò un bravo genitore? «Solo poche mamme e papà, dotati di un particolare e superlativo istinto, ce la fanno. Tutti gli altri imparano a farcela» .

Fonte:  corriere.it

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