Centro relazioni e famiglie

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Chiara Saraceno: dobbiamo capire che la famiglia è senza confini

La famiglia si trova a esistere contemporaneamente nello spazio stretto delle definizioni normative e in quello più indefinito delle relazioni ed esperienze concrete,

chsar che spesso eludono i confini legislativi. La coincidenza degli spazi normativi con i confini nazionali rende ulteriormente esplicita questa tensione, nella misura in cui le norme che definiscono la famiglia possono variare da un paese all’altro e le relazioni famigliari non sono sempre “portabili” al di là dei confini.

Ma in un’epoca caratterizzata da forte mobilità geografica, anche le singole famiglie hanno confini mobili non solo dal punto di vista relazionale, bensì anche dal punto di vista geografico e nazionale. Ne parliamo con la professoressa Chiara Saraceno.

Dove poniamo il confine della famiglia?

Il tema può essere affrontato da due punti di vista. Il primo è il fatto che le famiglie, oggi, sempre più sono esposte a una rottura dei confini geografici. La migrazione è un caso classico e si parla, addirittura, di famiglie transnazionali, intendendo certo la parentela ma anche il caso di famiglie mononucleari (mamma, papà e bambini) dove i figli vivono in un Paese e i genitori o un genitore in un altro. I confini attraversano e danno forma alla famiglia: c’è chi fa parte della famiglia per questioni di residenza, chi per obbligazioni, chi ancora dal punto di vista degli affetti. Nelle famiglie dei migranti, questo fenomeno è visibilissimo, ma non solo. Pensiamo ai nostri nonni che, pur non abitando con i figli, si prendono cura dei nipoti o al ruolo dei figli adulti che si prendono cura di genitori non autosufficienti o, ancora, il ruolo dei genitori per l’aiuto finanziario alle giovani coppie, anche senza che tutte queste persone vivano sotto lo stesso tetto.

 

In un certo senso, abbiamo una nozione ristretta di famiglia che applichiamo a situazioni complesse?

Direi che la realtà è più larga ed è anche più mobile. Nel caso dei migranti questo fatto è visibilissimo. Ma non è solo il caso dei migranti cosidetti economici. Con la mobilità geografica è sempre più ricorrente il caso di persone che hanno un po’ di parentela in un Paese e un po’ di parentela in un altro. La nozione anagrafica di famiglia è molto, molto riduttiva anche solo rispetto a questo grado minimo di complessità. Purtroppo, proprio la nozione anagrafica di famiglia è quella che viene spesso usata sia nei dibattiti ideologici ,sia nelle normative giudiriche. Si tratta di una nozione ristretta che può avere una sua funzione dal punto di vista giuridico, ma dal punto di vista culturale non coglie il punto. Aggiungo che c’è anche molta soggettività in una famiglia. Anche dentro una famiglia, i singoli membri possono definire in modo particolare i loro confini affettivi e delle obbligazioni.

Dove poniamo il confine della famiglia è un esercizio non automatico e che può essere diverso a seconda di cosa guardiamo.
Lei accennava a un secondo punto di vista sul rapporto tra confini e famiglia..
Il secondo aspetto è questo: anche dal punto di vista normativo, oramai, i confini della famiglia sono tracciati diversamente da una norma all’altra.

Per esempio?

Se prendiamo, limitandoci all’Italia, alle norme anagrafiche e a quelle fiscali, vediamo che hanno due definizioni di famiglia totalmente diverse. In quelle fiscali ci sono anche i famigliari per cui siamo tenuti a versare gli alimenti. Se io sono tenuta a sostenere economicamente i miei suoceri, anche se loro non vivono con me, dal punto di vista fiscale fanno parte della mia famiglia. Ma la cosa più importante è che, oramai, tra Paesi ci sono definizioni di famiglia diverse.

Con quali conseguenze?

Molteplici. Per esempio, se i miei rapporti non sono riconosciuti in un certo Paese, cerco di farmeli riconoscere là dove è possibile.

Questo complica le cose, non crede?

Certamente, perché questo rende difficilmente “portabili” alcuni diritti. L’adozione di un single fatta in un Paese può non essere riconosciuta in un altro, con la conseguenza che quello che è un figlio in un Paese non è considerato tale in un altro.

Un tempo, questo avveniva con i divorzi…

Mentre abbiamo o ci viene imposta una concezione quasi naturalistica della famiglia, come se fosse una cosa autoevidente, in realtà capiamo che attorno alla famiglia ci sono regole diverse che tracciano confini e definiscono regole di appartenenza molto diverse tra loro. La famiglia è uno spazio fisico, ma è anche uno spazio normativo, è uno spazio emotivo…

Badanti

Il fatto che l’affetto facesse parte della famiglia o che la famiglia dovesse basarsi sull’affetto è una cosa relativamente recente, ha circa 200 anni, ed è limitata a una certa parte del mondo. Altrove, la famiglia ha altre funzioni rispetto a quella di dare sicurezza affettiva.
Lancio una provocazione: anche le badanti potrebbero essere considerate parte della famiglia…
Questo è un punto complicato. Complicato, da un lato, perché ci si aspetta da loro che si comportino come figlie e questo apre a un rischio di sfruttamento. D’altronde, chi assume una bandante vorrebbe che la badante si occupasse del mio papà o della mia mamma volendole bene, ma poi, se davvero scatta l’affetto, magari perché l’anziano si innamora e la aiuta dal punto di vista finanziario, allora ci si sente minacciati. Ci si aspettano – soprattutto se la badante è una donna – atteggiamenti affettivi che debordino il rapporto di lavoro, ma allo stesso tempo ho paura di questo surplus famigliare…

Perché rompe la famiglia…

Rompe la mia definizione di che cos’è una famiglia.

E d’altronde la globalizzazione ha portato sempre più soggetti terzi come le badanti nei luoghi caldi della relazione famigliare…
Non direi che è la globalizzazione. Direi che è l’onda lunga del lavoro di cura che è sempre stato pensato, anche quando è stato a pagamento, come un lavoro dell’amore.

Anche quando lo “compriamo”?

Anche quando è a pagamento, visto che lo “compriamo” solitamente da una donna, ci aspettiamo che faccia anche la figlia. Non è tanto la globalizzazione, quindi, a determinare questa situazione, ma lo status ambiguo del lavoro di cura che essendo stato a lungo e in gran parte essendo ancora un lavoro fatto da donne per i propri famigliari in modo gratuito è stato definito, inanzi tutto, come lavoro dell’amore e, come tale, non monetizzabile.

La famiglia è un campo di affetti, di emozioni, non solo di relazioni normate…

Lo è un concentrato di affetti negativi e positivi, proprio perché è il luogo in cui si viene o non si viene riconosciuti, in cui si impara a stare al mondo e a ricevere un’identità. Non caso può essere il luogo dove si sta più bene o dove si sta più male. Può essere il luogo delle emozioni più negative. Non soltanto arrivando alla violenza fisica o all’omicidio, ma anche solo pensando a quanto la sottrazione dell’affetto o l’eccesso dell’affetto possano essere violenti… Ma questo è solo l’altra faccia della grande innovazione della civiltà occidentale, la famiglia affettiva. Il fatto che l’affetto facesse parte della famiglia o che la famiglia dovesse basarsi sull’affetto è una cosa relativamente recente, ha circa 200 anni, ed è limitata a una certa parte del mondo. Altrove, la famiglia ha altre funzioni rispetto a quella di dare sicurezza affettiva. La famiglia affettiva ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, nel senso che quando fallisce sul punto degli affetti, fallisce molto gravemente.

Il recente dibattito sulle unioni civili ha riacceso la questione dei confini della famiglia…

Un dibattito per molti tratti avvilente. Si è partiti dal presupposto che ci fosse famiglia solo là dove c’è coppia. Ma se è così, allora, i genitori soli che cosa sono? Non sono famiglia? C’è poi stato il dibattito sull’orientamento sessuale, come se questo orientamento definisse tutto il raggio possibile delle relazioni, delle affettività… E poi, di nuovo, come se la famiglia fosse ristretta solo a uomo-donna-bambini, senza pensare che l’invecchiamento della popolazione ha fatto esplodere i rapporti generazionali…

In questa crisi, però, la famiglia ha rinsaldato rapporti, ha fonito una rete di supporto a un welfare che sembra arrancare su molti aspetti…

Questo è un problema.

Perché un problema?

Pensare, nelle politiche pubbliche, che “tanto c’è la famiglia” elude il problema del come le generazioni e le persone diventano autonome. Si tratta di una questione di libertà, anche relativamente agli anziani, delle madri e dei padri, non solo dei figli. Pensi che quando in Inghilterra venne introdotta per la prima volta la pensione di vecchiaia, ci furono delle ricerche che rivelavano come questi anziani – di ceto modestissimo, ma modesta era anche la pensione – si sentissero finalmente liberi. Non dipendevano dai figli. La solidarietà continuava, ma non erano solo nella posizione di dover chiedere. Dovremmo uscire dai confini ristretti della definizione di famiglia. Dovremmo abbandonare modelli ideali rigidi.

Dobbiamo quindi lasciare aperti i confini o, quanto meno, lasciare liberi i soggetti di attraversarli?

Dobbiamo renderci conto che la famiglia è sconfinata. Sconfinata significa che è più grande rispetto alle categoria in cui cerchiamo di restringerla. Dobbiamo lasciare un po’ più spazio di libertà agli individui affinché decidano quali relazioni e quali affetti contano per loro.

Fonte:  vita.it

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